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Source: Proceedings of History Week 2005. (95-106). [Malta : The Malta Historical Society, 2005].

[p.95] GLI ESULI ITALIANI A MALTA E IL MITO RISORGIMENTALE DI DANTE

Gerard Bugeja

Dal terzo decennio dell’Ottocento fino all’Unificazione d’Italia, grazie alla presenza massiccia degli esuli italiani a Malta, venivano diffuse le opere più importanti della letteratura italiana. Come ben rileva uno studioso, “le vetrine dei negozi erano piene di diverse opere italiane, pubblicate a Livorno…, e altres? traduzioni dall’italiano”[176] Fra le opere di questi autori spiccavano quelle del sommo poeta, vale a dire di Dante Alighieri, il cui culto in Italia veniva sempre più crescendo dalla fine del Settecento per via di una nuova coscienza anelante alle libertà promosse dalla Rivoluzione francese. Fra i primi a lanciare Dante fu il Monti, che con la sua Bassvilliana del 1793, nonostante il suo spirito antifrancese e antigiacobino, lo presentava “non più come il remoto e venerando progenitore, ma come il maestro presente e vivo della nuova poesia e letteratura”.[177] Il poemetto del Monti sarà seguito a due anni di distanza da un’ode del Foscolo, e più tardi (nel 1818) dal Leopardi con Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze. Non mancavano nemmeno dantisti, che promuovevano il culto dantesco. Si attribuiva alla letteratura, per la prima volta, una missione nazionale e civile, il che generava la moda delle commemorazioni. A Ravenna non solo si restaura nel 1780 la tomba di Dante, ma vi si celebra alla grande il poeta con la partecipazione del popolo nel 1798. In breve Dante veniva sempre più visto come un eroe nazionale, ed è significativo il titolo di un saggio di Giulio Perticari, Amor patrio di Dante del 1820, che ispir? Mazzini quando compose il suo primo saggio, intitolato appunto Dell’amor patrio di Dante scritto nel 1826, anche se pubblicato nel 1837.[178] L’accento viene posto sulla dirittura morale di Dante, il suo coraggio nell’affrontare l’esilio, e nel censurare vizi e corruzione. Emblematico l’appello pieno di fervore lanciato dal giovane Mazzini: “O Italiani! Studiate Dante: non sui commenti, non sulle chiose; ma nelle storie del secolo…Apprendete da lui come si serva alla terra natia, come si vive nella sciagura”.[179] er Mazzini Dante era grande perché fece come i Greci [p.96] che “consecravano il loro genio all’utile della patria”.[180] In un altro scritto, Mazzini rileva che i due elementi della poesia sono “ la vita dei popoli e l’inno dei martiri” perché “per noi che abbiamo fede nei destini dell’umanità, crediamo…a un dovere di sacrificio nell’uomo, a una religione il cui centro sta nella patria…la Poesia vive in ogni contrada dove s’innalza una voce pe’ diritti violati…dove il martirio numera apostoli, e la libertà combattenti…la Poesia è l’entusiasmo dell’ali di fuoco, l’angelo dei forti pensieri, ci? che vi divina…vi caccia tra le mani la spada, la penna, il pugnaleè Schiller, Dante, Alfieri.”.[181] In un altro scritto egli sottolinea che “l’apice di civiltà” sta nell’“indipendenza politica e l’unità morale”.[182]

Tenendo presente la venerazione con cui era trattato il sommo poeta italiano, non ci si sorprende che gli esuli italiani sbarcati a Malta negli anni più importanti e al contempo più difficili per l’Italia, vale a dire dal 1820, l’anno dei moti insurrezionali, al 1860, portassero nell’isola il culto di Dante. Bisogna per? riconoscere che l’impatto riguardo il culto di Dante che lasciavano gli esuli italiani era disuguale. Questo era dovuto in parte al fatto che il soggiorno degli esuli variava da pochi giorni a un decennio. A nostro avviso, l’esule a cui va il merito di promuovere in modo consistente il culto di Dante a Malta fu Ifigenia Zauli Sajani.

