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Source: Proceedings of History Week 2005. (13-26). [Malta : The Malta Historical Society, 2005].

[p.13] IL RISORGIMENTO ITALIANO E IL MEDITERANEO

Salvatore Bono

Sono molto lieto e grato di partecipare a questo convegno poiché mi ha dato occasione di tornare ancora una volta a Malta, alla cui mediterraneità mi sento partecipe per una ascendenza familiare alla quale mi sento molto legato.[1] Nella gradita circostanza intendo ora svolgere una riflessione che si colloca invero sullo sfondo del tema centrale del convegno: cercher? di porre in evidenza alcuni aspetti della realtà mediterranea tra la fine del Settecento e il compimento dell’unità nazionale italiana ed alcune connessioni con aspetti, episodi e personaggi del Risorgimento.

L’inizio della vicenda risorgimentale che porterà all’unità nazionale italiana si pu? collocare nell’ultimo decennio del Settecento, dove altres? si colloca la spedizione napoleonica in Egitto e, sulla via verso il paese del Nilo, l’occupazione francese dell’arcipelago maltese, con la fine della Malta cavalleresca e oligarchica, militare e navale, cui seguirà l’ avvento del governo coloniale britannico. La presenza coloniale farà germogliare, come in altri paesi e territori, un sentimento nazionale che con lunga maturazione e tenace rivendicazione porterà nel 1964 alla piena indipendenza del piccolo ma storicamente importante arcipelago.

Il 1798 segna dunque una svolta fondamentale nella storia delle isole maltesi e altrettanto nella storia del mare e del mondo mediterraneo con l’estendersi della presenza imperiale britannica, nella primaria preoccupazione di garantire il collegamento con l’India. Se le scoperte geografiche e le conquiste dei primi imperi coloniali, nonché il concludersi, dopo la battaglia di Lepanto, del confronto egemonico fra l’impero asburgico e quello ottomano, avevano fatto uscire il Mediterraneo dalla ‘grande storia’, secondo l’espressione di Fernand Braudel, gli eventi a cavallo fra [p.14] il Sette e l’Ottocento ricollocarono per contro il vasto mare interno nella ‘grande storia’.

Con la spedizione d’Egitto, nello scorcio del secolo dei Lumi, era iniziato l’impatto diretto e massiccio dell’Europa sui paesi arabo-islamici, destinato a sfociare verso la fine dell’Ottocento nell’estendersi del colonialismo in gran parte del bacino mediterraneo, come altrove nel mondo. Si tratt? di un confronto e di una convivenza insieme che attraverso l’età coloniale e il riacquisto dell’indipendenza segnano oggi più che mai i problemi e le speranze dell’intero mondo mediterraneo, nelle sue due componenti maggiori, quella europea e quella islamica, e nelle altre, più o meno segnate da antiche eredità religiose ed etniche e da caratteri ‘laici’ e ‘nazionali’ derivati dall’esempio europeo, componenti tutte che nel loro insieme costituiscono l’essenza propria e la ricchezza del Mediterraneo.

Con la fine del Settecento scomparve dal Mediterraneo ogni nave, galera o vascello dei cavalieri di Malta che per tre secoli avevano difeso la Cristianità e al tempo stesso si erano impegnati ad attaccare anche pacifiche imbarcazioni e località dei paesi musulmani, maghrebini o levantini. Scomparve Venezia (1797) con la sua gloria millenaria e la sua funzione di principale mediatrice commerciale fra il mondo arabo-islamico e l’Europa continentale. Gli stati barbareschi sotto influenza ottomana – Tripoli, Tunisi, Algeri – e l’impero del Marocco erano già in declino rispetto a precedenti periodi di potenza e di ricchezza, in parte proveniente, specialmente per i primi, dall’esercizio della guerra corsara, dal commercio delle prede e dal riscatto degli schiavi. Nel periodo napoleonico i barbareschi – fra l’altro incoraggiati dalla scomparsa dei cavalieri di Malta e della marina veneziana, estremamente severa nel tutelare contro i corsari la propria attività commerciale – ripresero molto attivamente la guerriglia corsara ai danni della navigazione e di località costiere dei paesi europei mediterranei, in particolare della penisola e delle isole italiane. Ma proprio questo exploit indusse le potenze europee a discutere, nell’ambito del congresso di Vienna e di successivi consessi internazionali, la ‘questione barbaresca’ e a decidere di non tollerare più quel disturbo alla navigazione e il conseguente rischio di cattura e di ‘schiavitù’ per equipaggi e passeggeri. L’episodio più clamoroso fu l’assalto tunisino alla località di Carloforte nell’isola di San Pietro (1798) con la cattura di quasi tutta la popolazione, circa 900 persone.[2]

