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Source: Proceedings of History Week 2005. (27-23). [Malta : The Malta Historical Society, 2005].

[p.27] GIUSEPE MAZINI, SARDO O ITALIANO?

Francesco Cesare Casula

Su Giuseppe Mazzini, figura fondamentale del Risorgimento italiano, si sono versati fiumi d’inchiostro dalla sua morte ad oggi, culminati con le celebrazioni del bicentenario della sua nascita avvenuta a Genova il 22 giugno 1805. Sembrerebbe, perci?, che tutto sia stato detto e scritto su di lui, e che ben poco sia rimasto da indagare riguardo alla sua personalità e al suo pensiero.[23]

Invece, c’è un aspetto della sua identità che non è stato mai affrontato dagli storici risorgimentalisti, e che coinvolge e stravolge tutta la vicenda di quella che è chiamata, impropriamente, l’Unità d’Italia: Mazzini fu sardo o italiano? (ovviamente, l’interrogativo si riferisce al campo delle istituzioni e non a quello dell’antropologia). Di certo non si pu? dire che Mazzini fu italiano, nel significato di appartenente alla Nazione italiana, dal momento che si pu? cominciare a parlare di Nazione italiana solo dopo il 1861.

Come si sa, per Nazione s’intende una collettività umana i cui membri hanno un idem sentire, ovverosia la coscienza di una comunanza di fattori aggregativi anche pregiuridici o postgiuridici (cioè, prima che la collettività si costituisca in Stato o dopo che lo Stato sia finito). La Nazione, quindi, non è un concetto politico o storico-sociale come lo Stato, costituito da uno o più popoli stanziati stabilmente in un territorio e legati da uno stesso vincolo giuridico originario, ma culturale, in quanto è formata da uno o più popoli abitanti dentro o fuori di un territorio statale, ubbidienti o non [p.28] ubbidienti allo stesso vincolo giuridico, purtuttavia aventi in comune - in toto o in parte - storia, lingua, folklore, tradizioni, letteratura, arte, religione, ecc.[24]

Vi sono Stati con all’interno più Nazioni, e Nazioni che occupano Stati diversi. E mentre uno Stato nasce e muore in un attimo, una Nazione si forma dopo anni, decenni, quando non addirittura secoli di vita comunitaria, meglio se all’interno di uno Stato; cos? come poi sopravvive alla fine dello stesso Stato che l’ha prodotta ancora per molto tempo, talvolta anche per millenni, com’è successo, ad esempio, alla Nazione ebraica che si è dispersa per il mondo con la diaspora del 70 d. Cr. Secondo gli storici tradizionali post-risorgimentalisti, la Nazione italiana esisteva, come idem sentire, prima del 1861, e la ricercano nel tempo per giustificare la nascita dello Stato italiano come risultato di una coiné - più che altro peninsulare - che inizierebbe addirittura dal Paleolitico.[25] E, in quest’ottica, spacciano, ad esempio, Alboino, Gregorio Magno, Federico II, Dante Alighieri, Cristoforo Colombo, ecc., per italiani in senso moderno; mentre, in realtà, Cristoforo Colombo era un cittadino della Repubblica di Genova il quale, se incontrava un cittadino della Repubblica di Pisa o di Venezia non lo sentiva “italiano” ma straniero, come un tedesco o un francese, e, se era il caso, lo combatteva. Cos? era per Dante Alighieri, esule a Ravenna, per Federico II, avversario della Chiesa di Roma, ecc.).

Noi, diversamente dai colleghi storici tradizionali, pensiamo che si possa incominciare a parlare di Nazione italiana solo dopo il 17 marzo 1861, quando il Regno di Sardegna s’annetté quasi tutti gli Stati peninsulari, i quali scomparvero cos? come soggetti giuridici, ma permasero con le proprie fisionomie nazionali ancora visibili come etnie all’interno di una Nazione italiana che ancora oggi si tenta di formare («fatta l’Italia, facciamo gli Italiani!») tramite l’istituzione di scuole comuni, l’impiego di mass media aggregativi (stampa, cinema, radio, televisione), e, soprattutto, tramite un insegnmento della storia patria altamente criticabile perché falso, in quanto fa passare la Storia dell’Italia (penisola) per Storia d’Italia (Stato).[26]

