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Source: Proceedings of History Week 2005. (1-12). [Malta : The Malta Historical Society, 2005].

[p.1] Mazzini e il partito

Sergio La Salvia

«Ho letto col massimo compiacimento la vostra bella rivendicazione di Mazzini.* Come i socialisti possano essere s? ingrati verso l’uomo che ha più onorato il proprio paese nel secolo XIX e che tanti buoni giudici considerano come uno dei più grandi della storia?»
(Lettera di G. Sorel a Napoleone Colajanni)

Qual sia il giudizio della ricerca storica sulla figura e l’opera di Mazzini potrebbe esser tema di una relazione, che non è per? quella affidatami; è bene tuttavia definire i punti di vista dai quali intendo muovere per delinearne il profilo e il ruolo centrale da lui assolto nel movimento democratico italiano ed europeo, sul versante politico e della riforma sociale, rendendo più intelligibile il percorso di questa proposta interpretativa.

Molti anni fa Alessandro Levi deline? con acume e passione civile il profilo di Mazzini e della sua “filosofia politica”,1 mosso anche dall’intento di riscattare il personaggio dalle interessate letture di Gentile e dei suoi seguaci, che ne riducevano il pensiero e l’azione in una dimensione italocentrica, gallofobica e in ultima istanza esclusivamente nazionalista. La brillante manipolazione con cui si indicavano in un tal precursore le radici del nuovo fenomeno politico di massa, il fascismo, dava a questo la dignità di erede di una tradizione nobilitante, sottraendolo alla dimensione e al giudizio forse troppo esclusivo, ma non per questo meno veritiero, quello cioè di fenomeno di reazione di classe, antipopolare e antisocialista. Perci? l’analisi Gent liana non puntava sul Mazzini rivoluzionario, quanto su quello nazionalista. Da quella del Levi invece emergeva il ritratto di un pensatore nella cui formazione e nelle cui concezioni i motivi, gli elementi, i problemi del dibattito politico europeo contemporaneo erano attivi e operanti, apporti fondamentali alla definizione della sua personalità politica. In tempi più recenti, attraverso l’opportuna e interessante insistenza sulle fonti su cui meglio ricostituire il dibattito della cultura e dei movimenti politici europei, cioè giornali e riviste, il Mastellone ci ha riproposto un «Mazzini in [p.2] inglese»,2 confermando direi in modo definitivo la caratura europea del Genovese, sia sul versante della sua presenza nel confronto d’idee in atto a livello continentale tra le diverse tendenze democratiche, sia nell’ambito del dibattito del socialismo francese e tedesco, Marx incluso. Inserita la riflessione mazziniana sui caratteri della rivoluzione democratica nazionale in un più ampio e appropriato ambito e proposti interrogativi non banali sulla complessità del suo percorso, c’è ora da augurarsi che questa ricerca sia ulteriormente approfondita sul versante francofono, cercando non solo di chiarire meglio il suo rapporto con le scuole del socialismo di quella nazione, su cui già disponiamo delle ricerche del Galante Garrone3 e del Della Peruta,4 ma anche sui momenti e sulla ricezione del suo contributo al dibattito sulla democrazia sociale in Francia, specie prima degli eventi del 1848-’49, e oltre quel difficile biennio. Le letture del Levi e del Mastellone, consacrano la personalità di Mazzini nel pantheon europeo della democrazia e lo hanno posto, secondo le sue modalità di intervento sulla scena pubblica, tra i principali promotori del processo di evoluzione democratica delle società dell’Occidente europeo. Convince meno invece l’attribuzione a lui di una “filosofia politica”; egli non ebbe mai l’intento sistematico di fondare, o di ispirare la sua azione su una filosofia, tanto meno su una “scienza” della politica; semmai è vero il contrario. Il suo sistema d’idee ha al centro una passione, un sentimento più che un fondamento d’ordine razionale e raramente tali termini intesi nell’accezione romantica hanno avuto tanta forza evocativa come nel caso, tutti orientati nel senso del pensiero che si fa azione, secondo una tendenza che poi appartiene alla cultura contemporanea, basterà ricordare le Tesi su Feurbach, scritte da Marx nel 1845, e l’ultima in particolare:

«I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta per? di mutarlo».5

[p.3] Ben prima di tale affermazione Mazzini aveva svolto un’analoga critica dei filosofi o dell’intellettuale che, poco curante della «gratitudine e premio nell’ammigliorarsi dei più», esaurisce il suo compito nella «sterile ammirazione del minor numero». In ci?, oltre la critica del ruolo sociale di un ceto, separato ed autoreferente, si indica la nuova missione, agire al fine di suscitare la gratitudine e ricevere il premio delle moltitudini. Perci? la cultura romantica gli pare l’unica capace di dar voce «ai bisogni e (a)i voti della generazione contemporanea»,6 la quale, come tutte le generazioni successive al 1789, per “mutare il mondo” ha avuto esperienza solo di due vie, tra loro spesso in stretta relazione: la rivoluzione e la guerra. Nell’ottica della prima tendono anzi alla massima coincidenza. La via consapevolmente da lui seguita è dunque quella dell’agire politico: in esso dispiega tutto il suo fervore, a esso subordina la sua opera di scrittore, come dichiara tracciando il bilancio di una vita spesa tutta in questo pensiero che si fa azione, mai sciolta, neppur un momento, dal fine di cambiare il mondo:

«la mia vita non è che un’idea e un’incessante attività per essa; ma in un’attività che, all’infuori di pochi casi, è consistita in uno o due milioni di lettere, biglietti, istruzioni, dimenticati, perduti bruciati. E la corrispondenza d’altri con me, che potrebbe esser la chiave di parecchie cose, è stata anch’essa bruciata».7

Cos? esprime la passione che lo ispira, e in un momento non facile, dopo la sconfitta della rivoluzione del 1848-’49, ma quando è già all’opera per riprendere la via della lotta.8 In questa fase se mai manifesta qualche rammarico, non è per dubitare della sua fede più profonda, che lo spinge ad incitare quanti gli sono più vicini ad abbandonare ambizioni letterarie e a scrivere per l’azione. In questi stessi momenti, se l’ombra di un dubbio lo sfiora, non è per rimpiangere le glorie cui avrebbe potuto aspirare, ma per il venir meno della speranza gli intellettuali comprendano la passione che lo ispira:

[p.4] «Ecrire pour ceux qui vivent aujourd’hui commence à me paraître inutile; écrire pour l’avenir est chose sacrée, mais elle ne m’appartient pas».9

Una vita dunque tutta racchiusa in un’idea, la rivoluzione, riassunta in un’incessante, diuturna opera per realizzarla. E’ la dimensione tutta politica entro cui indagare la vicenda mazziniana, facendone il prototipo del rivoluzionario di professione, militante politico a tempo pieno, cui non sarà estranea per brevi momenti l’esperienza dell’uomo di governo. Ma prima di approfondire il tema occorre soffermarsi sulla necessità, purtroppo non colta in occasione della ricorrenza bicentenaria, di disporre insieme e del maggior numero di quelle «corrispondenza d’altri» cui egli allude,10 e poi d’una più aggiornata edizione, per quantità e per nuovo rigore filologico, dei suoi scritti rispetto a quanto il corpus dell’edizione nazionale non renda oggi fruibile. Infatti molte lettere, anche edite, non vi sono raccolte per ragioni legate ai tempi ormai lontani in cui il complesso lavoro di Mario Menghini si venne compiendo, e da cui scatur? quel “monumento di carta” erettogli alla memoria da un’Italia che cerc? per questa via di ufficializzare l’opera del suo profeta.11 Anche la serie cosidetta Politica della stessa edizione, che ne raccoglie gli scritti, non è esente da rilievi filologici, è accompagnata da introduzioni non sempre adeguate, a volte perfin fuorvianti, ed è tutta da verificare sul piano della effettiva completezza. Tuttavia questa raccolta di oltre cento volumi, cui se ne aggiungono altri sei di appendici e quattro di Zibaldone giovanile, rappresenta una fonte a tutt’oggi insostituibile; semmai i problemi da essa posti sono solo una prova di quanto sia ancora ardua e problematica una soddisfacente comprensione della personalità e del [p.5] movimento mazziniani e del ruolo, certamente notevole, giocato nelle vicende della democrazia nazionale e nelle varie fasi del processo risorgimentale.