Accanto a questo Mediterraneo in via di sparizione, in Egitto la sia pur breve [p.15] presenza del generale Bonaparte e delle truppe francesi di occupazione, sino al 1801, aveva dato uno scossone, per cos? dire, al vecchio mondo tradizionale governato dai mamelucchi (che pur aveva conosciuto un tentativo di autonomia e di riforme con Ali Bey, nel decennio 1763-1773) ed aveva dato impulso a un rinnovamento della struttura del potere e della vita economico-sociale, di cui divenne interprete, deciso ed abile, il generale Mohammed Ali. Già peraltro Napoleone Bonaparte – allora soltanto un generale, sia pur carico di gloria, della Francia rivoluzionaria – con la complessa organizzazione militare e di ricerca scientifica che caratterizz? la spedizione, e con l’approccio politico e ideale testimoniato dal suo proclama agli egiziani, rese palesi alcuni tratti essenziali del nascente colonialismo europeo: la convinzione di poter recare con la forza delle armi un messaggio che voleva presentarsi come scaturito dagli ideali illuministi egalitari e libertari e la contraddizione – forse non colta da parte europea ma palese invece alla gente d’Egitto, come lo sarà ad altre popolazioni colonizzate - fra le parole e la realtà effettiva della subordinazione a un governo straniero. Nel colonialismo europeo ai danni del mondo arabo-islamico alla violazione dell’ indipendenza si aggiungeva la presenza autoritaria e oppressiva di un potere espressione di una civiltà ‘diversa’, che rivendicava la propria superiorità. Gli egiziani di fine Settecento vedevano per di più di trovarsi sottoposti a degli uomini che avevano ripudiato persino la tradizione religiosa abramitica, cui era fermamente fedele l’islam, e si dicevano seguaci di un deismo razionale.

In Egitto, come già presso il governo centrale del mondo ottomano, ci si rese conto della superiorità tecnico-organizzativa ed economica dell’Europa e si pens? che fosse opportuno apprenderne ed applicarne i principi e i metodi, senza ritenere che perci? ci si dovesse allontanare dalla propria tradizione religiosa e culturale. Ad opera di Mohammed Ali inizi? cos? il processo di modernizzazione dell’Egitto, paese che assunse ben presto una posizione di avanguardia nell’intero mondo arabo, mantenuta sino ai nostri giorni.

Dai primi anni dell’Ottocento il rapporto reciproco fra l’Europa e non solo l’Egitto, ma l’intero mondo islamico mediterraneo, divenne più diretto e più stretto. Fra l’altro, un numero crescente di intellettuali intraprese il ‘viaggio in Oriente’, che certo aveva una lunga tradizione sin dai pellegrinaggi medievali verso i Luoghi Santi. Ricordiamo qualche nome: il visconte François Réné de Chateaubriand, di cui è celebre il Voyage de Paris à Jerusalem (Paris 1811 ), Lord Byron, vissuto a lungo nei paesi mediterranei e morto a Missolungi nel 1824, Victor Hugo che raccolse nel 1829 i poemi Les Orientales, Alphonse de Lamartine (Voyage en Orient, 1835).

Più tardi, nella seconda metà del secolo, le coste mediterranee, sia quelle europee che quelle dei paesi del Vicino Oriente cominciarono ad attrarre un numero crescente [p.16] di veri e propri ‘turisti’, mossi dalla semplice curiosità o dalla ricerca di soggiorni benefici alla propria salute. Anche nel mondo arabo-ottomano si pens? che fosse utile andare a conoscere l’Europa in modo diretto; cominciarono cos? più frequenti missioni e contatti diplomatici ed anche viaggi e soggiorni di studiosi. Dall’Egitto di Mohammed Ali giunsero a Parigi nel maggio 1826 una quarantina di giovani, guidati da Rifa’a at-Tahtawi che diede poi, ne L’oro di Parigi una vivace testimonianza sulla ville lumière, dove rest? cinque anni, e sulla civiltà occidentale quale apparve ad uno sguardo musulmano; nel libro espresse un’esortazione «ai paesi dell’Islam a ricercare le scienze straniere, le arti e i mestieri, poiché è dimostrato e noto che tutto ci? è giunto ad un livello di perfezione presso gli europei».[3]