Donna non solo colta, ma dotata di genialità, la Sajani era nata in Sarsina presso Forl? in Emilia-Romagna il 18 marzo 1810. Sposata dal 1829 con Tommaso Zauli Sajani, dovette subire l’esilio dato che il marito, dopo i moti di Forl? del 1830-1832, fugg? prima a Corfù, poi a Malta, dove arriv? il 19 luglio 1836. Il loro esilio si protrasse per ben dieci anni, fino al 1846 quando il marito, amnistiato da Papa Pio IX, poté

ritornare in Italia. Ifigenia compose e pubblic? a Malta quattro romanzi popolari. Questi romanzi storici fecero scuola perché alcuni scrittori maltesi, ispirati da essi, cominciarono a scrivere romanzi storici. Occorre inoltre ribadire che la lezione pratica gliela diede Ifigenia Zauli Sajani, anche perché uno dei suoi romanzi, Gli ultimi giorni dei Cavalieri di Malta, è ambientato addirittura a Malta ed esalta il sacerdote eroe, Mannarino, (il Dante maltese impegnato sul doppio fronte politico-religioso) che ispirerà sia scrittori (G.Vassallo, ad esempio, che compose Mannarino) che un artista maltese, Cal?, il quale fece un busto di Mannarino, basandosi su un ritratto antico dell’ecclesiastico, che si trova nel libro della Sajani.[183] Il romanzo per? che ci interessa da vicino è Beatrice Alighieri.

[p.97] Questo romanzo si pu? considerare un omaggio a Dante. La sua ammirazione per il poeta si pu? cogliere da quel che asserisce nella dedica al libro: “Quando per sollievo degli anni vissuti lungi dalla Patria, io visitava talora la mia terra natale, e di qui volava a Ravenna da te (la nobildonna Cornelia Fabri, nata Manzoni) aspettata e amorevolmente accolta, dalla tua casa io contemplava sovente la famigerata tomba che le sorge dapresso, e che tanto lustro aggiunge e codesta città-la tomba dell’Alighieri. E alla memoria di quel grande ispirandomi, correva la mia mente alla figliuola di lui, Beatrice, che pareami vedere nella corte de’ Polentani aggiravasi per quelle stanze medesime dove nata e cresciuta era la bellissima Francesca… Vaglia questo povero lavoro, qualunque ei sia, cos? a farti fede del mio animo, come ricordarti le sere d’autunno del 1842, in cui la tua conversazione, bella delle più nobili ed insigni persone di Ravenna, era spesso il Cardinale Amat, che in tempi difficilissimi, a me consorte di un Emigrato, non solo faceva volto benigno, ma dava gentile incoraggiamento a continuare nello esercizio delle lettere”.[184] Quando scrive questa dedica l’11 maggio 1847, Ifigenia sta per ritornare in Italia dato che il marito è stato amnistiato. La Sajani pu? identificarsi con Dante perché lei e suo marito soffrivano l’esilio appunto come Dante per motivi politici, e ci? cui anelavano-l’armonia e la pace fra gli Stati italianiera simile a quello che sognava il vate toscano. Lo stesso sentimento esprimeva suo marito nel suo scritto indirizzato alle autorità dell’Università di Malta che gli avevano negato un lettorato: “L’Italia, ben la sapete, è da lunghi secoli la terra degli esuli, e da Dante incominciando fino a Pellico, che sono le due anime a cui la religione inspirasse la più nobile e sublime poesia, non v’è italiano cui toccasse qualche celebrità che non dovesse soffrir pena di prigione o di esilio, e a cui non fossero infesti o gli eccessi della libertà, o gli abusi della religione, o i furori della tirannide.”[185]