In una tarda testimonianza autobiografica Mazzini espresse verso la Carboneria, in cui comprendeva un vasto e frastagliato universo attivo nel segreto latomico contro l’ordine costituito, un giudizio tutto sommato rispettoso e non privo di riconoscimenti dei meriti, il quale suona un po’ singolare sulla bocca di chi aveva con fatica cercato di dare vita a un’organizzazione nella netta divisione di ruoli e responsabilità rispetto a quella setta. Lo sforzo probabilmente fall? più di quanto lo stato attuale degli studi non sia in grado di valutare. Egli scriveva di aver trovato in quei cospiratori gli unici uomini che

«facevan…una cosa sola del pensiero e dell’azione e sfidando scomuniche e pene di morte, persistevano, distrutta una tela, a rifarne un’altra»12

L’esaltazione di un servizio permanente verso la rivoluzione, a mio avviso, si spiega con un motivo contingente: Mazzini esprime un tal giudizio negli anni successivi al 1860, allorchè la sua sostanziale marginalità rispetto agli ultimi atti del processo unitario,13 lo fa volgere con nostalgia a quel mondo d’infaticabili duellanti dai quali, almeno sul terreno delle tecniche cospirative, probabilmente aveva appreso molto di più di quel che fosse disposto ad ammettere. Ma il batter la nota sull’unità di pensiero ed azione oltre a confermare quanto s’è detto sul modo di intendere il suo ruolo, richiama l’attenzione sull’altro tema, quello della rivoluzione. Anche quando il volger delle cose in Italia sembrerebbe definitivamente confinare la sua posizione nel cono oscuro delle utopie irrealizzabili, Mazzini sembra riproporre il modello dell’azione cospirativa, eternamente volta a rifar “la tela”, cioè a organizzare la rivoluzione. Si è molto parlato della ripetitività del pensiero e dei modelli cospirativi mazziniani, ma ci? risponde a una precisa concezione della rivoluzione, a uno schema di ragionamento definito e frutto della sua prima esperienza cospirativa nelle file della carboneria. Ora la concezione della rivoluzione costituisce un passaggio assolutamente obbligato, un primus ineludibile rispetto al tema specifico del partito. Il corso e il successo di essa infatti dipendeno principalmente dai capi, non capi generici, ma del partito, diremmo oggi dalla qualità di un gruppo dirigente organizzato [p.6] e all’altezza delle responsabilità assunte e richieste dall’azione: la polemica sul fallimento dei moti carbonari del 1831 ha al centro questo problema, l’inadeguatezza di chi ha promosso il movimento, la causa della sconfitta,14 e questo diviene l’unico metro per valutare tutte le sconfitte, anche le sue: vale nel giudizio sulle cause dell’insuccesso della spedizione di Savoia e della successiva crisi attraversata dalla Giovine Italia, vale per il 1848-’49, vale parimenti per il fallito moto milanese del 1853, probabilmente uno dei momenti più alti della sua instancabile immaginazione rivoluzionaria, e infine per l’esito moderato del processo nazionale tra il 1859 e il 1860.15 Dai capi dipende la decisione sull’avvio del moto, da loro l’indicazione dei fini, la scelta del momento, gli strumenti dell’azione; l’esecuzione invece chiama in causa l’efficienza del partito, la sua organizzazione, la sua capacità di sacrificio, la sua prontezza e coesione nell’agire, la sua fede nella vittoria.

