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Source: Melita Historica : Journal of the Malta Historical Society. 1(1952)1(3-6)

[p.3] Il primo architetto dell’Ordine a Malta

Vincenzo Bonello

(Letta allUniversità nella prima tornata dellaMalta Historical Societyil 21 Febbraio 1951.)

           Malta, che dal mistero del lontano Neolitico allo splendore Barocco delle architetture dell’Ordine, presenta un volto architettonico che la pone, per nobiltà, in primissima fila tra i più dotati paesi del mondo, non ha una storia scritta della sua architettura; il poco che si è scritto intorno all’architettura maltese, anche quando è frutto di intelligente e misurata osservazione, è sempre monco e frammentario. Per architettura maltese intendo opere create e costrutte a Malta pure se con l’intervento di architetti nati oltre il breve tratto di mare che la divide dal resto del continente. E se conosciamo alcuni nonni di architetti, e possiamo cioè distribuire qualche rara etichetta col nome dell’autore a parecchi dei nostri monumenti, quei nomi, purtroppo, hanno spesso tra noi poca risonanza, anche se appartengono ad artisti consacrati da fama luminosa e sicura. Lo stesso Bartolomeo Genga di Urbino, che è uno dei più squisiti artisti del Rinascimento, nonostante il tentativo di qualche scrittore nostrano di strapparlo all’Umbria per annetterlo alla schiera degli architetti maltesi, è, a Malta, pressochéuno sconosciuto. Eppure il Vasari scrive che il Genga era a Malta tenuto “in somma venerazione, come raro e quasi un altro Archimede.” Quanti sanno – se pur ve ne siano – che questo architetto famosissimo ha lavorato a Malta, ed è morto proprio qui, ove è sepolto anonimamente a San Lorenzo di Vittoriosa?

           Oggi è un nome nuovo alla storia dell’architettura maltese che sto per rivelare agli studiosi; un nome che colma una lacuna e salda due periodi della nostra storia artistica. Come i marmi che emergono dalla terra dello scavo, coperti di incrostazioni, tormentati e frammentari, questo nome, rinvenuto, come in uno scavo compulsando le vecchie carte dell’Archivio dell’Ordine, ci presenta una figura artisticamente ancora non completa, la cui attività potrà essere solo in seguito ben fissata e definita con assoluta sicurezza.

           L’Isola nostra, per tutto il Medio Evo, e fino al 1530, non solo sul piano geografico e politico è una regione siciliana; le case e le chiese pre-cavalleresche, quando a Malta hanno un decoro d’Arte, non sono semplicemente di pretto stile siciliano, ma sono stato murate da maestranze siciliane. I palazzi Falson e GattoMurina della Notabile appartengono alla stessa nobile cerchia dei Palazzi Chiarimonti di Palermo e Montalto di Siracusa; del resto l’unico nome che la storia ci ha tramandato per quel periodo è un nome Siciliano, quello di Matteo Coglituri, Prefetto delle Fabbriche, nel 1527. [1] Con l’avvento dell’Ordine, la tranquilla vita [p.4] del paese che si evolveva col lento ritmo siciliano ha molto presto pulsazioni più rapide. I Cavalieri aprono all’Isola, con una nuova era, orizzonti assai meno esclusivi e molto più vasti.

           Le aggiunte dell’Isle Adam alla casa dei De Nava in Castel Sant’Angelo; il nucleo della vecchia Castellania dell’Ordine incluso più tardi nel Palazzo dell’Inquisitore e il poco che resta della prima Infermeria della Vittoriosa, sebbene presentino lo stesso volto ritardatario delle architetture precedenti, hanno già un sapore diverso; sono di un gotico meno ristretto e meno dialettale; è un gotico che non rammenta più nessun ascendente bizantino, come quando veniva di Sicilia; ma ha un aria più svelta e più continentale. A chi sono dovute queste architetture? Chi è stato, cioè, il primo architetto dell’Ordine a Malta? La Storia non ce l’ha tramandato, e le carte d’Archivio, spesso così loquaci, non è che ignorino l’ingegnere, l’architetto o il Protomagistro; ma semplicemente non si curano sempre di dirci come si chiamava! Dell’architetto Pietro da Prato, che ha costruito Forte Sant’Elmo, per citare solo un esempio, il nome è saltato fuori solo per caso, da un decreto che infliggeva sei mesi di carcere ad un cavaliere rissoso! [2]