La tradizione filosofico-politica dell’Illuminismo e i conseguenti principi proclamati e diffusi dalla Rivoluzione francese, nonché il movimento romantico di valorizzazione delle tradizioni ‘nazionali’, si incontrarono in vario modo, in diversi paesi europei, nei movimenti e nell’azione politica volta a rivendicare, nei confronti dei vecchi regimi, istanze costituzionali e processi di unificazione nazionale; cos? quello italiano noto come Risorgimento.

Come non vi era stato prima e dopo Lepanto, cos? non vi fu nel Mediterraneo del XIX secolo uno scontro di civiltà ma piuttosto una complessa dinamica di forze diverse e non di rado contrastanti. Nei Balcani e in Grecia si affermano rivendicazioni nazionali diverse, della Grecia e degli stati slavi contro l’impero ottomano, mentre in Italia analoghe rivendicazioni si dirigono principalmente contro l’impero asburgico. L’Europa è solidale con la rivoluzione greca e la proclamazione dell’indipendenza – che l’impero ottomano, con l’aiuto di Mohammed Ali, cerc? di stroncare - ma le stesse potenze europee fermarono nel 1840 Mohammed Ali nella sfida ormai palese contro il governo centrale ottomano. Più tardi, nella guerra di Crimea, Francia e Inghilterra – cui si aggiunse il piccolo regno di Sardegna – si schierarono a fianco del vecchio impero contro la Russia zarista.

Esaminiamo più da vicino le vicende del Risorgimento che crearono un legame con le rive opposte del Mediterraneo: molti esuli, costretti da una proscrizione governativa o volontari, a seguito del fallimento dei ‘moti’ susseguitisi in diversi stati della penisola, scelsero come terra d’esilio proprio Malta o i paesi maghrebini o quelli del mondo ottomano di Levante.

A Malta trovarono riparo, fra gli altri, Vittorio Barzoni, che vi fond? e diresse [p.17] all’inizio dell’Ottocento alcuni periodici di informazione, Raffaele Poerio, in più periodi fra il 1822 e il 1831, il romagnolo Tommaso Zauli Saiani, principale animatore del periodico “Il Mediterraneo”, al quale collaborarono numerosi esuli nell’isola. Più tardi vi soggiornarono Nicola Fabrizi e Francesco Crispi. Nella ricca fioritura della stampa maltese dell’epoca trovarono voce anche le forze reazionarie a favore dei Borboni e del conservatorismo clericale.[4]

In Tunisia ripar? il maggior numero di patrioti, come Camillo Borgia, già ufficiale napoleonico e murattiano, che a Tunisi si dedic? anche a ricerche archeologiche, i cui risultati sono stati pubblicati pochi anni fa, Luigi Calligaris, cui si deve l’istituzione della prima Accademia Militare, Gaetano Fedriani, corrispondente e amico di Mazzini. Il lombardo Giuseppe Terzi apr? nella città maghrebina, nel 1826, il primo teatro chiamato Il Cartaginese.[5]

In Algeria numerosi esuli italiani si posero a servizio della Legione Straniera, istituita nel 1831, venendo cos? coinvolti nella repressione della resistenza anticoloniale algerina; Rinaldo Andreini esercit? la professione medica ed acquist? grande autorità morale sulla comunità degli esuli italiani. Nella piccola Tripoli di Barberia si diressero pochi esuli, fra i quali Luigi Bizzi, corrispondente di Mazzini.[6]

Non mancarono esuli italiani riparati in Egitto, come Giovanni Belfante, che prese servizio nell’esercito di Mohammed Ali e il bolognese Giovanni Stagni, già combattente alla difesa della Repubblica romana del 1849, che ad Alessandria svilupp? un’ azienda per il commercio del legname. Dopo i moti del ’21 numerosi patrioti trovarono rifugio e occupazione anche in Turchia e nel resto dell’impero ottomano, come Giovanni Timoteo Calosso, noto come Rustem Bey (benché non sembra si sia convertito all’islam), a servizio del sultano Mahmud II dal 1827 al 1843, come istruttore militare e consigliere. A Beirut visse fra il 1844 e il ’48, dopo la fuga dall’Italia ad Alessandria d’Egitto, Tito Vespasiano Micciarelli, già iscritto alla Giovine Italia, poi delatore dei fratelli Bandiera.[7]