La nascita in Francia nei primi mesi del 1831 della prima Giovine Italia, segna per ormai comune convinzione il momento di nascita del partito moderno in Italia e non solo; probabilmente è il prodotto di un modo di sentire ormai maturo, come testimonia un’analoga esigenza che si fa strada nell’azione cospirativa dei fratelli Bandiera, i quali non conoscono che assai tardi il pensiero di Mazzini e solo dopo aver promosso la loro organizzazione, l’Esperia,16 probabilmente al centro di un intreccio cospirativo che si estendeva su tutta l’area ellenica e danubiano-balcanica nella quale confluivano diverse componenti culturali. In questi anni dunque siamo al punto di passaggio dalla forma organizzativa della setta a quella del partito. Da un programma segreto nei suoi obiettivi finali e gradualmente illustrato secondo l’accesso gerarchico ai vari gradi del lavoro cospirativo si passa ora ad un programma pubblico e diffuso che costituisce la ragione per cui un gruppo di individui si associa e lo diffonde con tutti gli strumenti disponibili, principale tra essi un giornale. Il partito è una libera fratellanza tra pari con l’unica gerarchia definita dalla distinzione funzionale tra dirigente e militante: al primo spetta elaborare il programma, orientare l’opera di propaganda con scritti, circolari, istruzioni di vario tipo, unendo in sè la [p.7] duplice funzione del leader e del funzionario, dell’intellettuale e del primo operatore nella catena di trasmissione propagandistica. Ma la struttura mazziniana conosce anche una schiera ristrettissima, nell’ordine delle unità, di veri e propri funzionari, cioè di elementi che traggono di che vivere dal loro lavoro di partito. Ai militanti, aderenti per libera volontà al programma, spetta metterlo in esecuzione secondo ordini operativi provenienti dal centro; a ci? si organizzano in Comitati provinciali, comunali e via discendendo fino ai gruppi di base, in genere di piccole dimensioni e tuttavia saldamente guidati e coordinati, almeno negli intenti. L’organizzazione prevede anche il concorso di tutti al sostegno delle spese per l’attività del partito, versando una quota associativa. Ben prima che diventasse la parola d’ordine di Lenin, per Mazzini il partito è soprattutto un giornale, e si badi, la scelta è tuttaltro che banale e scontata: le condizioni per la sua circolazione clandestina implicano tanti e tali problemi, dal rispetto della periodicità alla distribuzione, dalle difficoltà di tenere una linea coerente alle risorse per la stampa, dai rischi per assicurargli la diffusione, moltiplicati rispetto al libro o all’opuscolo all’improbabile rientro delle somme delle vendite e cos? via. Sono problemi che hanno non solo uno spessore organizzativo, ma reagiscono con la sfera dell’azione e della propaganda, rendendo la scelta di un foglio di partito di comprensione non immediata, neppure all’interno dell’universo militante. Questa scelta invece resta sempre al centro in tutte le diverse fasi politiche, a prova che essa risponde a un problema tutto speciale: il giornale è la bandiera di un esercito, è il vessillo che lo richiama a un centro, il suo dispiegamento lo rinvigorisce e il nemico che la vede sventolare vede vicino lo scontro. In questo contesto il ricorso al nome di Lenin vuol sottolineare la prospettiva lungo la quale si colloca l’iniziativa mazziniana; per lui la politica è sempre azione rivoluzionaria e necessita di combattenti guidati dal partito, avanguardia del popolo e soggetto che lo educa allo scontro decisivo.

«…je sais par le fait ce que je ne savais que par théorie, que toute révolution n’est qu’un problème de direction; et que toutes les fois qu’il y aura confiance sans bornes, communion entre le peuple et ses chefs, le peuple fera de belles et grandes choses».17

