Copyright © The Malta Historical Society, 2005.

Source: Melita Historica: A Scientific Review of Maltese History. 5(1968)1(39-56)

[p.39] Spigolando fra documenti inediti (Sec. XVII-XIX)

Giuseppe Mizzi

Un S. Gerolamo di Mattia Preti?

            Di tele che rappresentano S. Gerolamo nello stile di Mattia Preti (1613-99) esistono a Malta parecchie, massime in collezioni private, ma di autenticamente pretiane non sembra che se rie conosca alcuna con sicurezza.

            Valerio Mariani, esperto critico d’arte e diligente specialista del Preti, confermerebbe, anche se solo indirettamente, l’assenza nell’Isola di un S. Gerolamo del Calabrese, giacchénel catalogo, pur così ampio e accurato, che delle opere pretiane a Malta ha compilato e pubblicato, non figura alcun quadro del Santo. [1]

            Senonché non è del tutto improbabile che il S. Gerolamo conservato nella Cappella dell’Ospizio “Sant’Anna” di Senglea possa rivelarsi, dopo un’intelligente ripulitura e ad un attento esame, per opera genuina del Preti. [2]

            Non ho la competenza necessaria per interloquire in materia di critica d’arte né molto meno l’intenzione di avventurarmi nel dedalo di problemi così intricati come quelli relativi alla paternità dei dipinti. Mi limito solo a segnalare una notizia rinvenuta in un testamento del 1770, la quale, a mio parere, sembra gettare qualche sprazzo di luce sul punto in discussione, invitando a approfondirne la portata con più larghe indagini gli studiosi appassionati dell’opera pretiana.

            Si tratta, lo dico subito senza altri preamboli, del testamento del Sacerdote Don Emanuele Garrone, dottore in utroque iure, rogato nella S. Infermeria di Valletta, il 26 marzo 1770.

            Di questo testamento si custodiscono nell’Archivio dell’Ordine Gerosolimitano conservato nella Regia Biblioteca di Malta due esemplari, l’originale debitamente firmato da Frà L. Wathour, Priore del Sacro Ospedale, preservato nel codice segnato Arch. 1742, ff. 14-16 e una copia alquanto abbreviata, sfrondata cioè delle consuete ridondanze notarili, contenuta nel manoscritto segnato Arch. 1725, pp. 99-105.

            [p.40] Il testamento, sebbene per vari altri motivi sia degno di qualche attenzione, si dimostra, però, di speciale interesse a causa della menzione di un S. Gerolamo che si asserisce autografo del Preti. Il testatore infatti dichiarava di “lasciare a titolo di prelegato alla Sig. ra Ursulica Garroni olim sua cognata un’effigie di S. Gerolamo, originale del Mattias, come si scorge da dietro il telaro.”

            Intorno all’identità del Mattias del quale si parla nel testamento non può sorgere alcun dubbio. Il Preti, com’è noto, era chiamato a Malta con il suo nome di battesimo: Matthias. V. Mariani, quasi compiacendosene, ricorda questo particolare. [3] Così lo chiama ancora il nostro popolo, specie delle parrocchie (Zurico, Zeitun, Lia ecc.) dove il Preti ha lasciato l’impronta del suo genio. L’ha osservato Monsignor C. Pujia Arcivescovo di Santaseverina in Calabria, quando si trovava a Malta per il Congresso Eucaristico Internazionale nel 1913, anno in cui ricorreva il terzo centenario dalla nascita del grande Maestro. [4]

            L’esplicita affermazione che l’effigie di S. Gerolamo lasciata da Don Emanuele Garrone alla Sig.ra Ursulica era originale del Mattias e recava la firma o le iniziali del pittore dietro il telaro sembra avvalorare l’ipotesi, già proposta anche dal Dott. Cauchi, che un S. Gerolamo autografato del Preti sia esistito a Malta e che è assai probabile che i vari S. Gerolami nello stile del Maestro che ancora si conservano siano da esso derivati.

            In vista dell’importanza di questa notizia per la storia dell’arte pretiana a Malta e anche di altre informazioni non prive d’interesse, credo utile pubblicare il testamento per intero, ricavandolo dall’esemplare originale.

            Regia Biblioteca della Valletta, Archivio dell’Ordine Gerosolimitano: Mss. segnati Arch. 1742, ff. 14-16v. (originale) e Arch. 1725, pp. 99-105 (copia):

            A dì ventisei marzo 1770 dopo la salutazione angelica con tre lumi accesi giusta ecc.

            Sia noto e manifesto che il Perillustre e Molto Rev. Sig. Don Emmanuele Garrone, dottore dell’una e l’altra legge, conosciuto presente, benché infermo di corpo, sano però per la Dio grazia di mente, vista, senso ed intelletto e ben retto nel suo discorso, come si scorge dal suo parlare, sapendo esser soggetto alla morte e non sapendo l’ora della medesima, mentre ha tempo ed ancora è nell’integrità di mente, ha voluto e vuole disporre dell’anima sua e beni conferitigli dal Signore, cassando però prima qualsiasi testamenti, codicilli, donazioni causa mortis ed altre ultime volontà da lui fatte, procurò però prima fare il presente testamento, quale vuole che prevalga a qualsisia altro.

            Primieramente raccomanda l’anima sua a Dio Immortale ed alla Sua SS.ma Madre Vergine Maria concetta senza neo di peccato originale e vuole detto Sig. testatore che dopo seguita la di lui morte il suo cadavere [p.41] debba essere accompagnato dalla Ven.da Compagnia de’ RR. Sacerdoti nella Ven.da Collegiale di S. Paolo di questa Città Valletta, e dopo fatte ivi le solite esequie, farsi trasportare nella Ven. Parrocchia di Porto Salvo sita in questa Città Valletta coll’accompagnamento di dodici preti ed ivi atterrarsi nella carnera della Venerabile Compagnia del SS.mo Rosario, nella quale il medesimo testatore ritrovasi arruolato, e tutto ciò si dovrà erogare per spese delle suddette esequie deve pagarsi ugualmente dall’infrascritti legatarj e sua erede universale.

            Esso Sig. testatore a titolo di ricognizione lascia al Ser.mo e Rev.mo Sig. Gran Maestro di questa S. Religione Gerosolimitana, Principe nostro degnissimo, tarì uno, un altro all’Ill.mo e Rev.mo Sig. Vescovo di questa diocesi, un altro alla Comunia e tant’altro al Rev.do suo Sig. Parroco.