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[p.29] ? evidente, allora, che Giuseppe Mazzini non pu? essere definito italiano di nazionalità, semmai ligure. Aveva dieci anni quando divenne un suddito del Regno di Sardegna. Questo perché, sconfitto Napoleone Bonaparte a Lipsia, nella Battaglia delle Nazioni, dal 1? novembre 1814 fu discussa a Vienna, dal Comitato dei Cinque - formato dalle vincitrici potenze: Austria, Inghilterra, Russia, Francia e Spagna -, anche l’unione della recalcitrante Repubblica Genovese al Regno di Sardegna. Era accaduto che l’antico Stato genovese, che da Napoleone era stato chiamato Repubblica Ligure, il 4 giugno 1805 per plebiscito popolare aveva cambiato di condizione giuridica divenendo un’entità derivata, una provincia dell’Impero Francese divisa in tre dipartimenti: Genova, Montenotte e Appennini. Erano cessati, quindi, tutti i suoi strumenti di statualità. Perfino le monete, da quella data, erano diventate monete dell’Empire Français. Sennonché, terminata l’era napoleonica, nel clima euforico della restaurazione, dal 20 aprile al 31 dicembre 1814 i Genovesi avevano tentato disperatamente di riottenere la propria sovranità, e, con l’appoggio più o meno scoperto degli Inglesi, avevano ricreato lo Stato ligure chiamandolo Repubblica Genovese, di cui fecero in tempo a coniare una serie di monete a testimonianza della risorta indipendenza.[27] Ed è questo Stato che, volente o nolente[28] il 1 gennaio 1815 venne estinto con riconoscimento internazionale ed annesso al Regno di Sardegna col nome di Ducato di Genova, ed i suoi sudditi, fra cui il ragazzo Giuseppe Mazzini, divennero istituzionalmente sardi, come lo erano già, fra gli altri, Giuseppe Garibaldi, il re Vittorio Emanuele I, i ministri, i soldati, le bandiere,… tutto.

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Purtroppo di questo Stato, da cui discende tutta la nostra storia, nessuno sa nulla, né a livello divulgativo né a livello accademico; nessuno sa quando è nato, dove è nato e perché è nato e, in conclusione, che fine ha fatto o non ha fatto. Eppure, tutte le fonti storiche, archivistiche, letterarie, iconografiche, cartografiche sono chiare ed [p.30] evidenti: soltanto, non si vuole vederle forse per modestia d’origine, forse per spirito nazionalista, forse per ottusità scientifica.[29]

Nacque, col nome iniziale di Regno di “Sardegna e Corsica”, il 19 giugno 1324 a Cagliari-Bonaria.[30] Dalla sua istituzione fece parte di fatto della Corona d’Aragona, alla quale fu legato ufficialmente dalle Corti generali di Fraga nell’agosto-settembre 1460. Il 19 gennaio 1479, quando con l’unione personale fra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, sposati dieci anni prima, nacque la Corona di Spagna (la quale sommava in alternanza gli Stati della Corona d’Aragona con quelli di Castiglia senza tuttavia abolire di diritto queste due Corone), il Regno di “Sardegna e Corsica” fu ridimensionato nelle intitolazioni regie col solo appellativo di Regno di Sardegna, in quanto la Corsica non fu mai conquistata e fu inserita tra i regni nominali della nuova Corona iberica. Identificandosi con l’intera isola, il Regno rest? inalterato territorialmente fino all’8 agosto 1720, allorquando, in ottemperanza al trattato di Londra del 1718, pass? a Vittorio Amedeo II di Savoia che l’ampli? aggiungendovi i suoi Stati ereditari formati dal Ducato di Savoia (culla della Casata) e dal Principato di Piemonte, con i ducati di Aosta e di Monferrato, la Signoria di Vercelli, i contadi di Nizza e di Asti, il Marchesato di Saluzzo ed una parte del Ducato di Milano. Con ci?, il Regno di Sardegna divenne uno Stato composto, formato dall’unione di più Stati che conservavano la propria qualità di Stati, ma senza costituire un nuovo subbiettoad essi superiore, un nuovo Stato.[31] Dopo essere rientrato per oltre quindici anni - dall’[p.31] 8 dicembre 1798 al 19 maggio 1814 - nei confini dell’isola a causa dell’annessione napoleonica del Piemonte, il 6 giugno 1815, col Congresso di Vienna, il Regno, ripristinato nei suoi territori, s’accrebbe - come detto - del Ducato di Genova; Il 20 dicembre 1847, con la perfetta fusione, lo Stato da composto divenne unitario, con un solo popolo, un unico territorio, un solo potere pubblico esecutivo e legislativo;[32] per cui, dicono i manuali scolastici dell’epoca: «... esso Regno confina al nord colla Svizzera, e coi cantoni del Vallese e del Ticino; all’est con quest’ultimo cantone, col governo di Milano nell’impero d’Austria, col ducato di Parma, colla già Lunigiana toscana, e col ducato di Massa che attualmente fa parte di quello di Modena; al sud, col Mediterraneo; e, all’ovest, colla Francia».[33]