Il romanzo intreccia le vicende immaginate di Beatrice, figlia di Dante con quelle storiche del Trecento. La trama è un po’ complessa, per?, a sintetizzarla, abbiamo la protagonista, appunto Beatrice, che viene ospitata dal signore, Guido Novello, che ospita anche suo padre, ma che rimane vittima di un rapimento e di un successivo imprigionamento, il quale, in un primo momento si pensa sia opera di corsari, ma che in seguito si scopre è opera di Ostasio, il cattivo che vuole sfruttare il rapimento ordito da lui stesso per incolpare gli Ordelaffi e fare guerra contro di loro. Naturalmente tutta la vicenda viene arricchita di colpi di scena, di episodi drammatici dove invidie, gelosie e odii si contrappongono a slanci d’amore, eroismo e idealismi. Certamente il libro diventa subito popolare, anche perché si pubblica a puntate nella rivista bimensile La Speranza, diretta da suo marito Tommaso. Dato inoltre che non tratta una vicenda [p.98] maltese, non trova critiche e opposizione, come era successo al suo primo romanzo, Gli ultimi giorni dei cavalieri di Malta, tacciato (da alcuni settori conservatori e reazionari) di rappresentare con prevenzione gli ultimi granmaestri (Ximenes, De Rohan e Hompesch) che regnarono su queste isole. Nel romanzo Beatrice Alighieri, sebbene la storia non sia incentrata su Dante, l’autrice sfrutta ogni occasione per divagare per soffermarsi su qualche aspetto della sua vita e della sua attività letteraria. Vengono inserite intere terzine della Divina Commedia o della Vita Nuova non solo nel racconto vero e proprio, ma anche nell’introduzione dei singoli capitoli per sottolineare qualche suo aspetto caratteriale, vuoi la sua tendenza al misticismo o alla spiritualità, vuoi la sua sensibilità amorosa. Dante viene perci? in tutti i sensi idoleggiato: è marito esemplare, padre premuroso, cittadino e libertario coraggioso, cristiano e visionario, a cui manca solo l’appellativo di santo. In poche parole, un uomo integerrimo, senza una pecca; anche la sua famiglia è ideale, con una moglie semplice e paziente, nonché figli anch’essi fior di virtù. La Sajani difende a spada tratta la moglie dall’accusa di non aver seguito il marito nell’esilio, adducendo il motivo che con i molti figli era più prudente rimanere a Firenze per allevarli e prendersene cura. Naturalmente lei poteva benissimo capire Gemma, data la situazione simile in cui si trovava. Difende pure Dante dall’accusa di non menzionare mai la moglie e i figli nella Divina Commedia, ritenendo che lo faccia per un senso di pudore e di riservatezza: infatti rileva il suo sentimento paterno perché Dante lo fa rifluire per riflesso nei vari personaggi della Commedia.

Si deve aggiungere a quest’opera inneggiante a Dante, la diffusione di Dante ad opera di suo marito che teneva una scuola d’italiano. Che alcuni intellettuali maltesi frequentassero inoltre i Sajani, è dimostrato da quel che si dice dello scrittore maltese, Giovanni Antonio Micallef, in una sua biografia: “Lo scrivere del Micallef ebbe l’approvazione, anzi le lodi, di molti letterati italiani, tra i quali giustamente annoveriamo i D Dri T.Zauli Sajani e L.Borsini, lungo tempo con noi dimorati”.[186] Un altro esule che aveva soggiornato a Malta per ben tre anni, dal 1821 al 1824, era Gabriele Rossetti, anche lui “cultore e profondo conoscitore delle opere di Dante”.[187] In Inghilterra avrebbe pubblicato studi su Dante, dove l’opera dantesca viene ritenuta come rivolta ad una società segreta in lotta contro la tirannide. Nel suo soggiorno a Malta lesse una poesia intitolata Il naufragio di S.Paolo a Malta, dove il santo patrono dell’ isola, che parla in tono biblico ed eloquente, viene rivalutato non tanto per il suo ruolo tradizionale di portatore di valori religiosi, quanto di quello di valori politici e libertari: S. Paolo ha sempre preso cura (politica) dei Maltesi, e ora ha mandato loro gli [p.99] Inglesi, che allora rappresentavano la democrazia e la libertà, come già l’Alfieri aveva asserito. A prescindere da questo giudizio sugli Inglesi, S. Paolo sarebbe da ricollegare a Rossetti stesso, ed emblematicamente a Dante perché anche lui, vale a dire S. Paolo, aveva provato gli abusi del potere, finendo sull’isola, esule e prigioniero.