La rivoluzione peraltro si divide in due fasi, una insurrezionale e una rivoluzionaria propriamente detta, che segna il punto di passaggio dall’insurrezione al governo della società, o altrimenti la distinzione tra il momento dell’iniziativa spontanea, popolare, cui il nucleo organizzato dà ordine e finalità, e quello in cui, accanto alla continuazione della stessa insurrezione, si avvia una prassi di governo. Naturalmente Mazzini non è un precursore del russo, la questione è altra, e attiene [p.8] all’ordine delle cose per cui tutti i grandi rivoluzionari europei tra Otto e Novecento apprendono la loro lezione sub specie francese, tra 1789, 1793 e 1795. Ora, benchè abbastanza noti gli accenti misogallici del Genovese, specie dopo il passaggio dalla fase carbonara alla prima Giovine Italia, originati peraltro da molteplici motivi su cui sarebbe lungo fermarsi, la sua posizione resta difficile da intendersi senza considerare che i suoi schemi di ragionamento sulla rivoluzione fanno sempre, costantemente, riferimento a quel cataclisma che apr? le vie del mondo contemporaneo. Da questo punto di vista forse il limite della sua lettura consiste nella scarsa nozione ch’egli ebbe del lungo periodo d’incubazione di esso, la crisi finanziaria, la cosidetta rivoluzione aristocratica, la lunga opera preparatoria della borghesia prima della frattura rivoluzionaria. Portato perci? a credere che i partiti, i clubs, fossero emersi alla luce del sole nel corso del moto rivoluzionario, diventavano ora, anche per esperienza, la chiave di volta del processo. Mazzini dunque contribu? in modo decisivo alla nascita della forma del moderno partito, ma bisogna intendersi: egli pens? a un partito per la rivoluzione, extra istituzionale, capace di promuovere e dirigere un movimento risolutore, e come tale generalizzato, verso esiti rivoluzionari. In questo senso ebbe di fronte il grande problema di identificare il settore sociale di riferimento: al momento della formazione della Giovine Italia lo trov? nella gioventù studiosa, cui attribuiva una funzione iniziatrice. La scelta rispondeva a un problema probabilmente non interamente sviluppato in Mazzini, riferito alla questione del ruolo degli intellettuali, punto carente della sua elaborazione: chiamare in causa quel settore tradizionalmente ribelle nelle vicende delle società occidentali, dalle corporazioni medievali alle contemporanee leghe della Germania, sembr? ben presto a lui non risolutivo rispetto alla questione dell’iniziativa insurrezionale che doveva transitare rapidamente dall’elemento iniziatore alle masse urbane, fondamentalmente masse di popolo, di lavoranti e di piccola borghesia, da cui nella nuova condizione di sviluppo venivano peraltro molti elementi studenteschi. Ma per loro natura sociale questi sono fondamentalmente destinati all’opera di governo: egli distinguerà infatti gli uomini di braccio, cui spetta l’azione militare in senso lato, e quelli di senno, cui compete trasformare, se cos? si pu? dire, in ordine la rivoluzione. L’inadeguata riflessione sul gruppo dirigente provoca alcune conseguenze su cui è opportuno soffermarsi: la prima è relativa alla forma del partito: siamo di fronte ad una organizzazione di massa, rivolta non a gruppi ristretti, ma potenzialmente all’intera nazione, esclusi il re e gli aristocratici, ed in ci? v’è una straordinario elemento di modernità; allo stesso tempo esso è un’organizzazione fortemente centralizzata, e nella quale se pure sono distinte le responsabilità, ad esempio tra i componenti di un comitato provinciale o regionale e la base, tuttavia la linea politica resta fortemente accentrata in un gruppo ristrettissimo, svantaggiato anche dal fatto di operare fuori del paese. Mazzini si arrovell? intorno al problema, dapprima cogliendo nella crisi della prima Giovine Italia l’intima debolezza dell’elemento sociale individuato, poi [p.9] con la seconda Giovine Italia, riorganizzata tra il 1839 e i primi anni Quaranta, spostando progressivamente l’attenzione verso i settori popolari, per animare negli anni successivi al 1849 una polemica sempre più astiosa e irriverente nei confronti delle reali capacità rivoluzionarie dell’elemento intellettuale, allora rappresentato prevalentementre dalla gran massa degli esuli, e una esaltazione sempre più acritica della permanente volontà insurrezionale dell’elemento popolare (arriverà a dire che nelle città si trovano masse di popolo per due rivoluzioni, ma quel che manca è l’ardire dei capi).18 Paradossalmente per chi, come lui, nella lotta di classe condannava il trionfo degli egoismi e nelle dottrine socialiste la teorizzazione peggiore di tale egoismo, la vicenda del partito mazziniano dimostra in modo singolare il carattere irriducibile del conflitto di classe: egli cerc? di negarlo, ma la sua insistenza sul protagonismo dell’elemento popolare fu un motivo di fondo del fallimento del moto milanese del 1853 prima e poi della crisi del partito, determinati proprio dal venir meno dell’appoggio dei settori borghesi alla rivoluzione e alla definitiva rottura del rapporto tra questi e il mazzinianesimo. Mazzini apr? allora un’ulteriore riflessione sul partito, introducendo con più forza la sua propaganda nei ceti operai per organizzarli in società di mutuo soccorso, sebbene dal suo punto di vista il fine mutualistico costituisse solo un momento, neppure il principale, di una progressiva politicizzazione del popolo. Perci? più di tante digressioni sul suo anti socialismo è la sua attenzione al movimento popolare e al mondo del lavoro a collocarlo stabilemente non solo dentro la storia della democrazia italiana, ma in quella del movimento operaio. Mazzini dunque teorizz? e tent? di costruire il partito di massa per la rivoluzione animato dalla fede nella riforma sociale dell’umanità; ma la sua visione progressiva della storia nasce pessimisticamente dalla miseria umana coscienza. Perci? la sua speranza, la sua aspettazione religiosa di una riforma morale dell’umanita è, ora e sempre, fondata sulla rivoluzione:

«Ai-je de l’estime pour cette humanitè qui fourmille et grouille autour de moi? Mon Dieu, non; et vous connaissez bien peu votre ami – replicava alla Sand che lo accusava d’essere un visionario inguaribilmente fiducioso nel trionfo dell’umana bontà– si vous croyez qu’il marche dans les rêves. C’est précisement parce que je méprise l’humanité telle qu’elle est, que je cherche à la transformer».19

L’accento batte su quel «chercher à la tranformer», che riassume in modo alto le [p.10] finalità del suo agire, estrinsecatosi nell’assunzione delle responsabilità di direzione del partito come un dovere, assolto in un costante lavoro di propaganda: del giornale si è detto, delle sue lettere si è fatto cenno attraverso una citazione mazziniana. Esse, benchè dirette a specifici individui, sono sempre strumenti di comunicazione collettiva, fatti salvi forse alcuni carteggi con personaggi femminili, sono ordini, direttive, intrecci di trame cospirative, indicazioni di lotta, spiegazioni di progetti, incitamenti all’azione, insomma sono la linea del partito che si fa pratica politica. Perché abbiano una loro sicura diffusione senza cadere nelle mani ostili dei governi, cosa che non è sempre poi davvero possibile evitare,20 bisogna organizzare apposite «trafile», persone al di sopra di sospetti che facciano da tramite, a volte diretto a volte ancora indiretto, postini prezzolati o meno che le trasportino manualmente, a loro rischio e pericolo, lungo percorsi non facili a organizzarsi. Alcune località, Malta, la Corsica, la Svizzera, sono i punti nodali di smistamento, ma prima o poi attirano l’attenzione del nemico, onde occorre costantemente ripartire daccapo, trovare nuovi riferimenti. Il partito per? vive, pu? vivere solo per questo defaticante lavorio organizzativo segreto che pesa sulle spalle di pochi, soprattutto sulle sue; perci? egli lo vive con l’entusiasmo di chi prevede i risultati, e sorge cos? la leggenda del suo infaticabile ritmo di lavoro, che ha per orizzonte l’Italia e l’Europa. Cresciuto alla scuola internazionalista buonarrotiana, pur dal punto di vista nazionale italiano, egli non disgiunse mai la libertà del suo paese da quella di tutti gli altri popoli: dalla Giovine Europa alla Lega internazionale dei popoli, al Comitato Centrale Democratico Europeo, in questo tragitto c’è un ulteriore aspetto delle sue concezioni del partito e della rivoluzione. La sua opera, nella sua latitudine, lo conferma e lo impone come personaggio centrale della democrazia europea e oggi, nel riaffermare questa identità democratica che la caratterizza l’Europa, dovrebbe anch’essa unirsi nell’omaggio a Mazzini, il cui lavoro organizzativo costitu? l’esile trama per cui il partito visse, come confermano le altre tendenze della democrazia italiana che, prive di questa condizione, non hanno avuto la possibilità di trasformarsi da correnti di opinioni in partiti. E’ il caso del federalismo, che pur disponendo dei nomi prestigiosi di Cattaneo, Ferrari ed altri, non fu mai partito. Ovviamente non si tratta di un giudizio di valore, solo la constatazione d’una differenza che non sarà senza conseguenze nel processo formativo della coscienza politica nazionale [p.11] e delle masse popolari italiane. Ma, ripeto, tenere viva anche un’apparenza di struttura organizzata non era facile e ben oltre il 1848 il partito mazziniano ebbe molte difficoltà a costituirsi in un nucleo coeso, collaudato e omogeneo, secondo le aspirazioni del suo capo. Dapprima disposto a tener legati all’organizzazione anche gruppi, settori e individui di provenienza carbonica, Mazzini tra prima e seconda versione del giuramento per gli affratellati alla Giovine Italia, da lui scritto, decide nel senso della non partecipazione ad essa di affiliati ad altre società del vasto mondo cospirativo controllato da Buonarroti. Il carteggio Fedele Bono e Piero Olivero mostra per? con chiarezza che la ricca fioritura di società segrete, dai Federati ai Sublimi Maestri Perfetti è dentro e fuori la Giovine Italia.21 Il problema perdura specie per l’attenzione dedicata da Mazzini ai ceti popolari: fra essi è ben inserita la struttura carbonara. L’elemento popolare, gli spogliati, per tradurre con libertà la voce sans culottes, portano nella cospirazione un radicalismo che spesso non distingue i tipi di affiliazione, e cerca solo un modo di riconoscersi in un gruppo che combatte l’ordine di cose esistente. Altre importanti tendenze organizzate, ad esempio quella dei fratelli Bandiera di cui si è detto, o quella che fa capo all’azione di Nicola Fabrizi, che ha il suo centro a Malta, troveranno le occasioni di collaborazioni anche molto strette, senza confluire per? formalmente nel partito mazziniano, che manterrà sempre una struttura ambigua, o forse sarebbe meglio dire anfibia, per cui un nucleo rigidamente selezionato e definito si troverà spesso alla direzione di un universo più vasto, su cui per? non pu? esercitare se non un’egemonia di tipo organizzativo. Ideata fin dal suo sorgere per rispondere al criterio unitario, dell’uniformità, l’organizzazione di Mazzini vive invece una duplicità di livelli che permane fin oltre il 1860, quando riorganizzerà il suo nucleo selezionato intorno alla Falange sacra. Tutta l’esperienza del partito mazziniano, sia pure in condizioni di pratica e non di teoria, avrà perci? una struttura gerarchica e con programmi distinti, e superare tale ambiguità, forte poichè le diverse componenti rivoluzionarie agiscono e attingono nelle stesse realtà sociali, sarà un problema generazionale: solo il tempo potrà davvero correggere una tal condizione. Tuttavia non si pu? ignorare che questo fu uno dei grandi lasciti di Mazzini al movimento repubblicano in Italia, dove un “suo” partito, non i suoi presunti discepoli, non sempre in grado di seguire le orme di tanto maestro, sopravvisse a lungo al suo fondatore, almeno fino all’avvento del fascismo.