[p.18] Il più illustre della schiera di esuli nel Maghreb fu certamente Giuseppe Garibaldi, dapprima in Tunisia, più tardi in Marocco. Nel 1834, dopo il fallimento del progetto di insurrezione di Genova, si pose a servizio della marina del bey di Tunisi, per circa un anno; più lunga dimora fece poi a Tangeri, dopo la caduta della Repubblica romana del 1849, in un confortevole soggiorno grazie alle premure del console sardo.[8]

La partecipazione dei patrioti italiani alla vita socio-culturale e talvolta anche economica locale di paesi mediterranei, islamici e non, diede un positivo contributo allo sviluppo e al progresso di quei paesi; positivo, aggiungiamo, sino a quando si svolse nel rispetto delle norme e dello spirito della realtà locale, senza mutare il carattere iniziale di spontanea intraprendenza individuale. I patrioti incrementarono invero nei diversi paesi i nuclei di ‘presenza italiana’ e questa – similmente a quanto avvenne per altre presenze straniere, anzitutto quella francese – sarà più tardi, agli inizi degli anni Ottanta, utilizzata, con il consapevole consenso o meno dei suoi componenti, come elemento per avanzare o rafforzare rivendicazioni di diritti e ambizioni coloniali.

Il mondo mediterraneo è stato sempre caratterizzato da costanza e relativa velocità delle comunicazioni, anche di trasmissione delle notizie, grazie alla frequenza delle navi che collegavano un porto all’altro; ci? tanto più valeva per Malta e Tunisi, più vicine all’Italia. Gli esuli, e in genere gli italiani residenti in uno dei paesi a sud della penisola, ricevevano dunque notizie di eventi politici e dinastici, di carattere naturale, d’altra varia natura, relativi agli stati italiani. Gli eventi favorevoli alla causa patriottica suscitavano spontanee manifestazioni di esultanza, persino veri e propri pubblici festeggiamenti. Nelle collettività italiane vi erano ovviamente fautori della lotta per i progressi costituzionali, per l’indipendenza e per l’unità nazionale, ma non mancava chi aveva opinioni contrarie, e qualche volta fra le due parti nascevano discussioni e incidenti. In ogni modo, le notizie delle vicende risorgimentali e delle rivendicazioni dei patrioti italiani vennero apprese nelle città del mondo arabo e turco anche dalle élites più attente e informate ed ai governanti non sfugg? il rischio del ‘cattivo esempio’, come ebbe a dire il bey di Tunisi, facendo seguire opportune raccomandazioni. Uno storico tunisino dei nostri tempi cos? valuta quella influenza:

«Actifs, ces réfugiés politiques italiens renforçaient évidemment l’influence occidentale dans la Régence, contribuaient à la modernisation de certains secteurs de la vie du Pays, et y diffusaient la culture et l’idéologie occidentales» e più avanti afferma: «Céla n’était pas sans importance ni sans conséquence sur la formation de la pensée réformiste tunisienne».[9]

[p.19] Degli esuli italiani in Algeria - fra i quali spicca la figura aristocratica di Federico Confalonieri[10] - molti erano ufficiali degli eserciti degli stati italiani o di quelli napoleonici discesi in Italia a partire dal 1797: in cerca di occupazione fu per essi naturale entrare a servizio delle forze francesi - precisamente nella Legione Straniera, come si è detto - impegnate nel controllo e nella conquista del paese maghrebino dopo lo sbarco del luglio 1830. Sul loro ruolo si pu? fare una riflessione: questi uomini del Risorgimento, certamente animati da nobili desideri di libertà e indipendenza dallo straniero per la loro patria italiana, non si rendevano conto della contraddizione della loro scelta di combattere a fianco dei francesi conquistatori dell’Algeria a danno della popolazione musulmana, araba e berbera, che pure con una coraggiosa resistenza aveva ben presto mostrato di voler respingere quella presenza doppiamente straniera, come potere politico e come espressione di civiltà.