Dal quadro fin qui tracciato risulta naturale che una parte della popolazione maltese, specie quella colta che frequentava gli esuli e simpatizzava per la loro causa, avesse i suoi buoni motivi per rallegrarsi all’avvenuta unità italiana, anche se questa non era stata realizzata come la desiderava Mazzini; della consistenza del mito di Dante e di quali suoi aspetti facessero tesoro questi Maltesi, simpatizzanti con il Risorgimento, si pu? avere un’idea dagli scritti letti nelle celebrazioni in onore di Dante nell’occasione del sesto centenario della nascita organizzate dalla Società di Lettere e di Scienze, e in seguito pubblicati nella rivista l’Arte.[188] Nel discorso di Nicola Zammit, il quale fungeva da decano della cultura e della letteratura italiana a Malta, essendo filosofo, nonché fondatore di vari periodici di natura culturale, Dante viene visto come “il precursore del civile risorgimento” dopo otto secoli di “abbrutimento e di decadenza”. Dante viene elogiato con termini superlativi, proprio alla stregua del romanzo di Ifigenia Zauli Sajani: Dante è quello che “compila il primo e permanente codice dell’universale moderna cultura…Questo Genio arriva: Dante è comparso, Dante! Che cos’è Dante? ? la cessazione di un’era, e il principio d’un’altra; è la prima e formale dichiarazione della moderna civiltà…è l’origine, il tipo, l’alfa della civiltà italica, e perci? della cultura e della riabilitazione europea; è la Carta poetica d’una generazione adulta, formata”.[189] L’importanza di Dante non si limita all’Italia, ma a tutta l’Europa perché il suo messaggio è “per noi una suprema legislazione di gusto, un precettore di civiltà-un bello assoluto e perpetuo”.[190] Quest’ammirazione per Dante rasenta per? l’idolatria dato che in nome di questa “moderna civiltà” di cui tiene le chiavi l’Europa occorreva eliminare quello che ne ammaccava la Gloria originaria: perci?, ad esempio, Zammit si lamenta degli elementi semitici (“i suoni gutturali”) infiltrati nella lingua maltese, retaggio degli arabi, i quali, per Zammit, sono “fanatica e rapace schiatta”: tale retorica patriottica, che giudicava altre razze inferiori, si faceva forte dei versi danteschi, specie quelli che si riscontrano nel canto VI del Paradiso dove l’aquila “atterr? l’orgoglio de li arabi”, e di quelli in cui sono esaltati i crociati e tutti coloro che combatterono contro i saraceni, (Cacciaguida, Guglielmo d’Orange, Orlando, Goffredo di Buglione, Roberto il Guiscardo).[191] Sembra addirittura un moderno Cacciaguida che incita a delle nuove Crociate. Nello stesso [p.100] tempo Zammit riconosce che gli arabi sono “possessori di utili scoperte, inventori della carta, della bussola, della scrittura numerica, amanti delle armonie, autori della rima”, come rileva Mazzini stesso nel suo D’una letteratura europea[192] pubblicato nel numero dell’Antologia di novembre-dicembre del 1829; purtroppo Zammit, secondo me, non avrebbe capito il messaggio profondo di Mazzini, per il quale quella dei crociati era una “pazza impresa”,[193] la quale per Mazzini, per? serv? perché dal contatto con l’Oriente le esperienze degli europei, allargandosi, fecero opera di incivilimento. Esemplare il rilievo che “né certo Pietro Eremita, levando il grido di Guerra agli Infedeli, indovinava, che la sua parola dovesse essere seme, e principio della universale risurrezione”,[194] esprimente una libertà da interpretarsi non tanto come “sentimento d’indipendenza” ma come spirito di “cittadinanza”,[195] che include tutto il continente. Vale la pena citare Mazzini: “Esiste dunque in Europa una Concordia di bisogni e di desiderj, un commune pensiero, un’anima universale, che avvia le nazioni per sentirsi conformi ad una medesima meta-esiste una tendenza europea. Dunque la Letteratura…dovrà inviscerarsi in questa tendenza, esprimerla, aiutarla, dirigerladovrà farsi europea.”.[196] Zammit conclude il suo discorso rilevando che Dante “è cos? il padre e il fondatore della moderna letteratura” perché “con una patria sul cuore ed una patria miseramente lacerata da sanguinose fazioni…Dante sente il bisogno di dotare con un insolito ed imperituro monumento d’una lingua la nazione”,[197] concetti, vale la pena di ribadire, attinti rispettivamente dalle idee circolanti in Italia sotto la spinta del Risorgimento, e per riflesso a Malta, grazie ai lavori dei coniugi Zauli Sajani, che a loro volta si rifacevano ai tre scritti di Mazzini cui s’è sopra fatto cenno: L’amor patrio di Dante, Ai poeti del secoloXIX e D’una letteratura europea. Se il discorso di Zammit è interessante a livello programmatico e teorico, le due composizioni dei due poeti fanno riferimento a situazioni concrete e conquiste politiche contemporanee, che spiccano perché in qualche modo collegate a ben noti motivi danteschi.