            Lascia parimenti a titolo di legato il suddetto Sig. testatore al Chierico Francesco Battaille di lui nipote ex sorore, la fu Perillustre Sig.ra Camilla Garrone Leocata, tutta la libreria tale quale si troverà in stato dopo la sua morte, tutte le sedie, comprese anche quelle di velluto verde, che allora si troveranno esistenti ed in essere la specificata libreria e sedie, dopo seguita la morte del detto testatore, coll’obbligo e peso di pagare una sol volta scudi venti da erogarsi nella celebrazione di tante Messe alla ragione di tarì due per ciascuna Messa, applicate secondo l’intenzione et pro exoneratione propriae conscientiae di detto testatore, e le dette Messe debbano celebrarsi nell’Altare privilegiato del SS.mo Crocefisso eretto nella Chiesa di S. Nicola o sia delle Anime Sante del Purgatorio di questa Città Valletta, e ciò fra il termine d’un anno da contarsi dal giorno della seguita morte di detto testatore.

            Più a titolo di legato lascia al Sig. Matteo Battaglie altro suo nipote e rispettivamente figlio di detta Perillustre Sig.ra Camilla Garroni Leocata tutti gli abiti, robe e biancherie proprj ed usuali del testatore e li quattro trimestri dell’Ufficio Divino, unitamente con un suo grande Breviario ossia intero Officio di tutto l’anno, lo schioppo la di cui canna è spagnola e non già l’altro la di cui canna è francese e montato alla francese, con tutti gli ordegni di caccia proprj del testatore, più tutta la batteria di cucina che allora dopo seguita la di lui morte si ritroveranno in essere, coll’obbligo di pagare scudi venti di questa moneta di Malta per una sol volta da erogarsi nella celebrazione di Messe applicate secondo l’intenzione et pro exoneratione propriae conscientiae di detto testatore e le dette Messe debbano celebrarsi nell’Altare privilegiato del SS. Crocefisso eretto nella Chiesa di S. Nicola o sia delle Anime Sante del Purgatorio di questa Città Valletta, e ciò fra il termine d’un anno da contarsi dal giorno della seguita morte del suddetto testatore.

            Item esso Sig. testatore a titolo di legato lascia al Sig. Francesco Garrone altro suo nipote ex fratre, il fu Antonio Garrone, una mostra d’orologio con sua cascia e piedestallo fatto in forma di poppa di vascello; più un(o) scrigno di scornabecco fornito con avorio col suo tavolino come si vede esistente in quella casa dove abiterà (sic) allora il detto testatore, [p.42] e questi da consegnarsi dall’infrascritto esecutore testamentario Francesco Battaille al detto Sig. Francesco Garroni, coll’obbligo, anche di pagare scudi venti per una sol volta erogarsi nella celebrazione di tante altre Messe alla ragione di tarì due per ciascuna Messa, applicate secondo l’intenzione et pro exoneratione propriae conscientiae di detto testatore e che dette Messe debbano celebrarsi nell’Altare privilegiato del SS.mo Crocefisso eretto nella Ven.da Chiesa di S. Nicola o sia delle Anime Sante del Purgatorio di questa Città Valletta e ciò fra il termine di un anno da contarsi dal giorno della seguita morte di detto testatore.

            Item esso Sig. testatore lascia a titolo di legato, al Sig. Paolo o Pauluzzo suo nipote e rispettivamente fratello di detto Francesco due pitture con le loro rispettive cornici, una rappresenta la Maddalena e l’altra S. Rosa Limana, domenicana, senza verun peso.

            Più esso Sig. testatore a titolo di prelegato ha lasciato e lascia alla Sig.ra Ursulica Garroni olim sua cognata un’effigie di S. Gerolamo, originale del Mattias, come si scorge da dietro il telaro, senza verun peso.

            Item a titolo di legato ha lasciato e lascia a Maria Anna, figlia della detta Sig.ra Ursolica un quadro rappresentante la Madonna degli Angeli ossia del perdono, senza verun peso.

            Il predetto Sig. testatore per ovviare qualunque rissa fra li soprascritti Sig.ri fratelli e rispettivamente cugini de’ Garroni e Battaille e la Sig.ra Rosa Garroni sua sorella, qualunque discordia e pretensione sopra tutti li beni patrimoniali che in oggi gode ed in possesso il detto testatore sta godendo, potesse nascere dopo seguita la di lui morte, dichiara nel presente testamento che in vigor di donazione fatta per gli atti pubblici, dovea, siccome l’è semplicemente e mero usufruttuario, vita sua durante, e che dopo sua morte dovessero detti beni patrimoniali pervenire alli figli del fu Sig. Francesco Garroni e rispettivamente fratelli e sorelle del sudetto testatore patrimoniante, da dividersi detti beni in tre uguali porzioni, una alla fu Sig.ra Camilla, l’altra alla Sig.ra Rosa e la terza al fu Sig. Antonio.

            Quindi, per evitare le diverse opinioni abbracciate dai dottori in tale materia, per buona pace di tutti, detti beni patrimoniali debbano dividersi una a detta Sig.ra Rosa se vivente sarà, l’altra alli figli della fu Sig.ra Camilla e la terza alli figli del fu Sig. Antonio Garroni e che quando detta Sig.ra Rosa non sarebbe in vita, allora devono dividersi pro medietate fra li Sig.ri nipoti de Battaille e de Garroni. La suddetta donazione ritrovasi esibita nel processo patrimoniale del detto testatore. E sono detti beni consistenti primieramente in un mezzanino con suo giardinetto convertito in oggi in una stalla e rimessa fabbricata dal Sig. Balì de Saint Simon pigionati per scudi trentacinque annui, più in una camera con suo raffo pigionata per scudi quindici annui, più in un mezzanino pigionato per scudi sedici annui.

            Item a titolo di prelegato ha esso Sig. testatore lasciato e lascia alla detta Sig.ra Rosa Garroni sua sorella l’uso ed usufrutto de’ beni stabili seguenti, pervenuti al Sig. testatore dal fu Sig. Nicola Garroni di lui zio [p.43] paterno in vigor di donazione fatta per gli atti del Magnifico Notaio Francesco Dos sotto il suo dì ecc. e sono li detti consistenti primieramente in due stanze con tre cantine pigionate per scudi ventiotto annui, in un’altra camera con sua cantina pigionata per scudi quindici annui, in un’altra camera con suo raffo pigionata per scudi quindici annui; quegli usufruttuati dalla detta Sig.ra Rosa, sua vita durante, dopo seguita la sua morte, debbano pervenire alli suddetti Francesco e Matteo de Battaille e fratelli e sorella de Garrone; cioè in quanto ad una terza porzione alli Sig.ri de Garrone ed in quanto alle altre due porzioni alli figli del detto Battaille.

