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Source: Melita Historica : A Scientific Review of Maltese History. 4(1965)2(77-95)

[p.77] Di alcuni Scritti intorno al Grande Assedio del 1565

L. R. Schiavone, M.A. (Lond.).

Nel corso di alcune ricerche effettuate mesi fa all'Archiginnasio di Bologna, su alcuni aspetti letterari del Cinquecento italiano, ci siamo a caso imbattuti in diverse "relationi" e copie di lettere riguardanti l'aspra lotta che i Maltesi e le forze cristiane loro alleate ebbero a sostenere, sotto la valida guida dei Cavalieri Gerosolimitani, contro le preponderanti schiere turche nel memorabile Grande Assedio del 1565. Tali lettere e relazioni, la cui pubblicazione risale addirittura agli ultimi mesi di quello stesso anno, seguono fra l'altro una farraginosa miscellanea di scritti che videro la luce l'anno prima per ricordare la scomparsa del grande Michelangelo, e sebbene gli storici dell'Assedio nelle loro opere possano aver attinto ad alcune di esse, fornite direttamente da uomini che avevano attivamente partecipato alla difesa dell'Isola, noi abbiamo tuttavia ragione 'di ritenere che altri ancora fra questi scritti siano sfuggiti agli studiosi, sia per l'esiguo numero di copie stampate in gran parte perdute, sia per i luoghi più impensati in cui sono andate a cacciarsi, come nel nostro caso, le poche copie sopravvissute al tempo e all'incuria degli uomini.

Abbiamo ritenuto utile, quindi, nel quarto centenario del glorioso evento senza pretesa di far cosa nuova, riportare di tali notizie, aggiungendovi qualche nostra osservazione, quanto a nostro avviso possa essere poco noto ai nostri lettori, o comunque riesca a suscitare in loro l'interesse per una migliore conoscenza idei grandi fatti d'arme che in un momento assai delicato nella storia della Civiltà occidentale fecero di Malta il baluardo della Cristianità contro la grave minaccia proveniente da Oriente. [1]

Come si può rilevare dal materiale che ci è venuto in mano, al Gran Maestro La Valette non mancarono gli uomini e i mezzi, anche quando Pisola si trovava praticamente accerchiata dalle navi turche ed era tagliata quasi ogni comunicazione con la vicina Sicilia, per far giungere ai Principi cristiani, e particolarmente a Don Garcia di Toledo Viceré di Sicilia, il suo accorato appello per tenerli informati sull'andamento d'elle operazioni militari nell'Isola, per ripetere il suo fermo proposito di opporsi con tutte le energie al furibondo assalto del nemico e per sollecitare al tempo stesso l'invio a Malta di uomini, armi e munizioni. Intrepidi Maltesi e valorosi Cavalieri, sempre pronti ad [p.78] affrontare ogni pericolo e morte, riuscivano spesso, grazie anche ad alcuni grossi errori tattici e strategici dei Turchi, a rompere il cerchio di ferro e di fuoco dell'assedio e raggiungere Messina con secreti dispacci del Gran Maestro che consegnavano nelle mani di Don Garcia al quale, inoltre, facevano rapporto verbale sulle operazioni in corso nell'Isola.

Nei mesi successivi alla vittoriosa conclusione dei combattimenti, che avevano messo a durissima prova la solidità delle fortezze maltesi e il valore dei nostri, diversi Cavalieri e uomini d'arme che nell'Isola avevano preso parte alla cruenta lotta contro le milizie di Solimano scrissero ai loro familiari ed amici sul Continente narrando loro il grande spiegamento di forze del nemico, il suo spreco di uomini e materiali pur di soggiogare ogni resistenza dei difensori, le gesta eroiche di questi ultimi, i disagi e i patimenti da loro sofferti durante l'assedio durato quasi quattro mesi, e la gioia provata nella definitiva sconfitta del Turco invasore. Dalle informazioni raccolte da tali rapporti e missive furono presto compilati "con diligenza e sotto brevità" e pubblicati dei brevi compendi sull'Assedio di Malta che, in mancanza di altri mezzi di diffusione, fecero il giro di tutta Europa e resero celebre il nome dell'Isola dei Cavalieri, "importantissimo antemurale de tutto il Christianesimo". [2]

E appunto uno di questi compendi, stampato la prima volta a Roma nel 1565 e subito dopo a Bologna per Alessandro Benaccio, abbiamo trovato nella suddetta miscellanea all'Archiginnasio bolognese e ci siamo proposti di far conoscere ai nostri lettori. Seguiranno una "relatione'' di Orlando Magro, pilota maltese della Galera Capitana del Gran Maestro, e una lettera inviata dal Borgo di Castel Sant'Angelo il 13 settembre 1565 dal Cavaliere italiano Don Francesco di Guevara ad uno dei suoi amici il cui nipote aveva perso la vita in un combattimento sugli spalti maltesi.

Non è nostro proposito commentare l'attendibilità dei dati che s'incontrano in questi scritti, quasi tutti confermati, del resto, in altre pubblicazioni dell'epoca, bensì quello di avanzare alcune modeste osservazioni sui tempi in cui si è svolto questo violento scontro tra là Croce e la Mezzaluna, e sullo spirito che animò allora gli autori di questi scritti.

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Mentre le soldataglie dell'ambizioso Solimano si accingevano ad espugnare le fortificazioni della piccola isola, mediterranea, importante tappa nella loro tracotante marcia verso la conquista del vecchio continente, l'Europa usciva appena, divisa e indebolita, da una lunga e duplice contesa che aveva minacciato di totale disgregazione la sua millenaria cultura civile e religiosa.

[p.79] La Dieta di Augusta nel 1555 aveva cercato di risolvere in qualche modo, seguendo il principio "Cuius regio, eius religio", lo spinoso e delicato problema religioso che aveva diviso per quarant'anni la Germania in due campi violentemente avversi. Infatti, in seguito ad un compromesso raggiunto tra Ferdinando d'Austria e i principi tedeschi questi 'ultimi si assicuravano il diritto, ognuno nel proprio territorio, di decidere il culto e l'organizzazione da seguire nella Chiesa. Indubbiamente, gli accordi stipulati tra i contendenti erano ben lontani dai! garantire ai sudditi completa libertà religiosa, ma riuscirono tuttavia, pur senza restaurare una vera pace religiosa, ad allontanare dalla Germania per cinquant'anni lo spettro della guerra civile.

Dal canto suo, il Concilio di Trento, convocato da Paolo III nel 1548 e conclusosi sotto Pio IV nel 1568, aveva iniziato una vasta opera di consolidamento della Chiesa Cattolica definendo dottrine, istituendo seminari, e promulgando salutari editti di riforma dei costumi nel tentativo di tamponare la grossa falla che si era venuta a formare nella Chiesa con la Riforma protestante. Al pontificato di Paolo III risalgono pure la riorganizzazione dell'Inquisizione e l'istituzione della Compagnia di Gesù. Riuscì così alla Chiesa, ai tempi dell'assedio di Malta, di conservare quasi intatta la fedeltà dei popoli d'Europa che s'affacciavano sulle coste centro-occidentali del Mediterraneo.

Chiudeva nel frattempo la lunga guerra tra Francia e Spagna il Trattato di Caveau-Camibrésis concluso nell'aprile 1559 tra Enrico II e Filippo II. Il sanguinoso dissidio tra le due grandi potenze che risaliva al 1494, anno in cui Carlo VIII di Francia, chiamato da Lodovico il Moro, era sceso in Italia alla testa delle sue truppe a conquistare il regno di Napoli, aveva assunto vaste proporzioni nel 1521 quando Carlo V, erede di Spagna e d'Austria si trovò in gara con Francesco I di Francia per il dominio dell'Europa. Ebbero inizio così, interrotti da trattati di pace e da tregue di breve durata, quarant'anni di lotta crudele che coinvolse altre terre del continente, sconvolgendo i vecchi sistemi sociali, portando la rovina alle risorse economiche d'Europa, ed esponendo il fianco sud-oriertale del campo cristiano agli attacchi sempre più incalzanti delle forze armate musulmane. Dopo alterne vicende e larga profusione di sangue e denaro la guerra fu decisa nella battaglia campale di San Quintino il 10 agosto 1557 ove l'esercito francese al comando di Montmorency fu distrutto da Emanuele Filiberto di Savoia alleato degli Spagnuoli. L'umiliante sconfitta toccata alle sue armi e il diffondersi della religione riformata in Francia indussero Enrico II ad aprire trattative con Filippo di Spagna, anch'esso interessato a porre fine alle ostilità per il pauroso deficit finanziario del suo Tesoro e il crescente malcontento politico e religioso nei Paesi Bassi.