A proposito di Garibaldi, dopo gli eventi romani del 1849, corse persino voce che l’eroe di Caprera volesse recarsi in Algeria a combattere a fianco degli arabi; nel comunicare la notizia al governo napoletano il console ad Algeri ne escludeva l’attendibilità con questa considerazione: «Abbenché si conosca l’audacia di questo bandito pur non di meno non sembra che questo progetto potesse avere il carattere della verità e che potesse essere eseguito». Anche gli storici dell’età coloniale non presero neppure in considerazione che Garibaldi potesse mostrare solidarietà per gli algerini in armi in difesa della loro libertà, come a noi oggi sembrerebbe naturale; se pur fosse andato al loro fianco sarebbe stato per «vendicarsi contro i Francesi che l’avevano costretto a ritirarsi con la sua legione da Roma». Una connessione tuttavia fra i patrioti risorgimentali e la lotta anticoloniale pu? ritrovarsi nella notizia, pur del tutto vaga, che intorno al 1843 si fosse costituita ad Algeri una società segreta, con la partecipazione di membri, perlopiù militari, di diverse nazionalità, ed anche di «non pochi arabi» «con lo scopo di cacciare i Francesi da tutta l’Africa mediterranea».[11]

La contraddizione in effetti fra gli ideali risorgimentali di indipendenza dell’Italia e i contemporanei auspici di una naturale proiezione mediterranea del nuovo stato appare intrinseca a tutto il pensiero risorgimentale e inevitabile in relazione ai tempi.

I primi esponenti sul finire del Settecento pensavano anzitutto al futuro potenziamento dei porti e dei traffici commerciali e alle necessarie garanzie per la [p.20] libertà di navigazione. Già il napoletano Matteo Galdi, ammiratore dei francesi, profetizzava lo sviluppo, d’intesa con la Francia, di una attiva presenza armatoriale e commerciale italiana nel Mediterraneo.[12] La centralità dell’Italia nel grande mare è asserita con chiarezza da Vincenzo Gioberti nel Primato degli Italiani (1843), dove si fa richiamo alla situazione geografica e insieme alle «condizioni di civiltà». Di una «restaurazione» italiana nel Mediterraneo parla anche, con una articolata riflessione storico-politica, Giacomo Durando nel suo Della nazionalità italiana (Losanna 1846); egli sconfina peraltro in esplicite rivendicazioni territoriali in diverse direzioni: verso l’Istria, la Corsica, Nizza e – come avverrà sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale – Malta.[13] Nelle Speranze d’Italia (1844) Cesare Balbo, riprendendo pensieri espressi già nel corso del ventennio precedente, sostiene le prospettive di una forte presenza italiana nel grande mare, nel quale la geografia le ha dato una posizione centrale, e porta a conforto dei suoi auspici la rievocazione dei tempi gloriosi e prosperi delle Repubbliche marinare. La tesi si inquadra nell’asserzione che nessuno stato europeo dovesse prevalere nel Mediterraneo e che per contro una situazione di equilibrio avrebbe consentito un’adeguata presenza dell’Italia come «grande potenza mediterranea e mondiale», idee ribadite in un’opera intitolata precisamente Del Mediterraneo, rimasta incompiuta e solo parzialmente edita.[14]

Per la ragione contingente che il presente convegno intende considerare la figura di Giuseppe Mazzini e per il rilievo altissimo che obiettivamente va riconosciuto al pensatore e patriota genovese, sembra doveroso richiamare il suo orientamento nei confronti dell’espansione italiana nel Mediterraneo. Non ci risulta un’analisi specifica in merito, ma sono già state evidenziate numerose inequivocabili affermazioni. Sin dal 1838 Mazzini avrebbe rivendicato, in modo peraltro del tutto generico: «l’Africa del Nord appartiene all’Italia»; più tardi, in un articolo del giugno 1866, sostenne: «Uno sguardo alla nostra posizione geografica e la serie dei nostri ricordi storici additano come gran parte della nostra futura vita economica sia intimamente connessa colle regioni orientali». Nel 1871 – un anno cioè prima della morte - più esplicitamente ancora precisava che «nell’inevitabile movimento che spinge l’Europa a civilizzare [p.21] le regioni africane, come il Marocco spetta alla penisola iberica e l’Algeria alla Francia, cos? Tunisi, chiave del Mediterraneo legata al sistema sardo-siciliano, spetta all’Italia».[15] Alla presenza di esuli italiani in Tunisia si connettono i cenni fatti da Mazzini stesso, in più di una occasione, alla possibilità che il paese maghrebino fosse base di preparazione e di partenza per una qualche azione in Sicilia.[16]