[p.21]

A detail from the map of Europe published in the American atlas entitled The Century Dictionary and Cyclopedia, New York, 1904. Notice that the Mediterranean was considered during this period a predominently European concept, as the North African coast is only partially visible in this map.


* Trattasi dell’opuscolo di Napoleone Colajanni, Preti e socialisti contro Mazzini.

1 Alessandro Levi, La filosofia politica di Giuseppe Mazzini, Bologna, Zanichelli, 1917. Il testo ha poi avuto varie riedizioni.

2 Salvo Mastellone, Mazzini scrittore politico in inglese. Democracy in Europe (1840.1855), Firenze, Olschki, 2004.

3 Alessandro Galante Garrone, Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento, Torino, Einaudi 1972, il cui ultimo capitolo è dedicato a Buonarroti e Mazzini. Dello stesso autore L’incontro con il sansimonismo, in Mazzini vivo, Bari, Centro librario, 1973, pp. 27-.33.

4 Franco Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione(18301845), Milano, Feltrinelli, 1972. Louis Girard al XLIV congresso di storia del Risorgimento italiano, Genova, ottobre 19872, cfr. «Atti», ha negato qualunque influenza di Mazzini sulla Francia, mentre più problematico il giudizio di Alain Goussot, Giuseppe Mazzini. Formazione intellettuale e rapporti con la cultura europea (1805-1872), Pisa, Domus Mazziniana, 2000.

5 Karl Marx, Scritti filosofici giovanili, a cura di Sergio Moravia, Firenze, La Nuova Italia, 1973, p. 185.

6 Edizione Nazionale degli scriti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, (d’ora in poi SEI). Come è noto tale edizione, che a tutt’oggi costituisce, sebbene largamente imperfetta, la fonte principale per gli studi mazziniani, è divisa in Scritti Letterari, Politica ed Epistolario. I passi citati in Programma dell’Indicatore Livornese, in S.E.I., vol.

7 S.E.I., XLV, Epistolario, vol. XXIV, p. 119. La lettera è diretta ad Emile Hawkes. Mazzini sta lavorando, siamo nel gennaio 1851, ad organizzare l’azione poi sfociata nel tentativo del 1853.