Ramiro Barbaro, anche lui grande ammiratore di Dante, compone per l’occasione due sonetti volti a sottolineare i meriti congiunti di Dante e Lincoln, il presidente americano, il quale era morto da poco e che aveva combattuto per l’abolizione della schiavitù, anch’essa condannata da Mazzini (“E un grido unanime not? d’infamia il commercio dei negri”).[198] Per Barbaro, Dante canta il “vero” e il “bello”, per cui “oggi [p.101] l’Europa ad onorarlo intende” dato che “è padre di favella” e coltiva “l’affettuoso sentimento”, molto probabilmente della libertà: infatti se nella Commedia e nell’opera dantesca in genere, mancano riferimenti specifici alla schiavitù, ci sono passi in cui la libertà viene esaltata come “lo maggior don che Dio per sua larghezza/fesse creando” (Paradiso,V,vv.19-20), per la quale l’uomo rifiuta la stessa vita per averla, come aveva fatto Catone. Il poeta maltese immagina che Lincoln, pieno dello spirito dantesco, effettui un atto di civiltà perché “Da rio servaggio/Volle libero l’uomo o bianco o moro” dato che la schiavitù va contro un diritto fondamentale dell’uomo: “Ingorda d’oro/Una brama e crudele, orrido oltraggio/ Al dritto fea.” Sia Dante che Lincoln sono “apostoli” del “ver”. L’ultimo verso del secondo sonetto li appaia in modo alquanto retorico, ma certamente molto efficace : “Dante è divino, Lincoln immortale”. In poche parole, Dante diventa pietra di paragone nei confronti di ogni avvenimento moralmente nobile. Lincoln rappresenta il potere temporale, lo Stato, che attua la giustizia, come l’aquila di Giustiniano del canto VI del Paradiso, dato che, per esso, il fine ultimo dell’uomo è la sua perfezione morale, motivo aristotelico che si riscontra nel Convivio (Trattato IV, Capo VI) e nel Monarchia (I,4). Lincoln, in questa prospettiva, fa opera civilizzatrice, il quale, alla stregua di Giustiniano, per “volere del primo amor” trae “il troppo e ‘l vano” delle leggi, permettendo nella fattispecie agli schiavi, che sono esseri umani, di attuare pienamente le loro potenzialità.

La composizione di Zaccaria Roncali, sebbene apparentemente tratti un argomento molto diverso- Le ultime ore di Dante Alighieri (un poemetto in endecasillabi sciolti)- in realtà è in rapporto dialettico con i sonetti del Barbaro. Dante viene immaginato in punto di morte, con lo sguardo languido e il respiro affannoso, circondato dagli amici e da Guido Novello, il “generoso Polentan” che “l’amaro esiglio /Addolcio al gran Poeta”. Roncali, che era poeta fine e sensibile, attinge dalla Commedia, ne fa ripetere a Dante un’ intera terzina: dal canto VI del Purgatorio Dante fa gridare alla bella Italia “ostel di duolo/ Nave senza nocchiero in gran tempesta, /Non donna di province, ma bordello!”; ribadisce, Dante, che “il bel paese” sta subendo “il vituperio”, espressioni attinte dal canto XXXIII dell’Inferno; Roncali coglie lo spirito di Dante in quanto, nonostante esprima la rabbia di Dante nel vedere la sua patria cos? maltrattata, rileva ancora il suo ottimismo, ricorrendo alla metafora dei due soli usata da Marco Lombardo nel canto XVI del Purgatorio: “Tempo verrà che la sublime imago/ Dei due soli raggianti su l’eterna/ Città s’avveri”. In altre parole, i problemi politici in Italia, ai tempi di Dante, erano la conseguenza diretta del fatto che non c’era uno Stato capace di dargli direzione: gli italiani ai tempi di Dante, erano vittime di fazioni, e della lotta fra Stato e Chiesa, fra ghibellini e guelfi, volti soltanto a tenere le redini dei rispettivi poteri: Dante perci? mor? triste, dato che non vide, come avrebbe voluto, una sana collaborazione fra Stato e Chiesa. Ora, nel 1865, all’Unità avvenuta ci sarebbero le premesse per la realizzazione per tale cooperazione. Dante pu? insomma dormire [p.102] tranquillo perché lo Stato ha acquistato autonomia, e pu? promulgare leggi giuste (perché il fine di uno Stato “dantesco” è la promozione delle potenzialità intellettive), mentre la Chiesa pu? promuovere gli interessi puramente spirituali. Naturalmente questa collaborazione fra Stato e Chiesa era solo una potenzialità, dato che c’erano ancora degli attriti e delle incomprensioni, specie con l’incameramento dei suoi territori in Italia, e la conseguente condanna da parte di Papa Pio IX col Sillabo degli Errori nel 1864. In questa prospettiva, la poesia di Roncali esprime un augurio che la Chiesa di Roma si dimostri resipiscente della posizione erronea presa o che lo Stato si dimostri generoso in qualche modo (ma questo succederà solo nel 1929, e per ben altri motivi), anche perché, a nostro parere, una simile contrapposizione avrebbe compromesso la posizione dei filoitaliani a Malta simpatizzanti con gli ideali del Risorgimento e anelanti se non proprio all’unità politica dell’isola con l’Italia, certamente ad una maggiore vicinanza, in nome di una comune radice culturale e religiosa, i quali sapevano che la Chiesa di Malta, sempre influente anche nelle decisioni politiche, non avrebbe voluto aver a che fare con uno Stato cos? laico che, potendo, ne avrebbe incamerato i beni. Che questi filoitaliani non avessero vita facile, è dimostrabile dalle vicende che accompagnarono le celebrazioni del sesto centenario della morte di Dante nel 1921.