Il Trattato di Cateau-Camibrésis segnò il completo fallimento della politica francese in Italia. La Francia non solo fu costretta a rinunciare alle sue pretese sul Napolitano, ma dovette anche abbandonare il Milanese, sgombrare la Corsica in favore dei Genovesi, e restituire la Savoia e il Piemonte al Duca Emanuele Filiberto. Inoltre, il Duca fu segretamente legato con trattato alla Spagna; anche Genova e la Toscana si trovarono per interessi stretti alla politica spagnuola in Italia.

Stanchi per un lungo periodo di lotta che aveva fatto del loro territorio il campo di battaglia tra due potenze straniere, gli Italiani accolsero con gioia [p.80] la firma del trattato che doveva avere in seguito conseguenze spesso funeste sullo sviluppo della vita italiana.

Nonostante gli sforzi fatti per comporre le più grosse vertenze politiche e religiose d'Europa, diversi focolai d'intolleranza e di incomprensione tra i popoli dei vecchio continente continuavano a serpeggiare in varie parti. Il distacco completo della Chiesa d'Inghilterra dalla comunione con Roma, la guerra civile scoppiata in Francia tra Cattolici e Ugonotti, la politica di crudele repressione seguita dalla Spagna nei Paesi Bassi con la conseguente minaccia di un’insurrezione armata, questi ed altri gravi problemi dovevano tormentare la Cristianità per molti anni, e presentavano un’Europa sconvolta, divisa e dissanguata da lunghe lotte fratricide nel momento in cui Solimano II stava per vibrare un colpo decisivo al cuore dell'Europa con l'assalto alle difese di Malta. [3]

L'impero turco sotto il Magnifico era allora all'apice della sua potenza. Erede di un vasto patrimonio, e capo di un esercito e di una marina ben organizzati ed equipaggiati, Solimano nella sua gioventù si era sentito chiamato a riprendere la marcia nel cuore dell'Europa. Già nel 1521 aveva espugnato Belgrado, e l'anno dopo conquistato l'isola di Rodi dopo una eroica ma sfortunata resistenza oppostagli dai difensori Gerosolimitani sotto il Gran Maestro Villiers de l'Isle Adam, Nell'agosto 1520 le soldatesche turche, dilagatesi nella pianura magiara, sconfiggono duramente l'esercito cristiano sotto Luigi II d'Ungheria rimasto ucciso sul campo di Mohacz. Occupata Budapest nel 1529 i Turchi, incoraggiati dallo stesso Francesco I di Francia, si lanciano all'assalto di Vienna, ma ne vengono respinti dopo tre settimane di furiosi attacchi. Dopo la vittoriosa spedizione contro la Persia nel 1534, Solimano ritorna in Europa e occupa l'Albania nel 1537. Validamente coadiuvato da intraprendenti corsari, fra i quali spiccano Khair-ed-Din Barbarossa e Dragut. riesce ad ottenere il controllo quasi completo delle coste settentrionali d'Africa, e nel 1551 s'impossessa della città di Tripoli, caposaldo cristiano che esso teglie ai Cavalieri di San Giovanni. Le coste di Barberia diventano un covo di pirati musulmani per incursioni contro la penisola iberica e l'Italia meridionale.

Imbaldanzito dalle sue numerose vittorie per terra e per mare, spinto dai suoi cortigiani che consideravano assai facile l'impresa di Malta, infastidito dalla costante minaccia che l'Isola costituiva per la navigazione nel Mediterraneo delle sue navi da guerra e da trasporto, e confortato purtroppo dalle lotte intestine dei popoli d'Europa, il vecchio Solimano, ora settantenne, pensava di coronare il suo lungo regno con la conquista di Malta, mandando così ad effetto, con una brillante operazione "militare, un progetto lungamente [p.81] accarezzato e infliggendo con l'espugnazione delle difese maltesi un colpo mortale all'Europa cristiana.

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Nella tormentosa situazione europea che rendeva impossibile un'azione comune contro il comune nemico toccava all'Isola di Malta, avamposto cristiano nel centro del Mediterraneo, l'arduo compito di arrestare la baldanzosa avanzata delle forze armiate musulmane ritenute allora invincibili e salvare, dopo un'epica lotta in cui rifulsero il coraggio e lo spirito d'abnegazione di capi e gregari, l'inestimabile patrimonio civile e religioso, dell'Europa. La Milizia Gerosolimitana, con a capo il Gran Maestro La Valette, uno dei più valorosi condottieri d'i tutto il Cinquecento, e poche migliaia di Maltesi e soldati cristiani .seppero, infatti, tener testa ai ripetuti furibondi assalti dei Turchi, sconfiggendo alla fine il nemico che dovette dopo quattro mesi riprendere sconfitto e decimato la via del ritorno verso oriente. [4]

La storia dell'Assedio di Malta è intessuta di singolari prove di sacrificio e di ardimento. Di fronte al nemico della loro civiltà e della loro fede, Cavalieri e Maltesi ritrovarono una salda ed operosa unità di spiriti e d'intenti e dimenticando ogni dissenso che li aveva tenuti divisi, assolsero in maniera incomparabile la loro nobile missione in servizio della Cristianità.

I grandi fatti avvenuti nell'Isola nel 1565 empirono di stupore tutto il mondo civile e furono il tema di numerosi poemi ed encomi, tutti esaltanti la gloriosa difesa della roccaforte mediterranea. E non diverso ci sembra il motivo che traspare nella breve esposizione dell'assedio stampata verso la fine di quello stesso anno fatidico e che ci proponiamo di riportare qui sotto. Infatti, con una prosa che pur risente la lingua e lo stile del tempo, e lo spirito della Riforma cattolica, l'ignoto compilatore mira unicamente a presentare in sintesi l'enorme sforzo compiuto dai Turchi nel tentativo d'impadronirsi dell'Isola e strappare così alle forze cristiane il controllo del Mediterraneo centrale per un eventuale attacco contro le coste della Sicilia, e la gagliarda difesa dei capisaldi maltesi da parte di una sparuto manipolo di eroici combattenti contro le preponderanti forze dell'avversario.

Con frasi scarne buttate di getto, e fatte per lo più di cifre, l'anonimo s'affretta a rendere di pubblica ragione lo strepitoso "Successo" riportato dalla Croce sulla Mezzaluna. Il racconto, compilato da diverse lettere giunte in Italia dai partecipanti alla grande impresa, si riferisce quasi esclusivamente ai fatti salienti dell'assedio, anche se accenna di voler parlare "di molte altre particolarità segnalate, et dignissime di essere intese". L'arrivo dell'esercito turco, la somma di sacrifici e di patimenti sofferti dagli eroici difensori del forte S. Elmo, i violenti attacchi contro le difese del Borgo e di S, Michele, li efficaci contrattacchi dei nostri, la vittoria finale contro le milizie nemiche [p.82] deluse e disorientate dopo mesi di tenaci ma infruttuosi assalti alle fortezze maltesi, tutto è stato dal nostro anonimo condensato e riassunto in poche pagine che rifanno rivivere l'amor di patria e lo spirito crociato dei nostri padri in quelle grandi e luminose giornate.

Non mancano, però, qua e là nel "Successo" alcune frasi energiche e spavalde e certe osservazioni ironiche all'indirizzo dei Turchi di puro sapore celliniano. Il sacrificio di S. Elmo è compiuto; i Turchi hanno spezzato ogni resistenza dei .nostri, tutti immolatisi sulle rovine del forte, ma nessuno, nota con una certa soddisfazione il nostro anonimo, fu ucciso "che non facesse prima la vendetta doppia". E con un sospiro di sollievo registra poi "la morte di quell'aspro et terribile nimico del nome Christiano Dragut Ra'is". [5] Più sotto ancora, dopo aver descritto lo sbarco delle truppe di soccorso cristiane e un ultimo tentativo da parte dei Turchi contro il Borgo e S. Michele, osserva con tono mordace che, visto, vano ogni ulteriore assalto contro le difese maltesi, "finirono di risolversi a mettere le pive nel sacco quei bravi che prima minacciavano il cielo".

Quando poi, l'11 settembre, "non contenti costoro delli danni ricevuti, volsero anco provare come tagliavano le spade di quei nostri venuti di fresco", i Turchi tentano di capovolgere la situazione con un attacco frontale in campo aperto, ma vanno incontro ad una clamorosa sconfitta, e "quei protomastri dell'arte militare" sono messi in fuga e costretti a fuggire verso Costantinopoli dove, conclude il nostro, "si ricorderanno Malta per tutta la loro vita".