Nella storia del Mediterraneo del secolo XIX un posto di rilievo spetta alla progettazione e realizzazione del canale di Suez, ulteriore elemento per restituire al grande mare interno importanza geopolitica mondiale. Anche se un collegamento fra il Mediterraneo e il Mar Rosso era in qualche modo esistito sin dalla antichità e se l’idea torn? in discussione ai tempi del sultano Solimano e del papa Sisto V, una riflessione puntuale e adeguata dal punto di vista scientifico-tecnico ebbe inizio soltanto da parte di scienziati ed esperti aggregati alla spedizione napoleonica in Egitto nel 1798. Al progetto recarono poi un contributo fondamentale i sansimoniani negli anni Trenta dell’Ottocento e successivamente l’iniziativa pass? nelle mani dell’abile e talora troppo disinvolto Ferdinand de Lesseps, già rappresentante consolare della Francia in Egitto; a lui va il merito d’esser riuscito ad ottenere il consenso e l’appoggio del khedive egiziano e di aver raccolto le risorse finanziarie necessarie, attraverso la costituzione della Compagnie universelle du Canal marittime de Suez, con sede operativa a Parigi.

In Italia ci si cominci? ad interessare più attivamente alla questione quando il progetto fu definito (1854) e i lavori ebbero inizio (aprile 1859); il progetto prescelto era opera dell’ingegnere trentino Luigi Negrelli (Alois von Negrelli), funzionario dell’amministrazione austriaca, il quale nella soluzione tecnica adottata utilizz? alcune elaborazioni degli studiosi italiani di idraulica. L’interessamento italiano e la effettiva partecipazione al finanziamento dell’impresa risultano piuttosto ridotti rispetto al diffuso discorso portato avanti in Italia dall’inizio del secolo da molti pensatori e politici sul ruolo mediterraneo del paese. Un cenno a Suez lo fa anche Mazzini quando a proposito dell’opportunità di sviluppare il porto di Genova dice che ad esso sarà riservato «un immenso avvenire, se taglio dell’istmo di Suez».[17] Di questa marginalità della posizione del giovane regno nel mare che circonda la penisola e le isole fu riprova, e quasi espressione simbolica, il rango decisamente secondario del rappresentante italiano alla cerimonia inaugurale, il 17 novembre 1869, alla quale [p.22] furono invece presenti l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e l’imperatrice Eugenia in rappresentanza del marito Napoleone III.[18]

L’apertura del canale di Suez – che rendeva palese la superiorità tecnica e imprenditoriale europea, incoraggiando l’intraprendenza colonialista – segn? in effetti una accelerazione dell’espansione europea verso l’Africa orientale, più facilmente raggiungibile, e verso il mondo arabo mediterraneo, nel cui centro, l’Egitto, passava il nuovo itinerario della navigazione e dei traffici mondiali. Nel decennio successivo all’apertura del Canale o poco più tardi, il colonialismo europeo invest? in pieno la regione mediterranea: nel 1878 l’Inghilterra assunse il controllo di Cipro e nel 1882 occup? l’Egitto, a conclusione di un processo di ingerenza nella vita economica e finanziaria del paese; la Francia, da parte sua, mentre era ormai padrona dell’Algeria mediterranea, occup? nel 1881 la Tunisia (alla quale due anni più tardi impose formalmente il proprio protettorato).