8 Sull’azione politico-organizzativa di Mazzini dopo il ’49 rinvio a Sergio La Salvia, Mazzini, il partito e la rivoluzione, in «Atti del LXII Congresso di storia del Risorgimento italiano», Pensiero e azione: Mazzini nel movimento democratico italiano e internazionale, pp.117-305.

9 S.E.I., XL, Epistolario, vol. XXI, p. 225. La lettera è diretta a George Sand.

10 Nella letteratura storica sul movimento democratico scontiamo una carenza di fonti che rende la ricostruzione della storia del partito ancora poco chiara. Mancano ad esempio l’epistolario di De Boni, Montanelli, Bertani, e tanti altri. Il periodo pre quarantottesco, dalla formazione di Mazzini alla sua collaborazione con Buonarroti, alla nascita della “prima” e “seconda” Giovine Italia, è stato solo parzialmente illuminato da illustri studiosi quali Saitta, Galante Garrone, Pia Onnis, Della Peruta, ma richiedono ulteriori ricerche, ad esempio sui rapporti con i gruppi ispirati da Nicola Fabrizi, attivo da Malta, con la Carboneria che non è solo riconducibile al quadro buonarrotiano, come prova esemplarmente la vicenda dei fratelli Bandiera, e soprattutto col quadro settario internazionale. Per il periodo post ’49 resta da fare un lavoro ancora maggiore e anche qui si segnala l’opera di uno studioso come il Della Peruta. Segnalo qui l’importante e recente apporto di Luigi Polo Friz, ‘Le relazioni fra Giuseppe Mazzini e Lodovico Frapolli (1842-1872)’, in «Il Risorgeimento», nn.2-3 del 2004.

11 Michele Finelli, Il monumento di carta: l’edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini, Villa Verucchio, 2004.

12 Note autobiografiche, stese in occasione della pubblicazione nell’edizione daelliana delle sue opere (1864).

13 Sul contrasto crescente tra Mazzini e i democratici negli anni in cui si compie il processo unitario rinvio a Sergio La Salvia, La rivoluzione e i partiti, Roma, Archivio Guido Izzi, 1999.

14 14 S.E.I., Il giudizio è divenuto luogo comune storiografico, specie per il moto delle Province Unite, diretto da Giovanni Vicini, uomo del passato, formatosi nell’esperienza dell’Italia giacobina e napoleonica e di tendenze moderate, ma al quale pare difficile attribuire responsabilità particolari.

15 Ad evitare una lunga citazione dai volumi degli S.E.I., il lettore volenteroso prenderà in esame scritti politici ed epistolario mazziniano relativamente agli anni di riferimento delle vicende sopra ricordate.

16 La ricerca più ampia che fornisce un’ampia documentazione sull’azione cospirativa e il tentativo dei fratelli Bandiera è di Riccardo Pierantoni, Storia dei fratelli Bandiera e loro compagni in Calabria, Milano, Cogliati, 1909.

17 S.E.I., vol. XL, Epistolario, vol XXI, a George Sand, p. 252.

18 Lo sostenne in una lettera del 1856, in Marc Vuilleumier, ‘Le papier d’Angelo Umiltà. Quatre lettres inédites del Mazzini à Attilio Runcaldier’, in Rassegna Storica del Risorgimento, a. LVII, f. II, pp. 233-240

19 S.E.I.. vol. XLIV, Epistolario, vol. XXII, a George Sand, p. 106.

20 Mazzini sub? spesso l’accusa di circondarsi di persone non affidabili, ma non era certo facile evitare certi rischi. ? nota la violazione del governo inglese della corrispondenza tra Mazzini e i fratelli Bandiera. Presso l’Archivio Vaticano per la dottrina della Fede si trovano lettere sulle trame del partito d’azione negli anni successivi all’unità che avrebbero dovuto avere una trasmissione manuale segretissima e riservatissima e invece, per essere in copia là dove si trovano, dovevano da qualcuno, e ipotizzo fosse Andrea Giannelli, essere state graziosamente recapitate a destinatari impropri.

21 Franco Della Peruta, ‘Per la storia dei rapporti tra Giovine Italia e Buonarrotismo (Lettere di Federico Bono e Pietro Olivero)’, in Critica Storica, 1962, pp. 342-63.