Ma ciò che maggiormente ci colpisce in questo compendio dell'Assedio non è tanto il susseguirsi dei combattimenti con le relative perdite subite da ambo le parti in lotta, quanto lo spirito tutto religioso che pervade gli "Avvertimenti a’ Christiani, utili e pii" che fanno da epilogo al compendio stesso, e all'Essortazione Universale con cui si conchiude il "Successo" del nostro anonimo. [6]

Già nel corso della breve ma chiara trattazione della guerra, il compilatore ha voluto, sottolineare più volte il valido intervento divino in favore dei Cristiani assediati, specie nei momenti più difficili del conflitto, ma viene ora alla fine a riepilogare, con un atto di fede che non si può attribuire solo ed unicamente ai dettami della Riforma cattolica, le numerose occasioni in cui per intercessione di Maria Vergine e di S. Paolo, la Divina Provvidenza è intervenuta a sostenere e a confortare i difensori Cristiani asserragliati entro le loro mura. I soccorsi agli assediati, osserva giustamente il nostro nei suoi [p.83] "Avvertimenti", si sono visti particolarmente "in tré giorni specialmente dedicati alla Gloriosa Vergine Maria Madre del Figliuolo di Dio N. S. Gesù Christo". La Madonna, egli commenta, si è degnata di dare ai suoi protetti un segno manifesto della sua pia intercessione visitandoli e confortandoli nei loro patimenti e concedendo loro la vittoria "con grande honore, et fama immortale della loro Heroica fortezza, et singolar costanza, a laude, et gloria dell'Onnipotente Signor Dio".

Dopo aver fatto una digressione piuttosto lunga per riportare, seguendo S. Luca, la storia del naufragio sulle coste dell'Isola di S. Paolo, protettore dei Maltesi, il nostro anonimo termina i suoi "Avvertimenti" esortandoci ad imparare dalla guerra combattuta sotto l'insegna della Croce ad aver fede nella preghiera, essere devoti delle anime Beate e ad invocare umilmente "nelle afflittioni et necessità nostre il pronto lor patrocinio, et potente soccorso, e specialmente della sacrosantissima Vergine Maria nostra pietosissima Advocata".

Assai nobile e significativa ci pare in fine l'esortazione alla preghiera per i morti, uomini e donne, "che hanno lasciata la presente vita in questa honoratissima, et sempre memoranda difesa di Malta, importantissimo antemurale de tutto il Christianesimo". Essi hanno combattuto e sofferto per noi, e "liberissimamente hanno spesa la propria cara vita" in difesa di quei valori morali e spirituali che costituiscono ancora oggi dopo quattro secoli il nostro più alto e ricco patrimonio. E giusto e doveroso, dunque, che noi li ricordiamo nelle nostre preghiere di questi valorosi combattenti perché Dio conceda, "con venia delle loro, et nostre colpe presta quiete, et sempiterna beatitudine alle preclarissime, et di tali "uffragii, meritissime anime loro".

E con questa esortazione alla preghiera si conchiude il compendio dell'assedio.

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Abbiamo pensato di far seguire il "Successo" del nostro anonimo da una "relatione" del Maltese Orlando Magro, giunto a Messina il 22 giugno dopo cinque giorni di navigazione con dispacci di La Valette per Don Garcia, e da una lettera del Cavaliere Don Francesco de Guevara ad uno dei suoi amici qualche giorno dopo la fine dell'assedio, non solo per qualche dettaglio della guerra che ci pare possa aggiungersi, a quanto si è saputo finora, ma anche perché, a nostro avviso, alla .stesura dello stesso "Successo" hanno evidentemente contribuito le informazioni dirette fornite dai due partecipanti alla lotta contro i Turchi.

A Orlando Magro, valente pilota della Capitana dell'Ordine, furono più volte durante l'assedio affidati dal Gran Maestro delicati incarichi e secreti messaggi per il Viceré di Sicilia, incarichi che egli sempre portò a termine con grave rischio della vita. Sorpreso, però, dai Turchi nelle acque di Malta e fatto prigioniero, fu da loro costretto a presentarsi alle porte del Borgo per persuadere i Cavalieri alla resa, ma le sue proposte furono con sdegno respinte dal Gran Maestro che più riconobbe la difficile situazione in cui si trovava lo sfortunato marinaio. Infatti, riscattato tempo dopo dalla schiavitù, il Magro [p.84] fu riassunto nel servizio della marina dell'Ordine dove continuò ad esplicare le sue virtù marinare. [7]

Anche Don Francesco de Guevara, figlio del Duca di Bovino nelle Puglie ebbe parte cospicua nell'Assedio. "Soldato intendente e giudicioso" combatté valorosamente come sergente maggiore nella difesa di S. Elmo, e rimasto gravemente ferito in uno scontro col nemico sugli spalti della fortezza fu trasportato al Borgo con altri Cavalieri malconci. Ritornato sulla linea del fuoco riuscì, alla porta di Castiglia, con un crocifisso in una mano e una spada nell'altra, a respingere i violenti assalti dei Turchi, animando e incoraggiando i suoi compagni d'arme e comibattendo "con valor grande, di pia devotione misto". Fu lui che inventò i "torchioni" per far riparo contro le batterie turche. Sua pure fu la vittoriosa sortita dal Borgo contro i Turchi, lodata dallo stesso La Valette, mentre il Gran Soccorso era già in arrivo. Alle sue gesta, però, il De Guevara non fa alcun cenno particolare nella lettera all'amico. "La Maestà Divina — sottolinea anche lui — è stata quella che ha combattuto per noi, che noi non eramo per resistere alle forze loro, et alli grandi assalti". [8]

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A. Tutto il successo prima del duro Assedio et crudelissima oppuignatione fatta da' Turchi alle maritime fortezza dell'Isola di Malta, et poi della memorabile liberatione di quelle con vergognosissima partita del nemici.

Et principalmente delle horribili batterie, et delli spessa e rabbiosi, et insopportabili Assalti dati ad esse Fortezze.

Poi della giornata, et battaglia seguita con gran fracasso, et vituperosissima fuga, et affogamento de'Turchi, et con gloriosissima vittoria dell'Essercito Christiano.

Del numero anchora, prima delle anime che al principio della guerra si trovavano nelle sopradette Fortezze, et de'Turchi che vennero con tanta Armata per ispugnar queste, et far crudel preda di quelle. Poi di tutti gli uccisi, et morti nelli prefati Assedio et Battaglia, tanto de'nostri, quanto de'nimici aggiuntovi appresso un catalogo de’nomi d'alcuni de'principali Cavallieri uccisi.

Et finalmente di molte altre particolarità seguivate et dignissime da esser intese.

Il qual’successo è stato con diligenza, et sotto brevità raccolto da diverse lettere di molti Signori, et Cavallieri. che si sono ritrovati in tali imprese, scritte di là nuovamente a’ soi amici dopo la predetta liberatione.

Stampata nella Città di Roma,

Restampata in Bologna per Alessandro Benaccio — MDLXV.