            Dichiara esso Sig. testatore che le suddette due porzioni tanto patrimoniali quanto libere del medesimo sono unite e congionte con una casa maggiore e principale, quali compongono un tenimento di case visibili e come sopra espresse, qual tenimento fu conceduto dalla famiglia illustre Demandole e preso in enfiteusi dalli furono Francesco e Nicola de Garroni in solidum per anni cento sotto il primo gennaio 1700 per gli atti del fu Notaio Ralli, con pagare scudi settanta annui a detta famiglia Demandole o per loro alli di loro procuratori pro tempore cioè scudi trentacinque per ogni semestre anticipatamente. Quindi ne viene, che il detto tenimento è ipotecato per intero al pagamento suddetto. Onde ciascuna Belli, detti Signori Garrone e Battaille delle loro rispettive rate debba pagare e corrispondere al canone suddetto con tralasciare per indiviso, come l’è presentemente, la casa maggiore, pigionata per scudi 70 annui, specificamente obbligata, come sino al presente s’è praticato tanto dalli furono Francesco e Nicola de Garrone principali enfiteuti, quanto ancora dal suddetto testatore.

            Ordina ancora il detto testatore che la pigione fatta da lui in persona dell’Ill.mo Sig. Cavaliere d’Elamirò a cui ritrovasi affittata presentemente la suddetta casa maggiore per anni quattro per la somma di scudi 70 annui, deducendosi da questa somma in favor del suddetto Cavaliere scudi dieci annui, cioè scudi cinque per ogni semestre, e sono per le spese ed acconcimij tanto necessari e di piacere al detto Sig. Cavaliere, quanto voluntuosa, come il tutto appare da una obbligazione fatta in vigor di biglietto del suddetto Sig. testatore al detto Sig. Cavaliere. E per l’amministrazione del sopradetto tenimento di case vuole ed ordina che sia fatta unitamente dalli predetti Signori Chierico Francesco Battaille e Francesco Garroni cugini e rispettivamente nipoti, del suddetto Sig. testatore, con incaricarli l’attenzione che debbano prestare in detta amministrazione, obbligandoli in quanto a quel che spetta di esigere, consegnare a loro tempo opportuno nel termine dei rispettivi pagamenti da farsi dalli pigionanti di detto tenimento, come anche consegnare la rata e porzione spettante alla Sig.ra Rosa Garroni, sua sorella, loro comune zia, come anche alli fratello de Battaille, fratello e sorella de Garroni.

            Sopra tutti l’altri beni stabili, mobili, semoventi, ori, argenti, gius, azioni e pretensioni del Sig. testatore, il medesimo istituisce, fa, crea e di propria bocca ha nominato e nomina sua erede universale alla predetta [p.44] Sig.ra Rosa di lui sorella.

            Per esecutori di questa sua volontà vuole, ordina ed elegge alli soprascritti Francesco Battaille e Francesco de Garroni quali dovranno attentamente amministrare, secondo quello che prescrivono le leggi de iure et prout de iure.

            E questa è l’ultima volontà del predetto Sig. testatore espressa e ordinata nel presente testamento, quale se non a vigor di testamento debba avere suo vigore per ragion di codicillo ed altre scritture convalidanti il presente testamento nuncupativo.

            Fatto e stipulato in questo S. Ospedale in presenza de RR.di SS.ri Frà Giovanni Fenech e Frà Vincenzo Tabone figlio di Fortunato, testimoni specialmente chiamati e pregati da esso Sig. testatore.

                                                           Fr. L. Wathour Priore del Sag. Spedale.

Una copia della decollazione del Battista

del Caravaggio eseguita da Silvestro Querio

e altri quadri a guazzo

            Giacché siamo in tema di testamenti e di quadri, forse non tornerà sgradita agli studiosi della storia dell’arte la pubblicazione integrale del l’ultima volontà, inedita e, finché io sappia, sconosciuta, del Commendatore Mandosio Mandosi.

            Il testamento del Mandosi, o, come allora lo si chiamava nel gergo dei Giovanniti, lo spropriamento, rogato nella S. Infermeria il 5 luglio 1629, sotto vari aspetti non privo d’interesse, riveste una particolare importanza per la menzione che vi si fa di parecchi quadri. E non sono vaghi, fugaci accenni a qualche tela indeterminata e indeterminabile. Il testatore si è dato premura di offrire dei suoi quadri una certa descrizione, la quale, benché sommaria, porge, a mio avviso, sufficienti indicazioni perché si possano identificare nel caso che esistano ancora.

            Precisiamo. Tra i quadri appartenenti al Commendatore, per esempio, il testamento ricorda un San Giovanni e un ritratto d’una Signora di Francia lavorati a guazzo, un quadretto di Cristo nell’Orto con la cornice dorata come quelli che vengono da Venezia e più otto o nove pezze delle imprese delle galere della Religione e di Firenze fatte a guazzo.

            La descrizione è indubbiamente succinta ma abbastanza chiara e sembra fatta apposta per stuzzicare la curiosità degli intendenti d’arte e per far gola ai collezionisti smaniosi di nuovi acquisti.

            Ma l’interesse del testamento non si esaurisce qui. Esso riserba un’altra sorpresa agli studiosi ghiotti di notizie peregrine.

            Si tratta di un elenco di una diecina di tele dipinte per conto del Mandosi da un certo Silvestro Querio, pittore romano, e per le quali il Commendatore gli era ancora debitore di duecento scudi.

            Della vita e delle opere del Querio non ho potuto raccogliere nessuna notizia. Il suo nome non figura nella recente, ampia e autorevole Enciclopedia [p.45] della pittura italiana compilata da Ugo Galetti e Ettore Camesascas, [5] i quali dichiarano nella prefazione che degli artisti anteriori al secolo XIX hanno raccolto il più possibile di nomi, notizie e congetture, indipendentemente dalla importanza dei singoli.

            Il Querio, dunque, sembra un artista oscuro e sconosciuto. Sarà stato uno di quei tanti pittori minori di cui pullulava la fine del cinquecento e la prima metà del secolo successivo. Tuttavia ai suoi tempi deve aver goduto di una certa fama se il Mandosi, in un’epoca quando i Cavalieri erano i Mecenati dell’arte a Malta, credette opportuno di allogargli una diecina di quadri e di affidargli il non facile compito di eseguire una copia della celebre decollazione del Battista che il Caravaggio (1570 c.-1610) aveva dipinto per l’Oratorio della Chiesa Conventuale di S. Giovanni di La Valletta non molto prima e esattamente nel 1608. [6]

            Infatti nell’elenco dei quadri che nel testamento sono dichiarati opera del Querio, il primo è indicato come la copia della decollazione di San Giovanni dell’Oratorio di quattordici palmi di lunghezza e dieci di larghezza. Un quadro, dunque, di proporzioni considerevoli e per dipingere il quale Silvestro dev’essersi recato a Malta.

            Nel 1629 il Querio era a Roma. Lo sappiamo dal testamento. Il Mandosi provvedeva al pagamento del suo debito di duecento scudi chiedendo a suo fratello Prospero di soddisfarlo in quella città, salvo poi ad esserne rimborsato dall’asse del testatore dal Cavaliere Gerolamo Binzoni a ciò debitamente autorizzato.