In seguito alle guerre risorgimentali, il 24 marzo 1860 il Regno perse il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza, ma acquis? i territori di altri Stati della penisola italiana: il Ducato di Parma (11 /12 marzo 1860), il Ducato di Modena (11 /12 marzo 1860), il Granducato di Toscana (11 /12 marzo 1860) e il Regno delle due Sicilie (21 ott. 1860), che, per incorporazione, si estinsero; e i territori di province staccatesi dai rispettivi Stati, come la Lombardia dal Regno Lombardo-Veneto (11 luglio 1859); la Romagna, le Marche e l’Umbria dallo Stato della Chiesa (4/5 nov. 1860). In pratica, fino alla mattina della domenica 17 marzo 1861 tutta la Penisola divenne parte integrante del Regno di Sardegna, di uno Stato che aveva ampliato la propria ecumene senza affatto cambiare la propria identità. Lo dicono i manuali universitari di Diritto: «L’attuale Stato italiano non è altro che l’antico Regno di Sardegna, profondamente mutato nella sua struttura politica e non meno mutato nei suoi confini territoriali...»; «Tutte le trasformazioni che si ebbero, dall’antico Regno di Sardegna ad oggi, furono trasformazioni interne, per le quali si trasform? bens?, e per importanti materie, [p.32] l’ordine giuridico preesistente, ma senza che questo venisse mai meno e cedesse il luogo a uno nuovo.»; «Lo stesso appellativo di Regno d’Italia, assunto con legge 17 marzo 1861 n. 4671, è solo il nuovo nome, più appropriato alla nuova situazione di fatto, assunto dall’antico Stato. Ma non vi fu, né in tale occasione, né in alcuna altra antecedente o susseguente, alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale.»[34] In questa cornice storica ed istituzionale si colloca la personalità giuridica di Giuseppe Mazzini, da considerare sarda a tutti gli effetti in quanto sottomessa alle leggi ed ai regolamenti sardi. Tant’è che nel 1830, proprio a causa delle sue idee politiche rivoluzionarie ed illegali il venticinquenne Mazzini fu arrestato dalle autorità sarde d’allora e costretto all’esilio dal Regno di Sardegna prima in Francia, poi in Svizzera e, infine, a Londra.

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Stando cos? le cose ci si chiede perché tutti i testi scolastici, le biografie, le enciclopedie rivendicano l’italianità di Giuseppe Mazzini, perché attribuiscono ad un ancestrale sentimento d’identità peninsulare - alimentato dai sogni poetici di Dante, del Petrarca, del Machiavelli e del Guicciardini - l’Unità d’Italia. Si tratta di un gioco di prestigio tutto post-risorgimentalista: quello di alterare e di reinventare la storia per ragioni squisitamente politiche, di convenienza, d’interesse nazionale. Ed ecco come.

Col Risorgimento non ci fu nessuna fusione, nessuna confluenza di Stati confederati o federati a creare uno Stato unitario italiano, non vi fu nessuna unità statuale in quanto tutti gli Stati peninsulari, tranne lo Stato pontificio e la Repubblica di San Marino (il Veneto era un territorio dell’Impero d’Austria), furono annessi, per guerra o plebiscito, al Regno di Sardegna, e si estinsero senza condizioni o sopravvivenze.[35]