[p.85] Lo esercito turchesco, giunto nell'Isola di Malta alli 18 di Maggio 1565 con 140 galere et da 70 tra galeotte, et fuste, [9] et con altri vascelli fin al numero di 230, sopra gli quali legni vennero in tutto fin a cinquanta milia persone, cominciarono a far un Forte con bisacche di gottone, [10] et con legnami sopra la punta del porto Marzamusetto centra il Castello di Santo Ermo. Ma non potendo resistere alle botte d'artegliaria che dal detto castello erano tirate, lasciarono la incominciata impresa, et piantata l'artegliaria sotto esso Santo Ermo, diedero principio a batterlo circa gli 23 di Maggio predetto. Et fatta la batteria, che parve necessaria, alli 3 di Giugno gli dettero il primo assalto, donde furono da’nostri gagliardissimamente ributtati, et non con picciol danno. Poi alternando mo batteria, mo assalti, che furon dati tre altre volte, diedero il quinto assalto che fu sforzatisissimo alli 16 del detto, nel qual fra l'altre cose, fabricato con diabolica inventione un smisurato ponte di legname, il lanciorno con alcuni artificii sopra la muraglia per non esser molto larga la fossa; il qual fu caricato subito di Turchi che volevano spuntar dietro con due insegne. Ma una parte de' nostri, che se gli opposero, fecero così gran resistenza, et gli trattenero tanto, che altri de' nostri hebbero tempo di attaccargli il fuoco, et di abbrusciarlo con tutta la soma [11] de' Turchi che reggeva. Restorno ancor morti in quell'assalto molti Rais, et altri Capitani et assaissimi huomini di conto, con Aliportu gran Capitano di Rodi, et del mare, huomo di gran fama tra coloro. Visto che ebbero gli nimici il difetto del ponte, mentre che rinfrescavano la batteria, n'accomodorno un altro talmente ben lamato, [12] et acconcio che il fuoco non se gli potesse attaccare, et alli 23 di detto, appresentato ad esso Santo Ermo il sesto assalto, che fu l'ultimo alla sua ispugnatione, con la medesima arte lanciorno questo ponte alla muraglia il quale restando intatto dal fuoco, finalmente dopo haver fatta gli nostri più che possibile difesa, diede ingresso alli numerosi nimici di soperchiare quei pochi propugnatori, che non arrivavano al numero di sci cento. Nessuno però de' quali fu ucciso che non facessi prima la vendetta doppia. Et tutti intrepidamente morirono con l'armi in mano salvo da 30 che, non potendo più per le ricevute ferite e per stracchezza del combattere, alla fine furono presi semi vivi, et decapitati. Ma non perciò hebbero ragione di rallegrarsi gli Turchi, perché se in tutti questi assalti de' nostri mancorno da otto cento huomini, il numero de' loro ammazzati sotto Santo Ermo eccede la somma di quattro milia, et che forse è importato più di tutta la predetta loro strage, successe nel detto ultimo assalto la morte di quell'aspro et terribile nimico del nome Christiano Dragut Rais.

Preso Santo Ermo, dove ritrovorno i Turchi sei cannoni da batteria, tre mezzi cannoni, una colubrina, [13] et una mezza, et altri pezzi, che in tutto erano 21 pezzi di bronzo, alli 28 di Giugno s'accamparono avanti le fortezze di San Michele, et del Borgo, et cominciorno a stringer l'una e l'altra. [p.86] Nonostante ciò, alli due del mese di Luglio, che fa il memorabile giorno della Visitatione della Vergine Maria, circa la mezza notte entrò nelle dette fortezze per la via del porto con alcune barche a tal effetto preparate dall'Ill. et Rev.mo Signor Gran Mastro il soccorso di 700 fanti, venuti l'istessa notte dalla Città dedicata a San Paolo, alla quale sbarcati poco da lei lontano dalle 4 galere del Signor Giovanni di Cardona, erano arrivati la notte venendo il giorno di. S. Pietro, e di esso S. Paolo particolar protettor dell'Isola di Malta. Et vennero questi soldati così nella Città prima, come poi nelle prefate fortezze con tanto buon ordine, et secretezza che gli nimici non se n'accorsero mai se non dopo quest'ultima intrata un giorno, anzi prima sentirno gli lor gravi colpi, che potessero sapere la venuta loro; perché usciti fuori la seguente notte in una incamisiata, [14] et assaliti i nimici alla sprovvista, n'ammazzarono più di 200 di loro, et feritine molti altri, se ne tornorno indietro a salvamento. Onde vedendosi gli Turchi burlati, et pesti, misero, fra pochi giorni tal guardie d'ogn'intorno che sono poi passati sino i 'mesi intieri che non vi è possuto intrare nessuno.

Alli 5 di detto cominciorno gli Turchi a dare la batteria tanto a S. Michele quanto al Borgo, et a Sant'Angelo da 14 parti, cioè de ogni intorno con 17 bastioni e 48 cannoni. Et in quel principio si combatteva in scaramuccie giorno et notte. .Alli 9 del medesimo, che fu l'ottava della già detta Visitatione della Vergine de' Cieli, il Signor Pompeo Colonna, non sapendosi ancor in Sicilia, che il sopradetto soccorso fosse intrato là a salvamento, arrivò di notte sopra il porto di Malta con tre galere che portavan più di mille fanti, fra quali erano le 4 compagnie mandate dalla Santità di Papa Pio IV per aiutare a soccorrere la Religione de' Cavalieri di Malta, per intrare a soccorrere quei luoghi al dispetto de' nimici. Et spedito con una barchetta un huomo al Signor Gran Mastro, acciò l'avisasse che la seguente notte egli .sarebbe intrato et che il dovesse aspettare, si ritirò da 25 miglia in alto mare per non esser scoperto dalli nimici il giorno che veniva; poi ritornato la seguente notte sopra esso porto per fare l'effetto, incontrò un messo di sua Signoria Illustrisisimma per lo quale gli mandava a dire ch'essendogli arrivato quell'altro soccorso, non voleva che restasse tanta gente. Però esso Signor Pompeo, veduti anchora alcuni segni dal Castello di Sant'Angelo in confermatione dell'imbasciata, se ne ritornò in Sicilia a salvamento,

In questo principio anchora, uscito il Governatore della Città sopradetta con li suoi 60 cavalli leggieri, dette la caccia a una banda di Turchi che havevano depredato certo bestiame per l'Isola, et arrivatigli non molto lontano dal loco dov'erano le galere, n'ammazzò una ventina di loro, et messi gli altri in fuga gli fece lasciare la preda. Di più seguitandoli fin sotto l'armata, dov'eran le tende delli feriti, et amalati, con assai bona guardia di soldati, messe in tal scattura [15] quella gente, che andando la voce al Campo del disordine, li fece dare tutti all'arma, di modo che gli nostri delle fortezze, non sapendo la causa del strepito, dubitorno che li volessero dare un assalto, et subito .anch'essi si possero in ordine alla difesa. Ma esso Governatore fra tanto, recuperata [p.87] la preda, se ne ritornò in dietro a salvamento. Et così s'acquietò il tumulto in ogni luogo. Hor fatta una batteria isufficiente, gli nimici alii 15 pur di Luglio, un'hora avanti giorno si misero a dare uno sfozatissimo assalto, et tanto per terra, quanto per mare, havendo ridotto 70 barche in quel porto. L'assalto del mare toccò alli 5000 Turchi venuti poco innanti d'Algeri, il Capitano de' quali si chiamava Lucialì. Durò questo assalto 7 hore continue. Et per gratia del Signor Dio furono ributtati con occisione di 2000 di loro, et con più di mille feriti, et con perdita ancor di 15 insegne: tra grandi e picciole, non essendo morti de' nostri più che 100.

Alli 23 del medesimo dettero un altro assalto per terra a S. Michele con scale, et ponti che durò per cinque hore.

A dì primo d'Agosto scoprirono i nostri una gran mina che li Turchi havevano fatta sotto il Cavalliere di S. Michele dove potevano intrare ducente huomini. Et vedendo essi ch'erano scoperti, non fecero altro. Alli 2 di detto si misero a dare un molto furioso assalto pur a San Michele che durò tre hore contiue. Alli 7 di Agosto predetto ne diedero un altro, et a San Michele, et al Borgo, et 'massime alla parte della posta di Castiglia, il quale durò cinque hore, dove segui grandissima mortalità, et da una parte e dall'altra, ma più però senza comparatione da quella de' Turchi. Alli undeci in un altro assalto fu ammazzato il Mastro di Campo Robles, et il suo Alfiere.

Alli 18 dettero un nuovo assalto al Borgo pur nella parte d'ella posta di Castiglia. Alli 19, a hora di vespro, un altro, così a S. Michele come al Borgo, che durò sino alla sera. Et alli 21 dell'istesso mese di Agosto, più che mai con grandissima furia, et forza diedero un altro assalto a tutti due gli predetti luoghi, ma principalmente al Borgo nella posta di Castiglia, .il quale cominciò nell'alba del dì, et finì alle XX hore con grandissima loro strage. Et questo e stato l'ultimo di tutti li assalti generai sopradetti. Gli particolari, et repentini assalti, come son stati ancor quelli delli 23, et 24, non si scrivono perché sono infiniti. Basta che li Turchi sempre sono stati ributtati dalli nostri fortissimamente, et con gran perdita loro, mercé però dell'aiuto divino, perché (come confessano quelli Cavallieri, et Signori che di là scrivono affermando con giuramento che miracolosamente sono stati dal Signor Dio aiutati, et massime nel già detto terribile assalto delli 21, dove non poteano più sostenere tanta moltitudine de’ nimici in una batteria così spianata, et si sentivano venir meno da tanto lungo combattimento) le forze humane che erano in quelle fortezze non sariano bastate in modo alcuno per resistere, né a così potenti, furibondi et in numerabili assalti di quei Barbari crudeli, né alle tremende batterie, con le quali essi in tutto il tempo ch'è corso fra gli predetti assalti, non hanno mai cessato di tormentare, et ruinare quelle povere fortezze di fuori, et di dentro.