            Tenendo conto che il Caravaggio, come si è detto, condusse a termine la sua decollazione di S. Giovanni nel 1608 e che Silvestro era a Roma nel 1629, il soggiorno maltese di quest’ultimo e l’attività sua artistica nell’Isola si devono ricercare tra gli anni 1609-29.

            Questa circostanza ha, mi sembra, una certa importanza: essa getta un barlume nel buio pesto della vita e delle opere del nostro pittore romano e potrebbe forse contribuire alla determinazione della paternità di qualche dipinto di ignoto autore attribuibile a quegli anni o all’identificazione di qualcuna delle tele che il Querio aveva lavorato per conto del Mandosi.             Premesso ciò, riproduco senzaltro il testamento in discussione dal manoscritto dell’Archivio dell’Ordine Gerosolimitano conservato nella Regia Biblioteca di Valletta intitolato: Registro dei Testamenti dall’anno 1590 al 1634 e Registro dei morti dall’anno 1590 al 1634 e segnato Arch. 1720, ff. 180v-182.

            In nomine Domini. Amen.

            A dì cinque di luglio 1629. Ritrovandosi amalato nella Sacra Infermeria il Sig. Comendatore f. Mandosio Mandasi d’ettà d’anni cinquanta sei in circa, sano però di tutti suoi sensi, mente et intelletto, ha volsuto fare il [p.46] suo dispropriamento et ultima volontà della maniera seguente:

                                               Primieramente

Ha dechiarato che si Dio lo vole chiamare di questa vita ad una migliore desidera essere sepelito nella Chiesa di San Giovanni Battista dove sono sepeliti li Signori Comendatori, Cavalieri et Novitij.

            Item ha dechiarato have havuto licenza di S.A.S. di poter disponere di suo quinto.

            Item ha dechiarato essere debitore a Silvestro Querio, Pittore Romano della soma di dui cento scudi di denari prestati li quali vole che siano pagati in Roma pregando al Signor Prospero Mandosi suo fratello che paghi li sudetti docento scudi al sudetto Silvestro per esser l’ultima cortesia che domanda al sudetto Signor Prospero suo fratello.

            Item ha dechiarato esser debitore al sudetto Silvestro Querio pittore per aver travagliato l’infrascriti quadri cioè dodici o tredici santi della nostra Religione.

            Item la copia della decolatione di San Giovanni dell’oratorio di quatordici palmi di lunghezza e dieci di larghezza.

            Item dai quadri della Nuntiata.

            Item la copia della Madonna della Vittoria.

            Item due teste sia un Salvatore et una Madonna.

            Item un quadro della Madonna con San Giuseppe, il Salvatore e San Gioanne con sua cornice.

            Item una testa di Santa Catherina et una Nuntiata picola.

            Item ha dechiarato che prega al Signor Cavaliere f. Geronimo Binzoni suo parente che habbia cura di far pagare in Roma per suo detto fratello li docento dovuti al sopradetto Silvestro Querio.

            Item ha dechiarato come li quadri qui sotto nominati non sono stati travagliati dal sudetto pittore li quali sono li seguenti:

            Primo un San Gioanne fatto a sguazzo, un ritrato d’una Sig.ra di franza a sguazzo, un quadretto d’un Christo all’orto con la cornice dorata come quelli che vengono di venetia, più otto o nove pezze dell’imprese delle galere della nostra Religione e di Firenze fatte a sguazzo, tutti li quali sono in casa sua.

            Item ha dechiarato esser debitore a Mastro Marcello Psaila scarparo dell’affitto della sua casa cominciando dalli tredici di maggio 1629.

            Item ha dechiarato esser debitore a Gioanne Paulo speciale li medicamenti presi in sua botega com’apparirà per le police di Gio. Luiggi Xeberos, cirugico.

            Item ha dechiarato esser debitore ad Angouzzol suo servitore della soma di quatro scudi per dui mesate di servicio a ragione di dui scudi il mese.

            Item ha dechiarato tener in casa sua una trabaca di campagna con suo cortinagio di tella sfilata bianca, due matarazzi, due coperte cioè una di lana bianca usata et l’altra di cottone turchesca usata con un tornialetto di tella con le sue rande et due coxine, uno grande et un picolo, dui [p.47] forsieri usati.

            Item ha dechiarato haver un bahulo usato et una caxia alla francese usata, due portiere di corami dorati con l’arme.

            Più cinque seggie di veluto carmixino usati e quatro seggi di coiro negro usati.

            Più una tavola bianca con li suoi tiratori e due boffette di noce.

            Più un tripiedi da mettere il lava mano con il suo boccale et suo vaso.

            Più dui sotto coppi lauvrati di maiorca.

            Più nella stanza delli servitori vi è un tavolato con tre tavole et un mattarazo di lana et uno pagliarizzo et una coperta di lana bianca usata.

            Più nella cantina vi sono dui barilloti, uno grande et un picolo vacanti.

            Più dui vestiti, uno di trecenello e l’altro di mezo tierzenello negri usati.

            Più un ferriolo di mezo tierzenello.

            Più un vestito di raxia di firenza color lionato con salsi, casaca et ferriolo.

            Più un colletto bianco usato trinchiato.

            Una croce d’oro della valuta di sei a sette scudi.

            Cocciari d’argento e forcette quatro pezze.

            Uno moschetto grande et un arcabugio con dui para di fiaschi usati et la rastigliera.

            Una spata et un pognale.

            Tre camisie d’inverno et altre tre camisie di estato.

            Lenzola tre para usati, per suo servicio.

            Più per li servitori tre altre para di lenzola usati.

            Tovaglie di tavola cinque usati.

            Servieti otto ordinarij usati.

            Più serviete per li servitori usati grosse n. cinque.

            Xiuga mani sei o sette.

            Un paro di calsete novi lionati di setta senza che siano stati portati.

            Più un paro di calsete di setta negra usati.

            Più un paro di calsete di setta pardigli usati.

            Dui cappelli.

            Un vestito di saicta di francia negro usato cioè causa e casaca.

            Un ferriolo di panno di soldea del Tesoro negro.

            Dieci palmi di tierzenello negro per far un gippone con li suoi bottoni.

            Più una gabanella di ciambellotto pavonazo usato.

            Più un bacile et un boccale di stagno, due sotto coppe di estagno tutte nove.

            Più quattro fiaschetti di stagno.