[p.33] Il 18 febbraio 1861 Vittorio Emanuele II, con un solenne discorso rivisto dal suo ministro Camillo Benso conte di Cavour, inaugur? a Torino il nuovo Parlamento formato dai rappresentanti di tutti gli ex Stati e territori italiani annessi al Regno di Sardegna, al fine d’esaminare il progetto governativo di Unità nazionale (= non statuale). Il sovrano sorvegli? la discussione per far respingere le manifestazioni di tipo democratico, e, contrariamente a quanto fece il re dei Belgi in omaggio all’uguaglianza dei popoli statuali, rifiut? il titolo di re degli Italiani con l’ordinale iniziale (= Vittorio Emanuele I re degli Italiani) e mantenne quello di Vittorio Emanuele II di Sardegna. Scrive l’inglese Denis Mack Smith nella sua notissima Storia d’Italia, commentando quel delicato momento: «In ossequio alla vanità dinastica la costituzione italiana rimase esattamente la stessa concessa al Piemonte [leggi: al Regno di Sardegna] nel 1848 e il parlamento del 1861 fu nella terminologia ufficiale non il primo ma l’ottavo. Il re continu? anch’egli ad intitolarsi Vittorio Emanuele Secondo e celebr? il suo giubileo nel 1874, per quanto non mancassero critici che facessero osservare come Giacomo VI di Scozia avesse avuto la condiscendenza di intitolarsi Giacomo I d’Inghilterra ed Enrico III di Navarra fosse divenuto Enrico IV di Francia».[36] Dopo ampio dibattito, finalmente il 17 marzo 1861 il sovrano firm? col Cavour la seguente legge che, attraverso lui, cambiava il nome dello Stato da Regno di Sardegna a Regno d’Italia: Vittorio Emanuele II re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolo Unico

Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserta nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

[p.34] Ma, secondo il Diritto Costituzionale, «... non vi fu né in tale occasione, né in alcuna altra antecedente o susseguente, alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale. Lo stesso appellativo di Regno d’Italia, assunto con legge 17 marzo 1861 n. 4671, è solo il nuovo nome, più appropriato alla nuova situazione di fatto, assunto dallo Stato sardo.».[37]

* * *

Il cambio del nome di uno Stato non è una cosa grave, disastrosa, eccezionale. Sia il nome sia il titolo sia la simbologia statuale appartengono alla categoria degli “attributi di personalità” dello Stato, i quali possono essere modificati o aboliti senza che lo Stato ne soffra o cambi la propria condizione giuridica. Nel corso della storia ci? è avvenuto tante volte in tutto il mondo: nel 1302 il Regno di Sicilia cambi? il nome in Regno di Trinacria, nel 1789 il Regno di Francia cambi? il titolo e il nome in Repubblica Francese, dal 1939 al 1947 la Spagna non ebbe né titolo né nome, chiamandosi semplicemente El Estado. Il cambio del nome nel 1861 da Regno di Sardegna in Regno d’Italia fu, probabilmente, una cosa giusta e sensata, in quanto la maggior parte dell’ecumene statale era ora rappresentata dalla penisola italiana. Ci? che, invece, non è né giusto né sensato fu che, il cambio del nome, si port? dietro anche il cambio della storia dello Stato, e, con esso, la favola che Mazzini fosse italiano.[38]

Da quel momento, infatti, la storia dello Stato non fu più la storia del Regno di Sardegna, iniziato nel 1324 e pregnato per 537 anni dal sangue e dal sudore dei sardi ma la storia della penisola italiana, dagli etruschi ai piemontesi. Per cui, a scuola, dove si forma la società del domani, s’insegna la battaglia di Legnano o la disfida di Barletta, affatto ininfluenti nella formazione dello Stato, e non la battaglia di Lotucisterna o la battaglia di Sanluri senza le quali, oggi, non ci sarebbe quell’entità per la quale tutti noi, insulari e peninsulari, lavoriamo, preghiamo, combattiamo e paghiamo le tasse.

[p.35]

A detail from an engraved map of Southern Italy entitled ‘Italie Méridionale’ showing the island of Sardinia. This map was published in Paris and engraved by Sengteller.
(Private Collection)

[p.36]

A post-war print showing the life at Floriana at the turn of the twentieth century when Malta was still an impregnable fortress colony.
(Private Collection)



[23] La bibliografia su Giuseppe Mazzini è sterminata e va dai cento volumi decretati nel primo centenario della sua nascita: Edizione Nazionale. Scritti editi ed inediti, Cooperativa Tipografico-Editrice Paolo Galeati, Imola, 1906-1943, ai più recenti: G. Spadolini, Gli uomini che fecero l’Italia, Longanesi, Milano, 1993; D. Mack Smith, Mazzini, Rizzoli, Milano, 1993; R. Sarti, Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile, Laterza, Roma-Bari, 2000; S. Mastellone, Mazzini scrittore politico in Inglese, Olschki, Firenze, 2004.