Vedendo adunque essi nimici che non poteano far profitto, et intendendo che l'Armata Christiana andava girando intorno all'Isola per mettere in terra soccorso, considerando anchora che s'iavvicinavano i mali tempi, deliberorno di dar con tutte le lor forze un altro generalissimo assalto, et chiarirsi finalmente di quanto poteano fare. Ma il Signor Iddio volse per disturibarli da tale per li nostri pericolosisisimo sforzo, che si riducessero ad esseguire questa loro deliberatione nel giorno medesimo che sua divina Maestà haveva designato che la nostra armata arrivasse a metter nell'Isola il soccorso. Et così essendo il Signor [p.88] Don Grazia di Toledo Generale dell''Armata Christiana (il quale avanti che partisse da Messina volse divotamente confessarsi, et communicarsi con tutto l'essercito, sì come prima havevano fatto ancor quelli altri al partir loro, ch'erano andati per soccorrere Malta), finalmente dopo molte borasche [16] arrivato a salvamento la notte, venendo la vigilia della Natività della S.ma Vergine Maria, che gli fu veramente nel mar stella, et guida, nella sopradetta Isola alla parte verso il Gozzo con 60 galere, sopra le quali conduceva soccorso di 9600 soldati, et havendo finito all'alba della vigilia disbarcare il soccorso senza veruno impedimento o contraditione da alcuna parte, gli Capitani dell'essercito nimico, non sapendo cosa alcuna di tale sbarcamento, havevano nella medesima hora condotto 3 mila Turchi avanti a San Michele, et avanti al Borgo tre milia altri, per far l'ultima prova di tutte le forze. Hor mentre che stavano per dar la mossa, et che gli poveri assediati posti tutti in arme intrepidamente secondo il suo solito sperando sempre nel divino aiuto li aspettavano per dargli di sé buon conto, non ostante che si vedessero più presto ridotti in una aperta campagna che cinti, et fortificati da muraglie, per esser state tutte dalle horrende batterie talmente spianate, che sì come scrivono di là alcuni signori s'haverebbe potuto intrare con gli carri ecco che sopragiunse un Turco correndo a tutta briglia con la nova che allhora il soccorso Christiano era sbarcato al Gozzo. Per la quale nuova fatti tutti bianchi gli Turchi, subito cominciorno a pensar come dovessero salvar sè medesimi, et le artegliarie, et non più impugnare; altri si ritirorno a gran passi. Di lì a 4 hore poi, vista tutta l'armata, quando s'appresentò, et salutò le fortezze, finirono di risolversi a mettere le pive nel sacco quei bravi che prima minacciavano il cielo, et subito cominciorno con gran fretta a retirare l'artegliaria all'armata, et disfare gli bastioni, abbrusciando quel che non poteano in quell'instante portar via, et tutti in un tratto' s'imibarcorno rielie galere che stavano nel porto Marzamusetto sotto Sant'Ermo, havendo lasciato un cannone reale alla batteria della Bormala, o per averselo scordato in tanta fretta, o per non l'haver ossuto levare, et havendo ancora affondata una lor nave per poter fuggire più spediti et acciò non andasse in poter de' nostri.

Di poi alli 11 di Settembre, non contenti, costoro delli danni ricevuti. volsero anco provar come tagliavano le spade di quei nostri venuti di fresco perché trasferendosi tutta l'armata dal porto Marzamusetto alla Cala di S. Paolo con trascinarsi dietro a remorchio per belli trofei guadagnati a questa impresa più di 75 galere nude, et disarmate, cosa dignisissima d'un onorato applauso di caldare, [17] disibiarcati col Bassà di terra X miliia di loro, per fare un smacco alli nostri, pensandosi che non dovessero haver ardir di uscirgli centra, andorno presontuosamente a provocarli alla battaglia sin sotto la Città, dove essi nostri dopo l'havere ridotta al sicuro la monitione, et vittovaglie, che gli era necessaria per un mese e mezzo, già sbarcata X miglia lontano da quel loco, s'erano fermati, poi che gli minici non haveano havuto ardire di aspettarli. I nostri adunque scoperto tutto il squadrone de' Turchi vicini a un [p.89] miglio che andavano abbrusciando ciò che trovavano, usciti fuori, et postosi subito in ordinanza, andorno contro di loro arditamente, et gli incontrarono in un colle con tanta furia che la prima fronte de' nostri archibusieri gli fecero subito voltar le spalle, mettendoci a fuggire quei protomastri dell'arte militare verso le galere a furia senza aver fatto un poco di resistenza. Onde seguitatidoli i no:stri a tutto corso, n'ammazzorno da 3800, et tutta via istandogli addosso, et cacciandogli nell'acqua, gli dierno tanta calca all'imbarcarsi che se n'affogarono da 400, crepatine ancora molti dall'ansietà del precipitosissimo correre per la paura. Et tal fu la loro disordinata tuga, et vituperosia s'cattura, che se gli nostri havessero havuto un poco di pratica del sito dell'Isola, gli haveriano fra morti, et presi, ridotti tutti in suo potere. De' nostri non sono mancati se non sei per quanto si è potuto vedere. Et non havendo possuto l'armata per causa de' mali tempi partire verso Levante fin alla notte delli 13, il detto nostro esercito accampatesi nel lito non gli ha mai fra tanto lasciato pio metter il piè in terra a loro estrema confusione, et ignominia. In quelle maritime fortezze si trovavano al principio dell'assedio vintimila anime in tutto. Poi sono morti in esso circa 4000 combattenti, et altretanti fra donne, figliuoli et infermi. Et con gran mortalità è succeduta, perché l'artegliarie de' nimici battevano quelle fortezze per fronte, dalli fianchi, dalle spalle et sino per l'aere, cosa spaventosa solamente a pensarvi, tal che tutti quei luoghi cioè distrutti. et eccettuata la Città, tutto il resto della miserabile Isola abbruscato, et guasto, di case, arbori, et d'ogni altra .sorte di piante. All’incontro di quelli arroganti ch'erano venuti credendo d'improviso in un attimo dei tutto, consumati circa 4 mesi continuamente in battere, et assalti la maggior parte si sono morti. Et quei pochi, che son rimasti vivi, et che finalmente se ne son fuggiti verso Costantinopoli, sono stati talmente trattati, et ben acconci, che si ricorderanno Malta per tutta la loro vita. Di 5000 Giannizzeri che vennero a questa dura impresa, ve ne sono restati morti 3500. Di 6000 S'pachi 3000. Di 8000 soldati levantini 3000 altri. Vi sono stati ancor ammazzati più della mità delle genti che Dragut seco condusse da Tripoli di Barberia- Et quelli del rè d'Algeri quasi tutti mancano. Di maniera che secondo la relatione di alcuni renegati fuggiti alli nostri, si fa conto, che il Turco habbi perso in questa molto per lui dishonorata, et infausta fattione, [18] tra Corsari, et Capitani di grande importanza, i quali vi son restati morti poco manco che tutti et fra soldati delli più bravi c'havesse, et huomini delle galere, più di vint'otto milia persone di cinquanta milia che vennero a Malta. Batterno S. Ermo con 30 pezzi d'arteigliaria. Et fra gli sopradetti 48 con che hanno battute le altre fortezze, vi erano sei basilisci, [19] quali tiravano palle di ferro di più di 150 libre l'una, che passavano dentro la terra del riparo 26 palmi. Ond'erano tanto angustiati gli poveri assediati che gli le stato necessario per difendere quelle fortezze metter mano ad ogni sorte di legnami, a tutte igomene, et altre corde, alle vele, .alle tende, et a tutti li altri armamenti, che si trovavano havere delle galere, et navi, et perfino alli materazzi et panni, così di lino come di lana ch'e haveano nelle case, et casse loro, et ha posto ogni cosa [p.90] in luogo di fascine alli ripari. Non tanto potevano i nostri con ogni sorte di materia che li venia alle mani fabricare la notte, quanto gli nimici distruggevano il giorno, et facevano volar ogni cosa per l'aria. Di modo che gli meschini assediati non havevano mai ne dì ne notte un hora di riposo. Per conto che alcuni delli assediati hanno diligentemente tenuto delle cannonate de' nimici scaricate centra le predette fortezze, si trovano essere più di settant'otto milia tiri di batteria, et quelli di Sant'Ermo furono dicenove milia manco 33.