Le speranze risorgimentali di un’affermazione italiana nella terra di Cartagine vennero cos? clamorosamente deluse, nonostante che nel paese si fosse da decenni costituita una comunità italiana operosa e in parte benestante, numericamente superiore a quella francese. In Italia l’amarezza e il rammarico furono grandi, ma il paese e i suoi governanti dovettero rassegnarsi alla realistica constatazione di non poter competere con la Francia. Il processo di unità nazionale perseguito dal Risorgimento era s? progredito con la riunificazione del Veneto al regno (1866) e poi con l’occupazione di Roma (1870), dove sarà prontamente trasferita la capitale; il Trentino per? e la città di Trieste con i suoi sobborghi, certamente italiani, appartenevano ancora all’impero asburgico. Non era nelle possibilità del giovane stato italiano risolvere prioritariamente la propria questione nazionale; prefer? dunque garantirsi prima nel Mediterraneo uno status di potenza, indirizzando realisticamente le sue aspirazioni verso il vilayet di Tripoli, l’attuale Libia. Dopo una accurata azione diplomatica che le garant? il consenso delle maggiori potenze europee, il governo italiano, allora presieduto da Giovanni Giolitti, a fine settembre del 1911 invi? un ipocrita ultimatum all’Impero ottomano e immediatamente dopo dichiar? aperte le ostilità, occupando rapidamente le principali località costiere della Tripolitania e della Cirenaica.

Dai primi mesi del 1911 era invero iniziata una campagna di stampa, ispirata dal governo, a favore della nuova conquista coloniale. Fra gli innumerevoli interventi [p.23] che incitavano alla ‘impresa di Tripoli’, come veniva chiamata, vi fu quello del vegliardo generale Ricciotti Garibaldi, figlio dell’Eroe dei due Mondi: il 15 agosto 1911 – come riferisce Giovanni Antonio Castellani (la data sembra peraltro piuttosto incongrua) - presentatosi inaspettatamente nel Salone della Stampa a Roma, dove da anni viveva appartato e lontano da manifestazioni pubbliche, dichiar?: «bisogna andare in Tripolitania. Dobbiamo andarci ad ogni costo, altrimenti ce la porteranno via come la Tunisia, e noi resteremo prigionieri nel Mediterraneo”.[19]

Si erano per? levate anche numerose voci contrarie all’impresa. Gli oppositori contestavano – ed avevano in effetti ragione – che il territorio offrisse rilevanti risorse e potenzialità agricole, minerarie e d’altra natura; altri aggiungevano che era infondata l’attesa di una accoglienza del tutto favorevole da parte della popolazione locale. Alcuni denunciarono con fermezza la contraddizione fra i principi e i valori risorgimentali e la sfacciata aggressione coloniale a danno dei libici. Arcangelo Ghisleri in una conferenza del 3 novembre 1912 , con riferimento alle cronache dei giornali italiani sulla indiscriminata repressione compiuta a Tripoli dalle truppe italiane pochi giorni prima, cos? si espresse: « i figli dei galeotti del papa, dei garibaldini, dei perseguitati dell’epopea del Risorgimento, davanti ai massacri e alle fucilazioni “in mucchio” di feriti o d’infermi, si abbandonarono cinicamente a farne dei quadretti di genere, a dilettazioni estetiche». In quei giorni lo storico britannico Trevelyan sulla weekly edition del “Times” scrisse: «gli Arabi di Tripoli hanno un punto di vista loro proprio che si rassomiglia perfettamente a quello degli antichi Italiani del Risorgimento contro l’Austria».[20] Lo stesso concetto l’esprime un agitatore socialista di un paesino d’Abruzzo in un opuscolo a stampa, poiché un discorso pubblico gli venne impedito, dove coraggiosamente afferm? che i combattenti arabi «rispetto agl’italiani, diventavano e diventano dei cospiratori, i quali non possono avere tanti scrupoli da non tirare alla sordina e alle spalle dei loro invasori», aggiungendo che se li si accusava di essere traditori, allo stesso modo si dovevano designare gli affiliati alla Carboneria o alla Giovine Italia.[21]. Il noto giornalista milanese Paolo Valera riassunse tutto in una frase lapidaria: «Gli Arabi sono come noi quando avevamo in casa i tedeschi», con riferimento al dominio austriaco nel Lombardo-Veneto.[22].

Non vogliamo terminare questa rievocazione storica senza chiederci cosa essa possa dirci in rapporto al nostro presente e a ci? che intendiamo pensare e volere [p.24] rispetto al futuro. Pu? essere anzitutto servita a misurare la distanza che ci separa da quel passato, pur se ce ne sentiamo eredi e di questa eredità condividiamo tuttora ed apprezziamo alcuni aspetti. Non è più il tempo di speranze, di rivendicazioni e tanto meno di lotte nazionali; almeno in linea di principio quei diritti e valori sono ormai universalmente riconosciuti e si cerca di tutelarli, grazie, certo, soprattutto alle battaglie ideali e di pensiero, e persino a quelle cruente che è stato necessario sostenere. Ma oggi, tanto più se rivolgiamo uno sguardo al mondo mediterraneo, l’impegno politico e morale che ci attende è quello di superare sempre più barriere nazionali, statali e di civiltà, per aprirci al rispetto e all’apprezzamento reciproci – fra gruppi, popoli, civiltà – nel riconoscimento di un passato condiviso e di un avvenire comune da costruire.