[24] Tutto ci? che riguarda i concetti di nazionalità e statualità, richiamati in questo lavoro, proviene da: G. Del Vecchio, Lo Stato, Universale Studium, Roma, 1953; O. Ranelletti, Istituzioni di Diritto pubblico. Il nuovo Diritto pubblico italiano, Cedam, Padova, 1929; G Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Giuffré editore, Milano, 1976; Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti edita dall’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 35 vol. (più Indici e Aggiornamenti), ediz. Roma, 1949.

[25] E. Sestan, Stato e Nazione. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Edizioni Scientifiche Italiane, ediz. Napoli, 1994; G. Volpe, L’Italia che nasce, Vallecchi, Firenze, 1969.

[26] F. C. Casula, La terza via della storia. Il caso Italia, Ets, Pisa, 1997.

[27] G. Lunardi, Le monete della Repubblica di Genova, Editore Di Stefano, Genova, 1975. G. Pesce, G. Felloni, Le monete genovesi. Storia, arte, economia nelle monete di Genova dal 1139 al 1814, Stringa edit., Genova, 1975, pp. 173-175.

[28] Quantunque Vittorio Emanuele I, con le regie patenti del 30 dicembre 1814, abbia accordato ai Genovesi un’ampia (per allora) autonomia, è chiaro che la Liguria divenne una provincia sarda confinante con l’odiato Piemonte, la quale, al massimo, conservava una propria distinta nazionalità, ma nessuno strumento di sovranità. E come malcontenta entità subordinata compartecip? alla vita politica della federazione.

[29] Si vedano, ad esempio, gli Atlanti: M. A. H. Dufour, Le Globe, Paris, 1806; C. Maggi, Carta dell’Italia colla divisione attuale degli Stati, Torino 1847. E le seguenti carte italiane della Division of Maps della Library of Congress, Washington D. C., Usa: Fenner’s Pocket Atlas Modern & Ancient Geography, Robert Jennings, London, 1828; New General Atlas of the Globe, M. Malte-Brun, John Gregg, Philadelphia, 1828; Idem, 1829; Idem, 1832; A New General Atlas, G. S. Williams, New Haven, 1832; Italy I. Published under the Superintendence of the Society for the Diffusion of Useful Knowledge, Baldwin & Cradock, Londra, 1832; Noerdliches Italien, Stato Maggiore generale austriaco, F. V. Stülpn, 1833; Comprehensive Atlas, T. G. Bradford, Boston, 1835; New Universal Atlas, H. S. Tanner, Philadelphia, 1846. In una di queste carte compare, su Liguria e Piemonte, l’indicazione: “Sardegna continentale”, sbagliando per eccesso in quanto doveva esserci scritto “Regno di Sardegna continentale”.

[30] F.C. Casula, La storia di Sardegna, 3 vol., Delfino editore, Sassari, 1994.

[31] Secondo il Diritto, lo Stato composto è un tipo di aggregazione di Stati di diverse specie. Quella che ci interessa è la federazione. Essa dà vita ad uno Stato composto, in quanto elementi costitutivi di questo Stato sono più Stati i quali, nel loro insieme, costituiscono una corporazione paritaria. Nello Stato federale gli Stati membri hanno reciproca uguaglianza, e nessuno di loro ha di per sé la summa potestas, che oggi s’identifica con la capacità giuridica internazionale gestita dallo Stato federale nei rapporti con l’estero. Lo Stato federale ha un proprio territorio, formato dall’insieme dei territori degli Stati membri, ed ha una propria popolazione, formata dal complesso dei popoli dei singoli Stati membri. Dal 1720 al 1847 il Regno (territoriale) di Sardegna stette in unione federale col Principato (territoriale) di Piemonte, il Ducato (territoriale) di Savoia e la Contea (territoriale) di Nizza formando uno Stato composto chiamato, nell’insieme, Regno di Sardegna. Evoluzione naturale della federazione è la fusione degli Stati aggregati per dar vita allo Stato unitario, come avvenne per il Regno di Sardegna nel 1847.

[32] Lo Stato unitario o semplice è il risultato della fusione degli Stati dapprima federati che rinunciano volontariamente alle rispettive strutture politiche e istituzionali perdendo ciascuno l’originaria fisionomia statuale senza per? creare un subietto superiore, un altro Stato. Il Regno di Sardegna divenne Stato unitario o semplice nel 1847, e non nel 1861 in quanto, allora, non s’ingrand? per fusioni ma per annessioni.