Fu ancor fatto alli 13 la risegna de' Cavallieri, et di 500 che al principio della guerra erano fra tutte quelle combattute fortezze, si è trovato mancarne 813 i quali han dato volentieri la vita per honor di N.S. Gesù Christo, et per salute de' prossimi, chi però prima han fatto costar molto ben cara alli nimici. Restano feriti 80, et molti di loro a morte. Tutto il restante, fuor che da 30 vecchi, si veggono chi stroppiati, o in mani, o in braccia, o in gambe, et chi nelle loro faccia gloriosamente segnati. Alli 15 di settembre, il Signor Don Grazia ritornò a Malta per armar le galere di gente veterana, et andar in busca [20] dell'armata nimica, o almeno a danneggiare la Turchia. Perciò fatti subito imbarcare quattro milia soldati del terzo di Napoli, et di Sicilia, con quelli di Corsica, pigliata provisione di vittovaglie per 40 giorni, et dato bon ordine di quanto si havesse a fare dei resto dell'essercito, alli 16 s'inviò verso Levante con 58 galere benissimo armate. Si tiene communem'ente che si metterà in agguato nell'Isola di Cirigo, o de li intorno.

Et alli 18 del medesimo il Signor Ascanio della Cornia col Signor Pompeo Colonna, et molti altri Signori, et con 600 Spagnuoli ancora del terzo di Lombardia partì da Malta per Siragusa con quattro galere della Religione. Et così di mano in mano la maggior parte delle genti si ridurranno in Sicilia. Dove fin alli 23 del sopradetto mese sono state mandate a Malta tré navi cariche d'ogni sorte di vittovaglie, et rinfrescamenti, et si fa anchora provisione di mandargli bestiami per il bisogno dell'Isola.

Alla cui riparatione, et ristoro, si attenderà questo inverno con ogni diligenza. Onde anco il Signor Don Grazia ha promesso al Gran Mastro che ritornato che sarà di Levante, vuol dimorar seco per parecchi giorni, acciò più facilmente, et più presto si riduchino quei luoghi a bon stato, et, sicuro.

Avvertimenti a’ Cristiani utili, et pii.

Tra l'altre belle e degne considerazioni, che si rappresentano nel discorrere tutto il successo di queste honoratissima difesa di Malta, dignisisima, et utilissima, è questo certo, che mentre è continuato questo durissimo assedio tre volte che vi è andato soccorso è terminato in bene, et ha havuto il designato fine in tre giorni specialmente dedicati alla Gloriosa Vergine Maria Madre del Figliuolo di Dio N.S. Gesù Christo. Il primo fu della Visitatione di S. Elisabetta madre del Precursor S. Giovanni Battista, il secondo della ottava di essa Visitatione, il terzo della vigilia della Natività, quasi che habbi voluto nel primo visitare con effetto quei poveri assediati come divoti, et clienti di esso S. Giovanni, nell'altro confortarli, et nel terzo farli rinascere da tante [p.91] oppresioni, fatiche, et disagi, alla quiete, et anzi pur si può dire dalla morte istessa alla vita, con grande honore, et fama immortale della loro Heroica fortezza, et singolar costanza, a laude, et gloria dell'Onnipotente Signor Dio.

Notisi appresso, che la notte, venendo il giorno delli Apostoli S. Pietro et S. Paolo, il già detto primo soccorso arrivò a salvamento nell'Isola, et anco nella Città di 'Malta, sendo andato molti giorni prima vagando sopra 4 galere per quei contorni senz'haver mai possuto trovar occasione di sbarcare, salvo la già detta notte, et comprendesi la manifesta protetione che il prefato Apostolo S. Paolo ha mostrato di tenere di quell'Isola, per esser stata già sua cortese hospite, et benefatrice, salvato ch'egli fu dal spaventoso naufragio nella navigatione ch'egli fece quando era mandato a Cesare da Festo sotto custodia da Cesarea da Palestina a Roma, et di poi sempre humile, et devota, alla cui honorata memoria, et venerando nome, sì come prima con molte maniere d'humanità, d'honori, et cortesie honorò, aggradì, et sollevò la sua degna persona alla presentia, così di poi ha dedicato il principal suo tempio et altri 'luoghi, et ragionevolmente certo. Poi che ivi per tre mesi continui che personalmente vi stette dimostrò opre soprahumane, et fece miracoli stupendi, come fu, prima la liberatione di 276 persone insieme con lui dal sopradetto, et inevitabile naufragio, per singolar dono che a loro fece il Signor Dio di tutti coloro, si come egli, havuta di tal dono dall'Angelo rivelatione, confortando i naviganti, alquanti giorni prima gli disse; poi la virtù, et impossibilità dimostrata centra il veleno della vipera, la .quale mentre che egli dopo il naufragio con gli altri suoi compagni rasciugandosi, et scaldandosi, aggiungeva sul fuoco di quei farmenti che haveva raccolti, ecco che uscita della tana, per lo calore se gli avventò ad una mano co’ denti, et pensando quelli isolani ch'el per tal morso dovesse gonfiarsi, et subito cader morto dicendosi l'un l'altro che egli doveva essere un omicida, poi che la vendetta non poteva patire che fosse campato dal pericolo del naufragio, S. Paolo scosse la mano, gettò la bestia ad ardere nel fuoco, non sentendo alcuna lesione dal veneno, con maraviglia estrema delli sopradetti presenti isolani, ond'hebber sino a dire ch'egli era un Dio. Di più la sanità resa al padre di Publio principe dell'Isola, ch'era ammalato di febbre, et di flusso, non con altro che con oratione, et imposition delle mani. Et in somma, per dire in poche parole gli molti, et molti miracoli da lui ivi dimostrati, lo haver risanato tutte quelle persone che allhora si trovavano in quell'Isola inferme, sì come copiosamente narra S. Luca nel suo libro delli Atti Apostolici. Et quesiti sono gli grandi segni di affettione che anticamenite dimostrò il mirabile S. Paolo nella sua Isola di Malta, mentre ch'egli era anchor in questa mortai vita. Onde hora ch'egli è beatissimo in cielo, et che più che mai ha conosciuto il bisogno di questo suo caro hospitio, si debbe credere fermissimamente, che n'habbi avuto particolar cura, et con la sua pia intercessione l'habbi principalmente aiutato a defendere dalla Turchesca rabbia, et furor, et liberar de tanta calamità et pericolo.

Per li quai notabili ponti di sopra avvertiti N. S. Iddio ci ha voluto mostrare quanto sua divina Maestà apprezza la intercessione de' suoi santi. Noi, adunque, sforzandoci di venire incolpatamente, impariamo ad essere divoti de' Santi che sono in Paradiso, et in universale, et in particolare,  humilmente invocando nelle afflitioni et necessità nostre il pronto lor [p.92] patrocinio et potente soccorso. et specialmente della sacrosantissima Vergine Maria nostra pietosissima Advocata, però che per mezzo loro che sono all'Onnipotente Signor Dio accettissimi et carissimi, impetraremo sempre dalla sua divina Maestà ogni nostra honesta dimanda. Alla quale sia honore, et gloria in secoli sempiterni. Amen. [21]

Essortazione Universale.

Et cosi ogni fedek Christiano, et generoso cuore, debbe per officio di charità tanto raccomandata alli eletti di Dio, et per non ricevere infame nota d'ingrato, sconoscente, pregare con ogni tenerezza la misericordia divina che si degni quanto prima donare eterno riposo all'anime delli sopranominati cavalieri, et d'altri valorosi capitani, et soldati, insieme col resto d'huomini, et donne, che hanno lasciata la presente vita in questa honoratissima, et sempre memoranda defesa di Matta, importantissimo antemurale de tutto il Christianesimo. Peroch'egli è molto ben ragionevole, et giusto che havendo questi valent'huomini, gli cui egregi fatti eccedono ogni laude, esposto alla morte cosi prontamente per ben nostro la loro pregiatissima vita, noi all'incontro per ricompensare al migliore modo, che ci è concesso, un così raro, et singular beneficio ricevuto, non gli defraudiamo della nostra quanto più possiamo divota, assidua et fervente oratione, et anchor di qualche larga limosina, et massime quando ne saremo ricercati per riedificare quei nostri già forti propugnacoli, hor poco men che disfattii, per la cui difesa, acciò fossimo sicuri, essi. liberissimamente han spesa la propria cara vita. Oriamo, adunque, con ogni pio affetto, et prontamente allarghiamo la mano non men per no'stro, che per loro favore, et a fine d'imperrare dal benignissimo Signor Dio, con venia delle loro, et nostre colpe. presta quiete, et semipiterna beatitudine alle preclarissime, et di tali nostri suffragii meritissime anime loro. Fiat. Fiat.