Negli ultimi decenni del secolo diciannovesimo e nei primi del ventesimo secolo tale immagine di Dante, vale a dire del patriota pronto a sacrificarsi per l’amata patria, dell’eroe nazionale, era diffusa a Malta. Il circolo politico Giovine Italia ne promuoveva molto il culto. Quanto fosse imbarazzante e addirittura pericoloso farlo pubblicamente, è testimoniato dal discorso del presidente che precedette la conferenza (purtroppo irreperibile) tenuta da Carmelo Mifsud Bonnici, nell’occasione del sesto centenario della morte di Dante nel 1921, e pubblicato nel giornale di lingua italiana Malta. Il presidente si lamenta del fatto che il circolo sia stato l’ultimo a festeggiare Dante pubblicamente, anche se sottolinea che “in modo intimo”[199] (vale a dire quasi clandestinamente) lo hanno commemorato con varie conferenze e ne avevano fuso il sembiante in bronzo. Il presidente aggiunge le difficoltà incontrate a convincere certe autorità e persone influenti del bisogno di ricordare Dante perché “il culto per Dante in Malta non è monopolio della Giovine Malta, né confinato a questo circolo”.[200] Il problema era che Dante suscitava automaticamente il sentimento patrio isolano e i “sacrosanti diritti’ dei Maltesi da “reclamare”;[201] purtroppo, secondo il Presidente, alcuni altolocati e prezzolati calunniavano inoltre il circolo di attività illegali; per [p.103] questi “pochi, senza cuore, e privi di sentimento, patriottismo suona delitto”;[202] già il titolo del circolo, Giovine Malta, era tutto un programma (con il suo presidente, Enrico Mizzi, ritenuto da alcuni un filoitaliano idealista e radicale), che non suonava dolce agli orecchi dei dominatori inglesi, specie nel 1921 con il nascente partito fascista rivendicante diritti su territori non ancora redenti. La questione era inoltre complicata dal fatto che questi intellettuali sentivano un fortissimo attaccamento alla lingua italiana, chiamata “lingua di Roma di cui abbiamo la Fede” e che, “essendo pare nostra per natura, forma parte sostanziale di noi stessi”.[203] Si capisce come questi intellettuali gravitanti attorno alla cultura italiana e al culto di Dante, sentissero minacciata la loro stessa identità.

Da questo culto per Dante vedono la luce a Malta a cavallo fra Ottocento e Novecento traduzioni di parti della Divina Commedia nonché opere, specie le prime, tutte in italiano, del poeta nazionale maltese, Dun Karm, e di altri validi scrittori, miranti a cogliere a livello formale il ritmo dantesco mediato magari dal Foscolo e dal Monti, aspetti che sono stati già trattati mirabilmente da Oliver Friggieri, il maggior studioso dell’Ottocento italiano a Malta. In questa sede vorrei attirare l’attenzione su un’opera composta di sicuro prima del 1903, l’anno di morte prematura dell’autore, Ernesto Manara, che era rimasta manoscritta fino al 1970, quando fu pubblicata: l’opera tratta l’interpretazione-fatta con scrupolo filologico e di un’acribia da certosino-di due versi molto controversi dell’Inferno. Si tratta di un’opera consistente, in cui l’autore mostra di aver consultato vari studi, fra cui il commento analitico de La Divina Commedia (Londra, 1827) di Gabriele Rossetti, il che testimonia quanto fosse forte l’influenza di questo poeta che rimase dopo la sua partenza da Malta nel 1824. Per quanto mi consta, questo studio non è stato ancora rivalutato, per? merita uno studio o una tesi universitaria.