            Più ha dechiarato che lascia per executore del suo presente despropriamento et ultima voluntà il S.r Cav.re f. Luici Sala per exeguire il contenuto qua sopra nominato. Il tutto fatto per me f. Carlo Bellotte scrivano della detta Sacra Infermeria in presenza delli R.di SS.ri ff. Francesco Bartolomeo et Gioanne Venier Priore et sotto Priore della detta Sacra [p.48] Infermeria et del S.r Cav.re f. Geronimo Benzoni et di Giulio felice ei Antonio Muscat et Andrea Ritrali. Il tutto fatto alli cinque di Luglio 1629.

f. C. Bellotte scrivanno de la Sacra infermeria

Un battesimo eccezionale

            I Cappellani gerosolimitani, com’è noto, non limitavano il loro ministero ai soli membri dell’Ordine di Malta ma svolgevano il loro apostolato anche tra i galeotti e gli schiavi infedeli. [7]

            Che il loro apostolato tra gli schiavi maomettani fosse fecondo emerge dalla considerazione che il numero degli infedeli convertiti al Cattolicesimo a Malta durante il governo dei Giovanniti, particolarmente nel secolo XVIII, fu rilevante. Lo dimostrano i numerosi battesimi di adulti islamici registrati in due volumi intitolati rispettivamente Liber Baptismatum ab’anno 1710 ad annum 1796 (mm. 391 x 284, pp. 190) già conservati nella sagrestia della Chiesa di Sant’Antonio Abate vulgo della Vittoria e ora nel l’Archivio dell’Ordine di S. Giovanni custodito nella Regia Biblioteca di Valletta.

            Nel Lib. Bapt. ab anno 1617 ad annum 1709, f. 81, per esempio, si legge: A dì 3 di maggio 1619 ho battezzato tre schiavi adulti dell’Ill. mo Sig. r Baglio di Venosa fra Alexandro Bencio’alli quali fu posto nome al maggiore delli doi maschi Francesco, al minore Alessandro e alla femmina Maria.

            Padrino: l’Ill. mo Sig. r Baglio fra Alexandro Bencio.

            E non erano soltanto gli schiavi infedeli a chiedere di farsi cristiani. Scorrendo il Lib. Bap. ab anno 1710 ad annum 1796, mi è capitato sottocchio a p. 101 il caso curioso di un giovane libero, venticinquenne, nato da padre olandese calvinista e da madre cattolica di Amburgo, tutt’e due apostati, il quale fuggì dalla Turchia con lo scopo preciso di recarsi in terra cattolica per ricevere il battesimo:

            A dì 25 marzo 1741: Io infrascritto con autorità et assistenza del M. to R. do Parocho della Chiesa Parochiale di S. Antonio Abbate vulgo della Vittoria ho battezzato [              ] [8] figlio d’anni 25 di Christofforo Iansen Holandese Calvinista et d’Anna Maria d’Hamburgo ambidue renegati e morti in Costantinopoli, libero e franco, fuggito dalla città suddetta per [p.49] ricever in luogo e paese cattolico il S. to Battesimo, a cui gli fu imposto il nome Emmanuele Christofforo Iansen: Padrino fu l’Ill. mo Sig. Commendatore Bernardo Maurizio Teodorico Lib. Barone de Cappell della Ven. da Lingua e Priorato d’Alemagna in vece di Sua Em. za il Gran Mastro Emmanuele Pinto de Fonseca.

F. Ercolano da Palluzza capuc. no Missionario

                                                                                              della Provincia del Tirolo

            Più singolare ancora è il caso di un maomettano libero di circa trentasei anni nato a Bursa in Anatolia da genitori islamici, il quale spontaneamente e liberamente venne a Malta proprio per essere battezzato.

            Il battesimo gli fu amministrato nella cappella del Palazzo Magistrale il 6 dicembre 1750 dal Priore della Chiesa Conventuale, Fra Bartolomeo Rull, e gli furono padrini il Gran Maestro Emanuele Pinto e Donna Diana Eugenia Testaferrata Inguanez, Baronessa di Bucana e Diar il-Bniet.

            L’attestato di battesimo fu quindi registrato tra gli Acta Prioralia Ill. mi et Rev. mi Rull ab anno 1750 usque ad annum 1758, manoscritto che oggi forma parte dell’Archivio dell’Ordine di Malta della Biblioteca della Valletta e reca la segnatura Arch. 1944:

Arch. 1944’f. 12:

            Die vi mensis Decembris anno 1750. Ill.mus et R.mus, D.nus M[aioris] E[cclesiae] P[rior] Fr. D.n, Bartholomaeus Rull etc. de consensu Rectoris Matricis Ecclesiae Sanctae Mariae Portus Salutis (omnino tamen absente praefato Rectore) baptizavit in Sacello Palatii Magistralis hujus civitatis Vallectae adultum liberum natione Turcam, in maomettana secta denominatum Halim, filium Michaminet et Nefisa defunctorum, annorum circiter triginta sex, in Civitate Bursa Regni Natoliae natum, sponte ac libere in hanc Insulam ad praemissum effectum perventum, cui impositum fuit nomen Emmanuel, Michael Angelus, Antonius de Nicolao. Patrinus fuit E.mus et R.mus D.nus, Dignissimus Magnus Magister Sacrae Religionis Jerosolymitanae ac Princeps Seren.mus Insularum Melitae et Gaudisii Frater D.n, Emmanuel Pinto; Patrina fuit Donna Diana Eugenia Testaferrata Inguanez Feudorum Bochana ac Dar el Bniet Baronessa.

            Ita est, Fr. R.A. Menville Secretarius.

Documenti inediti sulla scuola

di lingua araba a Malta

            Il Dott. A. Cremona, egregio studioso di storia patria, ha raccolto con pazienti e assidue indagini e reso di pubblica ragione una considerevole messe di notizie e documenti intorno all’insegnamento pubblico a Malta della lingua araba. [9]

            Dal decreto della Congregazione de Propaganda Fide riprodotto dal Cremona nella sua pregevole monografia [10] ricaviamo la data precisa del [p.50] l’istituzione della scuola dell’arabo, cioè il 22 settembre 1637.

            Il dotto studioso, però, ha voluto rintracciare gli antecedenti che avrebbero dato origine al decreto e crede poterli individuare in una lettera che Monsignor Fabio Chigi, allora Inquisitore a Malta, aveva diretto al Prefetto della Congregazione di Propaganda in data del 15 maggio 1637: Una lettera — così egli si esprime — in data del 15 maggio 1637, che credo essere stata la prima sulla proposta di una scuola di lingua araba in quest’Isola, fu quella dell’Inquisitore di Malta, allora Fabio Chigi ... [11]

            Che la lettera del Chigi sia stata lo stimolo o il motivo immediato e forse anche determinante del decreto in parola non pare sia lecito dubitarne. Ma la proposta di una scuola pubblica di lingua araba e il desiderio, per ragioni di apostolato tra gli infedeli arabi, della Congregazione di fondarne una rimonta a vari anni prima.

            Ciò risulta dalle lettere che qui vedono la luce per la prima volta.