[33] G. Caleffi, Nuovi elementi di geografia, Firenze, 1850, p. 343 ss.

[34] Vedi la nota 2.

[35] Questo concetto è recepito anche dalla storiografia tradizionale che pure mischia e confonde l’unità statuale con l’unità nazionale, e la politica con le istituzioni. Per esempio, scrive Giorgio Candeloro: «Per comprendere i caratteri principali dell’ordinamento dato allora [nel 1861] allo Stato unitario [?], che in misura notevole sussistono tuttora, si deve anzitutto ricordare che il modo in cui avvenne l’unificazione politica rese impossibile sia una soluzione federale, sia la convocazione di una Costituente nazionale, la quale stabilisse ex novo l’ordinamento dello Stato italiano. L’unificazione infatti fu realizzata mediante annessioni successive al Regno di Sardegna degli altri Stati italiani (o di parte di essi), una delle quali, quella della Lombardia, fu decisa da un trattato internazionale, mentre le altre furono deliberate da plebisciti che approvarono formule di unione incondizionata, cioè senza patti deditizi o clausole che garantissero la sopravvivenza nei territori annessi di istituzioni o di leggi particolari. Il principio dell’unione incondizionata, che non fu nemmeno posto in discussione al momento delle annessioni dell’Emilia e della Toscana, fu fissato esplicitamente dalla legge sulle annessioni proposta da Cavour e approvata a grande maggioranza dal Parlamento nell’ottobre 1860, in base alla quale avvennero le annessioni del Mezzogiorno, delle Marche e dell’Umbria. Il Regno d’Italia pertanto fu uno Stato nuovo per il suo carattere nazionale e perché fondato formalmente sul consenso popolare espresso dai plebisciti, ma fu anche la continuazione del Regno di Sardegna, dal quale eredit? la dinastia, lo Statuto e parti molto importanti dell’ordinamento legislativo, amministrativo, finanziario, militare, ecc.» (G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Feltrinelli editore, Milano, 1968, vol. V, pp. 105-106; 137-139).

[36] D. Mack Smith, Storia d’Italia. 1861-1969, Laterza, Roma-Bari ediz., 1987, pp. 94-95.

[37] G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale cit., p. 138.

[38] Fra i tanti, vedi: G. La Farina, Storia d’Italia dal 1815 al 1850, 6 vol., Soc. Editr. Italiana, 1851; L. Anelli, Storia d’Italia dal 1814 al 1863, 6 vol., Vallardi, Milano, 1864-68; N. Nisco, Storia civile del regno d’Italia dal 1848 al 1870, 6 vol., Morano, Napoli, 1865- 1892; C. Belviglieri, Storia d’Italia dal 1814 al 1866, 6 vol., Corona e Caimi, Milano, 1867-1870; L. Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, 4 vol., Guigoni, Milano, 1869-75; C. Mariani, Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870, 4 vol., Roux, Torino, 1882-84; C. Cantù, Cronistoria dell’indipendenza italiana, 4 vol., Unione Tipografica, Torino, 1893-1896; A. Gori, Storia politica d’Italia. Il Risorgimento (1860-1900), Vallar di, Milano 1904; I. Del Lungo, Patria italiana, Zanichelli, Bologna 1909; Bolton King, Storia dell’unità italiana, 2 vol., Treves, Milano, 1910; P. Larizza, Storia del Risorgimento italiano (1816-1920), Loescher, Roma, 1920; I. Raulich, Storia del Risorgimento politico d’Italia, 3 vol., Zanichelli, Bologna, 1920-23; M. Rosi, Storia d’Italia dalle origini del Risorgimento alla conflagrazione europea, Utet, Torino, 1922 ; B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1928; F. Cognasso, Storia d’Italia, 3 vol., Paravia, Torino, 1936; C. Spellanzon, Storia del Risorgimento e dell’unità italiana, 5 vol., Rizzoli, Milano 1943-53; F. Cognasso, S. F. Romano, A. Tosti, Storia d’Italia, 3 vol., Editrice Primato, Roma 1960; G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, 11 vol., Feltrinelli, Milano 1956-86; G. Procacci, Storia degli Italiani, Laterza, Bari, 1975; D. Mack Smith, Storia d’Italia (1861-1969), Laterza, Roma-Bari, ediz., 1987.