L’interesse a livello culturale e letterario in Dante e nella sua opera attira anche artisti maltesi. Nel campo pittorico notiamo l’impegno civile in alcuni quadri storici di Cal?, che, si ricordi, aveva studiato a Napoli, proprio fra gli anni 1865-67 all’indomani dell’Unità d’Italia. Furono lodati quadri quali La morte di Dragut, La morte di Maria Stuarda, Il Conte Ruggiero. Hanno ragione Fiorentino e Grasso nel ritenere che al suo arrivo dall’Italia Cal? s’era dato alla pittura profana[204] e più precisamente, secondo noi, a quella storica, dato che la pittura storica del maggior pittore italiano dell’epoca, [p.104] Francesco Hayez, era stata lodata e promossa dallo stesso Mazzini.[205] Hayez aveva infatti dipinto un quadro il cui soggetto era appunto Maria Stuarda. Che questo quadro fosse apprezzato molto da Ramiro Barbaro (il compositore dei sonetti su Dante e Lincoln) indica le affinità elettive fra i due, che si possono ritenere i due rappresentanti più all’avanguardia della cultura a Malta di allora. Un altro suo quadro, che si trova in una collezione privata, s’intitola Le Tre Rome: il quadro rappresenta tre momenti della storia d’Italia: la Roma antica con vari personaggi, fra cui Virgilio; la Roma medievale con altre figure, fra cui spicca Dante; le Roma risorgimentale con altri personaggi, fra cui risalta Carducci. La scelta dei tre poeti è motivata dal fatto che si vuole ribadire il primato di Roma nell’opera di civilizzazione, voluto dalla Provvidenza, per cui Virgilio rappresenta l’Impero romano, Dante simboleggia appunto lo stesso concetto imperiale con il suo centro a Roma, e Carducci, patriota e ammiratore di Dante, specie nella sua produzione giovanile. Un altro quadro, pure in una collezione privata, ritrae Dante nel Paradiso. Se Cal? abbia dipinto tali soggetti perché li sentisse nel suo intimo, o perché gli siano stati commissionati, è difficile appurarlo: certamente il loro essere stati commissionati, se non altro, riflette una diffusione nell’isola dell’opera dantesca, e il desiderio di alcuni collezionisti e amanti dell’arte di possedere quadri raffiguranti motivi danteschi. Nel campo scultoreo, Sciortino, scultore geniale che studi? a Roma, dove visse gran parte della sua vita fino allo scoppio della seconda Guerra mondiale, scolp? nel 1909, in pieno clima interventista l’Irredentismo, incidendo alla base i noti due versi dell’Inferno “s? com’a Pola, presso del Carnaro/ ch’Italia chiude e suoi termini bagna”, un Dante purtroppo sfruttato per motivi politici, o partigiani. Ciononostante, che il più bravo scultore maltese (non rinunci? mai alla sua identità, e passaporto, maltesi) abbia sfruttato in tal modo versi di Dante per motivi irredentistici come se fossero propri, la dice lunga sui rapporti tra Malta e l’Italia risorgimentale; e si pu? comprendere come e perché un valido poeta maltese, Vincenzo Frendo Azzopardi, componga nel 1921 una poesia che riflette il binomio Dante-Patria, come auspicato appunto da Mazzini. Anch’essa composta per il VI Centenario nel Circolo Giovanile ‘Foedus’ il 28 maggio 1921, s’intitola Ogni viltà convien che qui sia morta,[206] che è il noto verso dantesco dall’Inferno. Per apprezzarne tutta la carica occorre tener presente che due anni prima i soldati inglesi avevano sparato sulla folla uccidendo quattro persone, mentre era in atto un piano teso non solo ad anglicizzare Malta, ma anche a sopprimere la lingua e la cultura italiana.

Si notino il grido accorato e l’invocazione (di matrice mazziniana) a Dante e Alfieri della seconda strofa:

[p.105] Noi rievochiamo un vivo, e come Alfieri
Iva chiedendo ov’Arno è solitario
Auspicii all’urna per la patria afflitta,
E noi cos? per la dimane fieri
Chiediamo auspicii, o Dante, al tuo sacrario
E quella fede che nel libro hai scritta.

Dante pu? darci lezioni sul sacrificio:

Chi più di te parl? latino,
Chi più di te ce la dirà migliore,
Di te che avesti altero il tuo consiglio?
Non tu fosti soldato in Campaldino
E porti in fronte il crisma di dolore,
E porti il fiero marchio dell’esilio?