            La prima in ordine di tempo e la più importante è una lettera del Cardinale Ottavio Bandini, Prefetto della Congregazione di Propaganda, inviata a Monsignor Errera, Inquisitore a Malta, in data del 13 febbraio 1628. E conservata nell’Archivio dell’Inquisitore nel Museo della Cattedrale a Notabile nel manoscritto intitolato Lettere di Propaganda Fide, vol. I, f. 1. E originale e la riproduco uti iacet:

            Molto Illre e Molto Revdo Signore

                                                                                              Essendo stato deputato per lettor della lingua Araba in cotest’Isola fra Francesco da Malta minore osservante, questa Sac. Congre., che grandemente desidera l’eretione e continuatione dello studio della suddetta lingua, hà voluto, ch’io à V.S. raccomandi, come con ogni efficacia faccio, la persona del suddetto Padre, acciò l’ajiuti, e col Gran Maestro; e con cotesto Vescovo per l’effettuatione del desiderio della medesima Sacra Congregazione, incaricando V.S. della sourintendenza del medesimo studio, a finche questa lodevol opera si principij, e proseguisca à gloria di Dio, et in salute di molt’anime, che per diffetto di operarij, che sappino la suddetta lingua; stanno in pericolo della loro saluatione. Sicura che quanto opererà nel suddetto parere sarà accettissimo alla medesima Sacra Congregatione in nome della quale a V.S. m’offro e raccomando

Roma 13 febbraio 1628

affmo

Ottavio Card. Bandini

Francesco Ingoli

Segretario

Al Molto Illustre e Molto Revdo Signore

Mons Errera Inquisitore di N.S.           Malta

            Questa missiva fu da me rinvenuta per caso quasi trent’anni fa nel l’Archivio dell’Inquisitore, conservato allora nel Palazzo Arcivescovile di [p.51] Valletta, nascosta sotto alcuni grossi manoscritti e un fitto strato di polvere nera. Accortomi della sua importanza mi diedi subito premura di trascriverla, ripromettendomi di fare ulteriori indagini e di pubblicarla alla prima occasione. La lettera originale poi l’avevo inserita nel volume al quale ritenevo che dovesse appartenere: Lettere di Propaganda Fide, vol. I.

            Scoppiata la guerra nel giugno del 1940 non ci pensai più alla scuola dell’arabo e dovetti anche smettere l’opera di riordimento di quell’Archivio, il quale per altro, soprattutto dal 1945, è andato incontro a diverse vicende, essendo stato trasferito da un posto all’altro due o tre volte.

            Riprendendo ora dopo tanti anni l’argomento non ho voluto pubblicare questo documento senza prima sincerarmi che esso sussiste ancora e che la mia trascrizione è esatta.

            Di questi due fatti mi ha rassicurato il Can. prof. V. Borg alla cui diligenza è affidata al presente la cura di quell’Archivio.

            Ma raccogliamo le fila.

            Dal documento più sopra riportato emerge dunque chiaramente che il primo suggerimento di una scuola di lingua araba non è partito dall’Inquisitore Chigi, come suppone il Cremona e sulla sua scorta anche il prof. Borg. [12]

            La Congregazione de Propaganda Fide aveva concepito questo progetto parecchio tempo prima del 1637 e perfino prima del 1628.

            Lo conferma una lettera che la Congregazione spediva al Gran Maestro il 13 settembre 1628.

            Mi son imbattuto in questo documento durante alcune mie ricerche nell’Archivio di Propaganda Fide in Roma nel 1955. E di considerevole interesse per il nostro argomento e sembra sia sfuggito alle indagini che il Cremona aveva fatto eseguire per conto suo in quell’Archivio. [13]

            La lettera è contenuta nel volume intitolato: Lettere volgari della S. Congr. Dell’anno’1628, vol. 7, ff. 145v-146:

            Al Gran Maestro di Malta

                        Desiderando da molto tempo in qua la Sac. Congne. de Prop. Fide ch’in cotest’Isola s’eriggesse uno studio della lingua Araba, finalmente ha con diversi offitij operato col Comissario Generale de Min: Ossti:, che sia costì deputato per lettore della d.a lingua fra Fran.co da Malta del med.o Ordine, e perché senza la protettione di V.S. Ill.ma gli sarà difficile comminciare e continouare il do. studio, la med.a Sac. Congne, l’ha voluto con questa raccomander efficacemente il do. Padre, et insieme quest’opera, con pregarla a voler prestargli ogn’aiuto e favore, acció il do. studio s’eregga e si continoui e conservi affinché da quello la stessa S. Congne. possa raccorre quel frutto che spera dalli soggetti ch’in esso s’alleveranno, col mandarli a predicar il S. Evangelo in quelle Provincie dell’Asia nelle quali si parla da. lingua. Questo negotio preme grandemente a questi miei Ill.mi [p.52] Sig.ri, però si raccomanda con ogn’effetto alla protettione di V.S. Ill.ma Roma 13 settembre 1628.

            Una nota in calce a questa missiva dice: All’Inquisitore e Vescovo di Malta fu scritto nel med. o’tenore.

            Tenendo presente che la Congregazione dichiarava espressamente nel 1628 che desiderava da molto tempo che si erigesse a Malta uno studio della lingua araba, mi sembra legittimo dedurre che a questo disegno si fosse pensato sin da quando nel 1622 veniva fondata la Congrezione de Propaganda Fide [14] e decretata l’erezione del Collegio di S. Pietro in Montorio a Roma. [15]

            E che non si fosse trattato dell’insegnamento dell’arabo nei Conventi, [16] ma di una scuola pubblica risulta, se non m’inganno, dal fatto che la Congregazione si rivolgeva per appogi e incoraggiamenti al Gran Maestro, al Vescovo e all’Inquisitore e Delegato Apostolico, incaricando quest’ultimo, come appare dalla lettera del 13 febbraio 1628, della sovrintendenza di questo studio.

            Dei contrattempi, però, avevano ostacolato l’attuazione di questo progetto. Lo si desume da una lettera del 17 marzo 1629 della stessa Congregazione all’Inquisitore. La riproduco dall’Archivio di Propaganda Fide, Lettere volgari della S. Congr. Dell’anno 1629, vol. 8, f. 49:

            All’Inquisitore di Malta

            Quanto più gravi si frapponghino le difficoltà nell’erettione dello studio Arabesco in cotesta Città, tanto sarà più opportuno il favore et agiuto che V.S. ha promesso al P. Francesco da Malta per il suddetto effetto, e si come questa S. Congregazione esperimenta che tutte le opere buone al principio hanno sempre qualch’intoppo, così non ha mancato di fare il possibile col P. Commissario Generale de’ Minori Osservanti acciò faccia la parte sua per promuovere quest’opera, siccome ha promesso di fare nel Capitolo che si celebrerà sotto Pasqua.