B. Relatione che da Orlando Magro piloto della Galera Capitana del Gran Mastro quale arrivò in Messina ai xxi'i di Giugno 1565.

Dice che si partì da Malta con 4 compagni la Domenica alli' 17 del presente a mezza hora di notte in una fragatina di quattro remi con lettere del Gran Mastro a Don Gartia, e referisce :—

Che havendo i Turchi battuto la fortezza di S. Elmo xviii giorni con 21 pezzi de arteglieria, in diverse volte havevano dati cinque assalti. Nel primo pigliorno el revellino [22] fuori del fosso; nel secondo l'assaltarono con 12 milia Turchi a scala veduta per intrare dentro, e nell'ultimo che fu il venerdì alli 15 del presente, havendo essi fatto un ponte con quattro antenne de galera, andorno a porlo dentro il fosso sopra la prima del Baluardo, che rispose verso la batteria che havevano fatta pensandosi presto intrare d'entro. Li Nostri si difesero valorosamente abrisiando il iponte con barili di polvere, et uccisero più di 800 Turchi et circa 600 ne ferirono, et acquistorno due Bandiere, l'una del Generale di terra, et l'altra di Dragutte, et essendo saltati da 30 Turchi sopra lo Sperone del Cavalliere verso libeccio, li nostri da i Bastioni [p.93] tirarono una cannonata per offenderli, et ammazzarono otto de' nostri soldati, mia dopo, tornando a tirar meglio, con un'altra cannonata ammazzarono quasi tutti quei 30 Turchi fra quali erano sei Rais, l'uno de' quali si chiamava Aliportu, ch'era ganerale di Rodi, et l'altro Dragutte, il qual solo restò vivo; e questo assalto durò per spatio de cinque hore. Così con questa perdita li nimici a mal suo grado se retirarono. De' nostri in quelli assalti e scaramiuccie sono morti da 200, et 150 ne sono restati feriti, ma i nostri in tutto potevano haver ucciso dua milia Turchi, et feriti altrettanti, de' quali morti & feriti molti ne sono rimasti ne' fossi di Sant'Elmo.

Che il Sabbiato alli 16 Dragutte abrusiò il bastione che haveva fatto sopra la pianta di Marzamugetto dove teneva 4 pezzi d'artegliaria.

Che di poi l'ultimo assalto la maggior parte dell'esercito se retirava la notte sopra le galere, et restavano solamente da tre milla Turchi per guardia della artegliaria, et che non battevano se non con sei pezzi, et havevano tirato in tutto da 13 milia cannonate.

Che due giorni innanzi l'ultimo assalto l'armata loro s'era devara da Marza Sirocho abrusiando il forte fatto sopra quella punta, et se n'era venuta a stare alla Cala di San Paolo, dove la lasciò quando partì.

Che mille e cinquecento Turchi che stavano alla fonte della Marza havevano abrusiati i loro alloggiamenti et s'erano congionti con l'armata.

Li renegati che si erano fugiti affermavano che fra Turchi si diceva che Don Grazia haveva in ordine da 150 tra galere e navi per venire contro di loro, et che stavano con gran timore, et per questo rispetto s'imibarcava la notte la maggior parte dell'esisercito.

Il Gran Mastro scrive che si era trovata nella Città del Borgo una fonte di acqua viva quasi per miracolo.

Il Mastro delle Poste di Messina scrive che la Galea d'Aliportu, il qual fu morto nell'assalto, era stata messa a fondo dall'artegliaria de' nostri.

Et che il Bassà, rassegnati i Turchi, ne aveva trovati meno quattro milia Turchi.

Per altre lettere degne di fede s'intende che l'appresentar 'del ponte maraviglioso fatto da' Turchi era stato di tanto terrore a' nostri che poco men non fecero ressolutione d'abandonar il Forte, ma per la virtù d'un Cavalliere degno di memoria eterna, benché il nome non era stato scritto, che prese uno spadone, et detto di voler morire per la Fede, accese talmente gli altri che n'è seguito il fine, che di sopra è scritto.

Il Signor Gran Mastro si duole in particolare della morte del Capitano Medrano.

C. Copia de una lettera venuta ultimamente da la Città di Malta, nella quale si narra come quella Isola sia miracolosamente liberata dal potentilsisimo Assedio del Turco, col numero de gli assalti, de' Cavallieri et de' nimici morti, de l'artegliaria che hanno lasciato, et di tutto quello ch'è seguito dopo il soccorso dato, et dopo la partita de l'Armata nimica.

Molto Magnifico Signor Compare,

La bontà divina mi ha voluto lasciare vivo con due archibusate, et una scaglia di pietra de artegliaria alla gamba qual'hora mi medico; l'archibusate sono, una al polso dritto che m'ha lasciato indebilita la mano, chè stata [p.94] d'importanza, l'altra alla coscia manca ch'è poca cosa. Questi frutti havemo magnato [23] questa istate. Le due archibusate le ho recevute a S. Elmo, .e la scaglia qui nel Borgo in uno assalto, con officio sempre di Sergente Maggiore, così qua come a S. Elmo. Però, signor Compare, la Maestà Divina è stata quella che ha combattuto per noi, che noi non eramo per resistere alle forze loro, et alli grandi assalti. De' Cavallieri sono morti 313 fra S. Elmo e qua, infino ad hoggi, ma sono molti ancora feriti che se ne moriranno, et sono struppiati. [24] La vigilia della Madonna di questo mese semo stati levati dall'assedio, et da battarie, perché scopersero, l'armata nostra innanzi dì. Loro havevano condotto al fosso di S. Michele cinque milia Turchi, et al Borgo tre milia per dar l'assalto, et tutti noi eramo in arme, et all'alzar del dì venne uno a cavallo, et fece ritornare tutti loro, et a quattro hore di giorno si scoprì tutta l'armata nostra, et subito incominciorno a retirare l'artegliaria et a disarmare il bastione; ma prima che havessero nova dell'armata nostra, loro havevano incominciato ad imbarcare tutte le robbe, et volevano dar questo ultimo assalto, et poi andar via; vista l'armata non dettero assalto generale. Havemo havuto a S. Michele cinque assalti; il primo per mare, et per terra, et ne moriero di loro, per lingua havuta, [25] più di 1500, et feriti più di 1000, et toltoli 15 bandiere turchesche fra grandi e picciole.

Altri assalti repentini in detto luogo ne habbiamo havu'i assai che non è numero, perché è stato di due o tre volte a 130 Turchi ad ogni assalto. Al Borgo per la porta di Castiglila un solo assalto generale dalla mattina al nascer del dì infino alle 20 hore!  Et quell'assalto così grande fu alli 21 d'Agosto: et moriero da 10 milia Turchi. Più assalti furon ricevuti in più volte da gente nostra di fattioni, et villani che menavano prede.

Sono morti per via di guerra in S. Elmo 2500; non arrivano a 4000 morti qua di morte violenta, ma saranno morti fra uccisi, d'infirmitià, et patire d'acqua (non che mancasse, ma non si dava se non limitatamente), infra donne, et figliuoli, et gente di guerra, nove milia; però l'artegliaria è stata causa che ne ha ammazzati tanti a noi, che alle mani non valeano nulla; l'artegliaria ne battea per fronte, per fianco, .et per spalle, pensate che ne ha fatto. Gli amici che ne mancano sono, in prima, il Signor Don Carlo Ruffo, lo Colonnello, lo Mas, et suo fratello, fra Marcello Galluceio., et quello di Casa Dentici, Questi mancano che V.S. conoscea de' suoi amici. Vostro nepote morì di una archiibusata. Questo è quanto passa del fatto che l'armata ha fatto qua, che ne ha lasciati destrutti di gente di muraglia, et vittovaglia, et l'Isola tutta brusciata. Ma loro vanno di modo in Costantinopoli che si ricordaranno di Malta per molti anni. Che di cinque milia Gianizzeri non ne sono restati più di mille et cinquecento, et da sei milia Spachi non sono restati più di tre milia; li aventurieri Levantini, di otto milia sono remasti cinque malia. Questi sono dell'armata di Costantinopoli.