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[1] Il medico maltese Angelo Mizzi infatti, mio bisnonno materno, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento si trasfer? a Tripoli di Barberia, come allora si diceva, per esercitare con successo la professione durante il governo ottomano e poi quello italiano, sin verso gli anni Trenta del secolo scorso; dalla sua figlia primogenita, Elena (1883-1974), sposata al medico Sebastiano Zaccaria, attivo a Tripoli dai primi anni del Novecento, nacque nella stessa città maghrebina, nel marzo 1911 , la figlia Maria, mia madre, tuttora vivente.

[2] Per questo episodio e per tutta la situazione mediterranea alla fine del Settecento v. Bono 2005.

[3] At-Tahtawi 1974.

[4] Scicluna Sorge 1940, Michel 1936 e 1936a. Su Del Fabrizi vi è la voce nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 43, Roma 1993, pp. 803-812 (G. Monsagrati).

[5] Sugli esuli in Tunisia: Gallico 1928, Masi 1935 e Id. 1935a, Michel 1937 e 1941. Sul Borgia la voce di B. di Porto in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12 , Roma 1970, pp. 694-696 e su Calligaris quella di de Leone, Ivi, vol. 16, Roma 1973, pp. 753-754.

[6] Per l’Algeria: Michel 1935; per Tripoli: Rossi 1930.

[7] de Leone 1967, ad indicem. Lo stesso de Leone è autore della voce Calosso Giovanni Timoteo in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 16, Roma 1973, pp. 812 -814.

[8] Guerrini 1908, Ghisalberti 1936, Masi 1938a , Michel 1942, Castellani 1943, Miège 1957, Filesi 1982.

[9] Tlili 1974, p. 453.

[10] Masi 1938a e voce biografica in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma 1982, pp. 772-777 (L. Ambrosoli).

[11] Michel 1935, p. 178, ripreso da Bono 1984, pp. 22 -23.

[12] Su Galdi vedi Soriga 1930 e voce nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 51, Roma 1998, pp. 374-377 (C. D’Alessio).

[13] Barbieri e Visconti 1948, pp. 45-48; Curcio 1941, pp. 63-69. Sul Durando vedi Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Roma 1993, pp. 97-101 (P. Casana Testore).

[14] Curcio 1941, pp. 55-62; il riferimento all’opera sul Mediterraneo è tratto da C.E. Ricotti, Della vita e degli scritti del conte Cesare Balbo, Firenze 1856, I, pp. 212 -21 6. La parte edita in: ‘Incunboli d’imperialismo europeo. Cesare Balbo, l’occidente e il Mediterraneo,’ a cura di F. Traniello, in Contemporanea, I, 1998, pp. 263-79, con un richiamo a Balbo inizia l’articolo, di attualità, di d’Andrea 1943.

[15] Castellani 1940, p. IX; Curcio 1941, p. 84; Moffa 2006.

[16] Michel 1941, pp.268-269 (lettera del 17 marzo 1851) e pp. 330-331 (fine 1855-inizio 1816).

[17] Levi 1922 , p. 304; la citazione è tratta dai Brani di uno zibaldone mazziniano inedito, precisamente da una annotazione su «Il porto di Genova».

[18] Monti 1943, pp. 310-313, riferisce sulla inaugurazione e i festeggiamenti seguiti. In rappresentanza del re Vittorio Emanuele II era giunto il principe Amedeo di Aosta con una squadra navale ma la notizia di una nuova malattia del re obblig? il principe a ripartire per l’Italia il 21 ottobre.

[19] Castellani 1940, p. 21 9.

[20] La citazione di Ghisleri e quella del Trevelyan provengono da Ghisleri 1913, pp. 89 e 153.

[21] Ghetti 1911 . Sul dibattito politico a proposito della guerra libica si veda Bono 2005b.

[22] Valera 1912 , p. 17.