            Intanto V.S. animerà il suddetto Padre a non disistere dall’incominciata impresa perché da tutte le parti sarà agiutato a proseguirla et a mantenerla, e con questo fine ringraziandola delle cortesi offerte, ch’ella gli ha fatte.

                                               Di V.S. etc

            Roma, 17 marzo 1629

            Nel clima di rinfocolata ardore missionario, la Congregazione di Propaganda aveva fondato una tipografia poliglotta e poiché, come sembra, urgeva il bisogna di un tipografo che conoscesse l’arabo, aveva messo gli occhi su uno schiavo delle galere dell’Ordine Gerosolimitano, proponendo di liberarlo con la sostituzione di uno schiavo delle galere pontificie.

            Si trattava di un certo ’Alî ibn Yahyà az-Zawâwî al-Bû-Yûsufi conoscitore [p.53] dell’arabo e bravo calligrafo. Era amico di P. Francesco da Malta e dietro incarico di quest’ultimo aveva copiato alcuni manoscritti arabi, dodici dei quali, a dir il vero di scarso valore, sono conservati presso i Conventi di Valletta e di Rabato dei Padri Minori Osservanti. [17]

            Per procurarsi sul conto di ‘Alî le opportune informazioni la Congregazione indirizzava all’Inquisitore di Malta la seguente lettera del 25 aprile 1630 che pubblico dall’Archivio di Propaganda Fide, Lettere volgari della S. Congr. Dell’anno 1630, vol. 10, ff. 46v-47:

            All’Inquisitore di Malta

            Trovandosi schiavo in coteste galere un tal Haly Turco che da Fra Francesco da Malta Minore Osservante a V.S. sarà significato, il qual, come s’intende, è molto prattico della lingua Arabica e disposto di farsi Cristiano, disegnando questa S.C. di liberarlo colla commutatione d’altro schiavo dalle Galere Pontificie, per servirsi dell’opera di lui nella stamparia di varie lingue, ch’ha qui eretta per benefitio de’ Popoli Orientali, ma non essendo ben certificato s’egli possiede perfettamente la suddetta lingua e se realmente voglia farsi Christiano; desidera perciò che V.S. diligentemente s’informi dell’uno e dell’altro particolare e che glie lo significhi poi quanto prima.

                                                                       Di V.S. etc.

            Roma, 25 aprile 1630

            Queste lettere aggiungono non poche notizie nuove sull’insegnamento dell’arabo a Malta e forse serviranno a invogliare qualche studioso a ulteriori indagini negli archivi indicati.

L’autore di un’epigrafe

in onore di “Brighella”

            Non un busto, non una lapide perpetua il nome e la fama — grandissima, lui vivente — dell’insigne latinista maltese, Don Giuseppe Zammit (1802-90), noto comunemente con il nominognolo, per la verità, non troppo lusinghiero, di “Brighella.” [18]

            Unico ricordo che ne tramanda ai posteri la memoria è un ritratto ad olio che lo raffigura nel fior degli anni, conservato nella sagrestia della Chiesa Collegiata e Parrocchiale di Birchircara.

            L’elegante iscrizione latina posta sotto il quadro, rievocando i meriti dell’epigrafista stringato e forbito e la facile vena del poeta geniale e arguto, spesso — diciamolo pure, fra parentesi — causticamente sarcastico e mordace, c’informa che il ritratto è dono dello stesso Zammit, il quale ha voluto testimoniare così la sua gratitudine verso i Canonici, il Clero e il popolo di Birchircara dove per molti anni visse, morì ed è sepolto (Is in [p.54] argumentum grati animi erga Ordinem canonicorum, clerum populumque birchircarensem effigiem suam iconicam hoc in sacrario collocandam donavit).

            Il Dott. V. Frendo Azzopardi, il quale si è occupato, con assidua diligenza, dell’opera e della vita di Brighella in una serie di articoli dati alla luce nel decennio 1923-33, [19] ha pubblicato l’epigrafe in parola da una copia procuratagli dal compianto Canonico Carmelo Bonnici, allora Preposito della Collegiata Eleniana. [20] Ma il testo, com’è pubblicato dal Frendo Azzopardi, è deturpato da alcuni errori così gravi da rendere l’iscrizione in qualche punto addirittura incomprensibile.

            A giustificazione di quest’addebito mi permetto di addurre un esempio palmare di una storpiatura imperdonabile. La frase, correttissima e limpidissima, con cui l’autore dell’epigrafe ricorda che lo Zammit, per i suoi indiscussi, alti meriti di egregio umanista e poeta, era stato nominato socio di parecchie accademie: hinc adlectus in collegia plura sodalium litteratorum ci si presenta, nella trascrizione riportata dal Frendo Azzopardi, straziata e deformata in questo garbuglio indecifrabile: hinc adlectus in collegii iura sodalia litteratorum.

            Ripubblicando la nostra epigrafe al principio del suo articolo sul detto latinista maltese, C. Muscat [21] non si è dato premura di indicare la fonte da cui l’ha tratta. Giacchè, però, l’ha riprodotta tale quale è stata pubblicata dal Frendo Azzopardi e con gli identici spropositi, grossolani e lampanti, mi sembra lecito supporre che quell’imbroglio di frase incapibile non abbia colpito la sua sbadata attenzione e che quindi non si sia preso la briga di esaminare e controllare l’iscrizione in loco.

            Poichè, sia in sè stessa che per il grande Maltese che commemora, l’epigrafe merita di essere meglio conosciuta, credo che valga la pena di riportarla nella sua integrale correttezza:

            Iosephus . Zammit . Sacerdos . Melitensis . Iuris . Pontificii — Et . Civilis . Consultus . In . Latini . Italique . Carminis . Facultate — A . Teneris . Ad . Extremam . Senectutem . Ita . Praestitit . Ut . Ad . Insignium — Poetarum . Nomen . Perveniret . Inscriptiones . Et . Carmina . In . Vulgus . Edidit . Luminibus — Latinitatis . Probatissima . Hinc . Adlectus . In . Collegia . Plura . Sodalium — Litteratorum . Hinc . Annuam . C. Aureorum . [p.55] Anglicorum . Pensionem — Ex . Publico . Aerario . Iure . Meritoque . Habuit . Is . In . Argumentum — Grati . Animi . Erga . Ordinem . Canonicorum . Clerum . Populumque — Birchircarensem . Effigiem . Suam Iconicam . Hoc . In . Sacrario — Collocandam . Donavit . Pie . Decessit . XVI Kal. Martias — Ann. MDCCCLXXXX Annos . Natus . LXXXVII, M. VIIII. — D. XXIII . Cuius . Exuviae . In . Hypogaeo — Sacerdotum . Huius . Curialis . Aedis — Collegiatae . Humatae . Fuerunt.

            Sembrerebbe che non si conosca chi sia stato l’autore di quest’epigrafe che sola, nell’indifferenza e l’oblio. richiama la memoria di un illustre figlio di Malta.