De Tripoli sapete che manca Draut con più della metà de le sue genti, di Algeri assai. Et per aviso di un renegato, che è fuggito hoggi, che sono li 10, dice che sono partiti disarmati quelli d'Algeri, et più dice che fra morti [p.95] il patire, et uccisi li mancano vinti otto milia persone da che sono in Malta fra Corsari, et ciurme, et huomini di guerra. Loro sono imbarcati con tutta l'arteglieria, et stanno dentro Marza Musetto; dice questo renegato che voleano aspettare il nostro Campo, che questa sera calerà alla Marza, hanno ancora lasciato vii Cannoni Reali alla Bormala che non l'hanno potuto levare, et in S. Elmo fino sei cannoni di batteria, et tre mezzi cannoni, et una colubrina, et una mezza, et altri pezzi che in tutto sono ventiquattro pezzi di bronzo. Battetero S. Elmo con trenta pezzi. Qua hanno battuto con quaranta otto pezzi, con sei basilischi che tiravano palle di rotoli 72 di ferro, passavano di riparo di terra 26 palmi. Li dico che non sono restate gumene di galere, né di nave, né vele, né tende, né matarazzi, né panni, che tutti habbiamo posti per fascine alli ripari. Non tanto face l'uomo di notte, quanto battevano il dì. Fra S. Elmo e qua hanno tirati 68000 tiri di conto, piuttosto assai più che manco, et 19000 meno 33 in S. Elmo per numero certissimo scritto. Di più li dico che alli xi che fu in martedì, l'armata due hore nanzi giorno partì per Marza Musetto, .et andò alla Cala di S. Paolo, pose in terra 7000 Turchi con il Bassà di terra, perché havevano aviso che li nostri non erano più di 3000. Et così posero in terra li 7000 Turchi alla Cala di S. Paolo, et andarono alla Città con speranza di trovare li nostri in picciol numero. Li nostri erano già messi in ordinanza, et visto le genti che veniano. andorono verso loro, et s'incontrarono in un colle, .et incominciaro a scaramucciare. Li Turchi se ne fuggirono et li Nostri li seguitarono, et n'ammazzarono 1800, et fu tanta la calca d'imbarcarsi che se n'annegarono da circa 400, et se fussero stati li nostri avvertiti del sito del paese li haveriano morti', et presi tutti. De li nostri ne morsero sei per quel che pare in la prima taccia. Saperete che questa mattina è partita l'armata, et fatto vela; si giudica per il cammino che ha fatto che toccherà la Puglia.

La medesima lettera mando in Napoli perché non è tempo di copiare. Hoggi si è fatto calculo delli Cavallieri morti che sono 313, et feriti 80. Sono struppiati tutti fra mano, gambe et faccie, et non sono restati fuor che 30 vel circa che non siano feriti, i quali sono vecchi.

Dal Borgo di Malta alli 13 di settembre MDLXV.

DON FRANCESCO di JUVARA.



[1] Oltre a quanto riportato qui sotto la miscellanea bolognese, portante la numerazione 16/B-III-22, contiene pure la copia di una lettera del Gran Maestro La Valette al Viceré di Sicilia del 17 giugno 1565 citata dallo Zabarella, L'Assedio di Malta del 1S65, pp. 807-309, la copia di una lettera di Don Gracia all'Abate Zemenez (sic), suo rappresentante in Roma, scritta nel Canale di Malta il 3 settembre, alcune informazioni sulla situazione militare nell'Isola dopo la caduta di S. Elmo, portate a Messina da un Maltese il 14 luglio, e altri "Avisi" intorno allo sbarco del Gran Soccorso. Queste ultime pubblicazioni si trovano nella Mise. 30320 alla Reale Biblioteca di Valletta.

[2] Molto interessante, fra l'altro, è il compendio "Della Historia di Malta, et successo della guerra seguita tra quei Religiosissimi Cavalieri, et il potentissimo Gran Turco Sulthan Solimano, l'anno MDLXV" scritto da Pietro Gentile di Venderne, con dedica al Card. Ippolito d'Este in data 4 dicembre 1566, e pubblicato in Bologna per Giovanni Bossi. Il Venderne era al servizio del Cav. Cambiano, ambasciatore dell'Ordine presso la S, Sede, ed» era quindi in grado di poter presentare un quadro abbastanza fedele della guerra anche se nella sua operetta non mancano, qua e là, gli elogi d'occasione all'indirizzo dell'Ordine. Anche questo opuscolo si trova alla R. Biblioteca di Valletta.

[3] Le controversie politico-religiose sul Continente non potevano mancare di avere gravi ripercussioni in seno al Convento dell'Ordine formato, come si sa, di cavalieri appartenenti alle varie nazioni d'Europa. Frequenti erano le risse, che talvolta sfociavano nel sangue, tra i cavalieri delle diverse Lingue, specie tra Francese e Spagnuoli, che seguivano con passione le vicende belliche dei rispettivi paesi. Inoltre, si sospettava che alcuni membri fossero infetti dal nuovo scisma protestante che altri non fossero alieni dalle nuove idee paganeggianti del secolo. Ci voleva tutta l'autorità e la vigorosa energia d’un uomo come La Valette per imporre disciplina e mantenere l'ordine nel Convento.

[4] Coraggioso, sagace e profondo conoscitore dell'arte militare il Gran Maestro seppe infondere nei suoi uno spirito di completa d'edizione alla giusta causa per la quale combattevano, una grande fiducia nell'aiuto divino e una incrollabile certezza della vittoria finale. Il suo coraggio, a detta degli storici, "dava animo et ardire alli suoi, fino alle donne, che con le pietre in mano combatterono come furie". P.G. Venderne, op. cit. p. 92.

[5] Dragut era considerato dai suoi contemporanei "il capitano più pericoloso, più esperimentato e più irreconciliabile nell'odio che avessero i Cristiani".

[6] Pubblicato a Bologna, il compendio avrà avuto, come quello del Venderne, "la licentia della santissima Inquisitione", ma non può sfuggire la nota sincera e veramente sentita con cui l'anonimo fa professione della sua fiducia nella Provvidenza, specie nell'umile preghiera della chiusa. La fede in Dio fu da tutti condivisa.
Scrivendo dal Borgo al Sav. Mezquita, governatore della Notabile, la sera del 23 giugno ed annunciandogli la caduta di S. Elmo, il Gran Maestro osserva che la perdita del forte "se bene ha dato quell'intrinseco dolore, che potete imaginarvi, l'habbiamo però accettata dalla santissima mano di N. S. Dio che non ci abbandonerà nei resto per sua filata misericordia". P.G. Vendome, op. cit. p. 4-5.

[7] Bosio C., Istoria della Santa Religione e Militia di S. Giovanni, Lib. 29, p. 616
Purtroppo, pilota della Capitana, Orlando Magro fu coinvolto nel disastro toccato nelle acque della Sicilia nel 1571 alle galere del Convento agli ordini del Cav. S. Clement. In segu to fu imprigionato e dopo un breve processo condannato e morte e impiccato. A tutti dispiacque la sua morte "per i buoni servisi che nell'Assedio d; Malta fatti haveva, essendo anco stato preso schiavo per servigio della Republica". Id.. Lib., 40, pp. 856-857. 861.

[8] Idem, Lib. 26, p. 541: Lib. 30, pp. 625, 642: Lib. 32, p. 687.

[9] fuste. Piccole navi a remi, lunghe e basse usate già dai corsari.

[10] bisacche di gottone. Grosse borse empite di materiale solido e duro che servono di riparo contro l'artiglieria nemica.

[11] soma. Carico, qui usato in senso dispregiativo.

[12] lamato. Protetto contro materiale infiammabile essendo coperto di una lamiera sottile.

[13] colubrina. Antico cannone lungo e sottile, prima portatile poi montato su affusto.

[14] incamista. Assalto notturno di soldati rivestiti di un camice nero per essere completamente invisibili nel buio.

[15] scattura. Allarme.

[16] borasche. Burrasche, tempeste sul mare.

[17] In Italia anticamente i vedovi che si risposavano venivano "festeggiati" nel giorno delle nozze con un "applauso di caldare", e cioè, con numerosi colpi indistinti e incomposti battuti su vecchi recipienti di ferro, in genere caldaie. Il nostro anonimo qui mette in ridicolo l'esercito turco ormai sull'orlo della sconfitta.

[18] fattione. Fatto d'arme, guerra.

[19] basilischi. Cannoni di grosso calibro usati in genere nelle galere.

[20] busca. Dallo spagnuolo "buscar", andar in cerca.

[21] A questo punto segue un elenco dei principali Cavalieri morti nell'Assedio, fra i quali i nipoti dei Gran Maestri D'Homedes e La Valette.

[22] revellino. Opera di fortificazione distaccata, in genere a due facce e con un saliente

[23] mangiato.

[24] storpiati.

[25] per informazioni ricevute.