           Il nome del primo architetto dell’Ordine a Malta, non risulta da un solenne documento d’Archivio, ma l’abbiamo, per così dire, da notizie di scorcio, di quelle che sfuggono spesso al ricercatore che segue la pista diretta; ed è per questo, forse, che non ha finora attirato l’attenzione di nessun scrittore. Nel 1543, costui, già vecchio, ricorre al Gran Maestro d’Omedes per chiedere un trattamento economico migliore, e, comunque più aderente ai suoi bisogni. La sua è una lettera d’accento famigliare che rivela particolari intimi e commoventi; ci presenta, più dell’architetto, il padre di famiglia, preoccupato per la sorte della moglie e dei figli, lasciati a Rodi, e per le figliuole che tiene con se e che da lui dipendono. La lettera, che sto per leggere nella sua integrità, è conservata, trascritta in un decreto del Liber Bullarum; è scritta nell’Italiano del tempo, cerimonioso, anche se alquanto dimesso:

Alo ill.mo et Rev.mo n.ro s.or lo gran maestro dig.mo, et al suo sacro cap.lognale; lo mjnimo servitore et vassallo de v.il.ma et R.ma S.ia, maestro nicola flavari di Rhodi, muratore et capomastro delle opere de muraglie de la religione supp.ca dicendo: che lo supp.te per lo grande amore che teneva et tene alla sacra religione abandonando la sua moglie et figli che teni in Rhodi, et sottomjtendo dicta soa moglie et figli a grande periculo deli infedeli qui dominano Rhodi, et restato qui per servir a la sacra Religione ia si fa annj dieci passati, magistrante la bona memoria de lo R.mo mio S.or fra philippo de villers lisladam predecessore de V.ill.ma et R.ma S.ia a la qual Dio doni longa et bona vita; delo qual tempo in qua sempre ha servito et serve a la detta sacra religione bene et fidilmente con far grande utilita et beneficio a la dicta sacra religione cò speranza, qual cosa perfin al presente non vide esser remunerato ne cresciuto di soldo, ma piu presto diminuito, cosa in verità che nò sperava havendo abbandonato con tanto periculo la moglie et figliole in Rhodi loco de infedeli senza alcun recapito, per che la promissione che lui tene qua nò li basta per lui solo et tene ancora qua due sue creature figle femine et lui ormai vecchio et non tenja altra speranza sino in la ricumpensa et augmentazione di salario de la religione considerando la grande [p.5] utilità et beneficio ha facto e fa continue a la religione, per che lo supp.te ha fatto fare li camini per li quali fare donava la religion a uno maestro francese scudi cinque lo mese de li quali la religione nò paga piu a fare dicti camini; Ili ha fatto imparare a multi schiavi de v.ill.ma et R.ma S.ia larte del muratore et per fare li camini, terrazze, cisterne et ogni altra cosa di boni maestri, et continue nò cessa da fare da bene in meglio et como dice lo soldo che la religione le dona nò li basta per se intratenjre con soe creature ne da qua ne de Rhodi che es da scuti cinq lo mese et tre salme di formento lo anno et flor.ni XII et aspri XV per una veste; et la pitanza, con la quale nò basta a mantenersi: per tanto ricorri a li piedi de v.ill.ma et Rev.ma S.ia come a fonte di pietà Justiti et mjsericordia humile supplicando placeat attentis premjssis provedere et comandare che al supp.te sia cresciuti lo dicto soldo considerata la industria et utilità che rende a la religione ogni anno per che lui fa tutto quello che un ingegner potria fare, per lo quale intratenere saria necessario a la religione scuti cinquecento; in tutto quello che a v.ill.ma et Rev.ma S.ia et suo Sacro cap.lo li parerà a li bene placiti servjti et ordinazione de la quale si offerisse, con la quale si possa mantenere con sue creature come spera et lui sarà tenuto da bene in meglio servare, et continue pregare dio per la longa vita et stato felice de v.ill.ma et Rev.ma S.ia et suo sacro Cap.lo che dio salve et mantenga. Amen.” [3]

           M’affretto a dire, sebbene la cosa abbia importanza molto secondaria, che il Gran Maestro e il suo Capitolo Generale esaudirono di buon animo le giustificate richieste dell’architetto.