Non passeranno vent’anni che i migliori amici di Frendo Azzopardi, tutti amanti della patria e della cultura italiana, proveranno “come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e il salir l’altrui scale”,[207] in Uganda.

Alla fine del secondo conflitto mondiale, era da attendersi che il mito di Dante- quello del poeta “risorgimentale” dallo spirito combattivo-dovesse subire un’involuzione nell’isola, specie per via dell’identificazione, dell’osmosi che si era creata fra lui e l’Italia. Con l’isola ancora sofferente per le cicatrici fisiche e psicologiche non rimarginate, con ancora l’odore dei morti, e con un’intera popolazione che aveva resistito contro il nemico nazista e fascista (un fatto di cui si sentiva giustamente fiera), era difficile per gli intellettuali e poeti maltesi, filoitaliani e non, proporre ad un Paese cos? duramente provato un italiano, per quanto fosse geniale, come modello di riscatto nazionale.[208] Quando, ventidue anni dopo (nel maggio del 1967), sulla scia delle attività allestite nell’occasione del settimo centenario della nascita di Dante, fu innalzato a Floriana per iniziativa della Società Dante Alighieri un monumento in suo onore,[209] si anteponeva l’immagine di un poeta filosofo e pensieroso, assorto in un divino isolamento, a quella politica di uno battagliero, energico e aggressivo; un’immagine, a nostro parere, dimezzata del vate toscano che non rifletteva quanto [p.106] egli avesse ispirato, tramite il suo appello all’azione, alla libertà, all’eroismo, quei patrioti maltesi filoitaliani (da Fortunato Mizzi a Enrico Mizzi), che tanto avevano faticato per spianare la lunga e ardua strada per lo sviluppo costituzionale e per la sovranità di Malta, e -tramite loro- Gorg Borg Olivier, il loro naturale erede, che fu l’artefice dell’Indipendenza dell’isola nel 1964.[210]


[176] Oliver Friggieri, Storia della letteratura maltese, Milazzo, 1986, 57

[177] Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, 1967, 258

[178] Paolo Galeati (a cura di), Scritti editi ed inediti, Imola, 1906.

[179] Ibid., 22

[180] Ibid., 6

[181] Giuseppe Mazzini, ‘Ai Poeti del secolo XIX’, in Galeati, 362-63.

[182] Giuseppe Mazzini, ‘D’una letteratura europea’, 21 9.

[183] Emanuel Fiorentino, Louis Grasso, Giuseppe Cal?, Malta, 1991, 144-45.

[184] Ifigenia Zauli Sajani, Beatrice Alighieri, Malta, 1847,13

[185] Tommaso Zauli Sajani, Agl’Illmi Signori Membri del Consiglio Generale Dell’Università di Malta, Malta, 1846, 7

[186] L’Arte, n.81, Anno IV, 22 marzo, 1866.

[187] Bianca Fiorentini, Vincenzo Bonello, Lorenzo Schiavone, Echi del Risorgimento a Malta, Milano, 1982, 215

[188] L’Arte, maggio, 1865, n.61

[189] Ibid., 3

[190] Ibid.

[191] Paradiso, canto XVIII, vv.43-49

[192] Galeati.

[193] Ibid., 206.

[194] Ibid.

[195] Ibid.

[196] Ibid., 21 5

[197] L’Arte, 5.

[198] Galeati, 21 4.

[199] In Malta, 16 settembre, 1921 ,.2

[200] Ibid.

[201] Ibid.

[202] Ibid.

[203] Ibid.

[204] Fiorentino, Grasso, 114

[205] Giuseppe Mazzini, ‘La Peinture Moderne en Italie’, in Paolo Galeati (a cura di) Letteratura di Giuseppe Mazzini, vol.IV, Imola, 1915, 293-313.

[206] Oreste Ferdinando Tencajoli (a cura di), Poeti maltesi d’oggi, Roma, 1932, 182-185.

[207] Dante Alighieri, Paradiso, XVII, vv.58-60.

[208] Per il colpo inferto all’italianità per la conseguenza della seconda Guerra Mondiale, si veda Henry Frendo, Party Politics in a Fortress Colony, Malta, 1991, 210.

[209] Il monumento, di pregevole fattura, è di Vincenzo Apap.

[210] Per un’analisi particolareggiata di questo cammino costituzionale, si veda Frendo, passim.