           Il Flavari, dunque, si proclamava modestamente muratore et capo mastro delle opere di muraglie; e non ingegnero o architetto. Questo, particolarmente alle orecchie nostre abituate a titoli di conio più solenne, potrebbe trarre in inganno e suggerire posizione di sottordine; ma a parte il fatto che capomastro non è che la forma volgare del solenne Protomagistro; sulla scorta di altre notizie, sporadiche anche queste, possiamo subito rimetterci sul terreno più sicuro della terminologia consueta. Nel 1547, il Flavari libera un suo schiavo. Il possedere uno schiavo è gia un indizio sufficiente di posizione sociale molto al di sopra del semplice muratore come oggi lo intendiamo; nel salvacondotto, rilasciato come di consueto a nome del Gran Maestro, questo schiavo, ormai uomo libero, è detto: “schiavo e servo per più anni di maestro Nicolò Flavari, prothomaestro delli architettura nostra” [4] ; e questo è il titolo ufficiale dell’architetto ordinario dell’Ordine, com’è ricordato nell’iscrizione della porta di Koskino, a Rodi, del 1457, e nelle carte dell’Ordine fino a tutto il ’700. Il Flavari non è ricordato fra gli architetti che operavano a Rodi [5] ; e può darsi benissimo che in quell’isola coprisse anche un ruolo minore; ma che e Malta fosse l’architetto ufficiale e ordinario dell’Ordine non mi pare possa esser messo in debbio. Nella sua lettera non accenna a nessuna opera sua perchè evidentemente era superfluo; e se precisa e rammenta che ha insegnato agli schiavi il mestiere di muratore, lo fà appunto perché questo non entrava nelle attività solite del protomastro delle Opere.

           [p.6] L’accenno ai caminetti, ha poi tutto il sapore di un’ignorata anche se modesta curiosità storica. Il caminetto non era ignorato a Rodi; sappiamo per esempio, di uno monumentale che troneggiava nella Corsia maggiore dell’Infermeria, portato via nel 1854, dal console inglese di Beirut [6] ; a Malta, però, è molto probabile che questo conforto fosse ignorato prima dell’avvento dell’Ordine; e qui mi pare di cogliere la notizia della prima apparizione, sotto i tetti maltesi della linea e del calore intimo del caminetto.

           Sul Flavari abbiamo poi un altro documento, l’ultimo; e non è meno triste del primo: quello che ci presenta il nostro Protomagistro vecchio, inoperoso, decrepito. Nel 1555 l’Ordine assume un altro architetto: il mastro Nicola Belavante. [7] Il Flavari, come apprendiamo dallo stesso decreto che fissa lo stipendio del nuovo architetto, è messo a riposo, e gli concedano, pel suo sostenimento, quattro scudi al mese!

           Questo Nicola Belavante, sul quale non abbiamo altre notizie, e che sarebbe il secondo Protomagistro dell’Ordine a Malta, non era, fino ad oggi incluso nelle liste degli artisti che hanno operato nell’Isola; la sua presenza qui, però, dev’esser stata molto breve; perchésoli due anni dopo, l’Ordine già cercava un altro architetto, infatti il Cav. Fr. Cesare Visconti, inviato a Roma per comunicare a quella Corte l’elezione al Gran Magistero di Fr. Giovanni de la Valette, ha per incarico di cercare di procurarsi un buon architetto “a Milano o a Fiorenza alcuno così buono e pratico et savio nellarte sua et tale a cui possiamo fidar tanto li edificij et fortezze incominciate quanto quelle che si hanno da far.” [8] E, l’architetto prescelto, questa volta, conteso a sovrani e principi, fu oltremodo “buono pratico et savio nellarte sua,” perché si chiamava Bartolomeo Genga.

           Abbiamo dunque, sul Flavari, delle notizie e delle date fisse e sicure; sono però tali da consentirci una rapida delineazione della sua figura artistica, e sufficienti per poter attribuirgli, con certezza assoluta, le opere sorte nei primi tre lustri dell’era Giovannita a Malta? A me pare che queste opere abbiano uria linea abbastanza unitaria di svolgimento e che s’integrano in un sol momento artistico; ma questioni come queste non possono essere chiarite completamente in una semplice nota come la presente. Comunque le notizie che oggi possediamo, sono così ricche di possibilità di sviluppi, che non mi dispiace davvero di averle disseppellite.



[1] MALTA ILLUSTRATA del Conte Giovanfrancesco Abela, corretta e accresciuta dal Conte Giovanantonio Ciantar. Malta, 1780; Lib. IV; Not. III; p. 421.

[2] LIBER CONCILIORUM; A.O.M. 88, f. CIIII.

[3] LIBER BULLARUM; A.O.M. 419, ff. CCXII-III.

[4] LIBER BULLARUM; A.O.M. 420, f. CX.

[5] ALBERT GABRIEL, La Cité de Rhodes 1310-1522. Paris, 1921-1923.

[6] DE BELABRE, Rhodes of the Knights. Oxford, 1908, p. 103.

[7] DECRETA CONCILII; A.O.M. 209, f. 164.

[8] LIBER BULLARUM; A.O.M. 426, f. CCLXXIIII.