            Il Frendo Azopardi e il Muscat non ne fanno il minimo accenno e il Canonico prof. V. Borg, il quale da me pregato ha fatto ricerche nel l’Archivio della Collegiata, mi assicura che non si è imbattuto in alcuna notizia a questo proposito.

            Per un casa fortuito, però, son venuto in possesso di un documento che rischiara alquanto questo punto oscuro.

            Sfogliando un opuscolo comprato alcuni anni fa da un venditore di cianfrusaglia vi ho trovato un foglio di carta piegato, ingiallito dal tempo. Aperto con impazienza, il foglio si è rivelato per una lettera del Canonico Orazio Galea, il quale chiedeva a Monsignor Francesco Saverio Vassallo di redigere l’epigrafe da mettersi sotto il ritratto ad olio di Brighella.

            La pubblico per intero ne pereant fragmenta, notando che è stata scritta il 15 aprile 1890 alla distanza di soli due mesi dalla morte di Don Giuseppe Zammit avvenuta il 14 del precedente febbraio:

Birchircara, 15 aprile 1890

            Rev.mo Signor Canonico F. Saverio Vassallo ed amico stimatissimo,

            Colla presente mi fo lecito comunicare a V.S. Rev.ma che il fu M. Rev. Sac. Don Giuseppe Zammit, nostro comune amico, durante la sua ultima malattia avea promesso a me ed ad altri Canonici ancora che spesso lo visitavamo, di dover lasciare il suo ritratto ad olio al Capitolo di Birchircara in segno di stima e benevolenza verso il medesimo.

            Ora tale promessa è stata puntualmente eseguita dagli eredi pochi giorni dopo la sua morte, consegnando al Capitolo il detto ritratto, ed in oggi trovasi già esposto in sagrestia a canto del ritratto di Mons. Gaetano Pace Forno di felice memoria.

            Manca però il meglio: voglio dire una iscrizione latina che ricorderà ai presenti ed ai futuri chi era il latinista maltese noto ai dotti dell’Europa pel suo gran genio poetico. E chi potrebbe fare tale iscrizione da essere collocata sotto il ritratto di un uomo sì illustre e dotto, se non Lei, carissimo amico, che conosce tanto bene e da vicino il Dr. Don Giuseppe Zammit vulgo Brighella?

            Perciò a nome mio e di tutto il Capitolo commetto a Lei siffatto lavoro, colla speranza che sarà accettato volontieri da V.S. Rev.ma e per l’amicizia antica che passa tra noi e per la grande stima che Ella sempre ha avuto verso lo Zammit.

            [p.56] In attesa adunque di un suo riscontro, mi pregio di firmarmi, di V.S. Rev.ma Can. Cap. Saverio Vassallo,

                        Umo. Dev.mo Servitore
                                   Can. Orazio Galea

            Questo documento non risolve in maniera definitiva l’enigma del l’autore dell’epigrafe perché non sappiamo se Monsignor Vassallo abbia soddisfatto o meno il desiderio del Capitolo birchircarense. Tuttavia, essendo il Vassallo un abile epigrafista è assai probabile che abbia senzaltro accettato l’incarico e che l’iscrizione sia stata dettata da lui.



[1]      V. MARIANI, Mattia Preti a Malta. Roma, 1929, pp. 79-80. Fra le molte fotografie di dipinti del Preti sparsi in diversi Musei e Chiese d’Europa e di Malta pubblicate da B. CHIMIRRI – A. FRANGIPANE, Mattia Preti detto il Cavaliere Calabrese. Milano, 1914, non comparisce alcun S. Gerolamo.

[2]      Il Dott. Giovanni Cauchi, Direttore della Sezione delle Belle Arti del nostro Museo Nazionale, da me interpellato ha cortesemente espresso quest’opinione.

      Anche il Cav. V. Bonello che da molti anni studia con passione e competenza l’opera del Maestro mi ha assicurato che un S. Gerolamo pretiano si trova in Senglea. Questa notizia, però, è, che io sappia, ancora inedita.

[3]      G. MARIANI, o. c. pp. 28-29; 31.

[4]      C. PUJIA, Fra Mattia Preti nel terzo suo centenario (1613-1913). Napoli, 1913, p. 20.

[5]            U. GALETTI — E. CAMESASCA, Enciclopedia della pittura italiana. Ediz. Garzanti, 1951.

[6]            E. SAMMUT, The Co-Cathedral of St. John. Malta, 1950, pp. 25-26; H.P. SCICLUNA, The Church of St. John in Valletta. Rome, 1955, p. 141.

[7]            A. MIZZI, L’apostolato maltese nei secoli passati. Malta, 1937-38, I, pp. 101-102; G. PSAILA CUMBO, La dignità del Priore della Chiesa, la Ven. da Assemblea dei Cappellani Conventuali e i Fra Cappellani dell’Ordine nel codice gerosolimitano alla luce del Diritto Canonico. Malta, 1938, pp. 42-43.
                        Agli albori del secolo XVIII venne istituita per opera dei Cappellani Conventuali una Sodalità dei neofiti. Intorno ai suoi statuti e ai provvedimenti per la cura spirituale e temporale degli schiavi convertiti cfr. il manoscritto dell’Archivio dell’Ordine segnato Arch. 1939, ff. 31v-32v; 104-107.

[8]            Lo spazio in bianco è del manoscritto.

[9]            A. CREMONA, L’antica fondazione della scuola di lingua araba in Malta. Malta, 1955.

[10]          ID., o. c. pp. 7; 22.

[11]           ID., o. c., p. 7. Cfr. anche V. BORG, Fabio Chigi, Apostolic Delegate in Malta (1634-1639). Città del Vaticano, 1967, pp. 193-194, n. 4.

[12]          V. BORG, o. c., pp. 193-194, n. 4.

[13]          A. CREMONA, o.c. p. 39.

[14]           L. VON PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del medio evo. Versione italiana di  Mons. Prof. Cenci. Roma, 1931, vol. XIII, p. 105.

[15]           A. KLEINHANS, Historia studii linguae arabicae et Collegi Missionum S. Petri in Urbe. Quaracchi (Firenze), 1930, p. 10.

[16]           Lo studio dell’arabo nei Conventi dei Minori Osservanti a Malta ebbe inizio nel 1632. Cfr. G. SCERRI, Malta e i Luoghi Santi della Palestina. Malta, 1933, p. 56.

[17]           E. ROSSI, Manoscritti e documenti orientali nelle Biblioteche e negli Archivi di Malta, in Archivio Storico di Malta, II (1930), pp. 4-5, e G. SCERRI, o. c., pp. 59-66.

[18]           Si affibbiò allo Zammit il nomignolo di “Brighella” dall’omonimo foglio satirico che egli pubblicava tra gli anni 1838-39 e poi di nuovo nel 1852.

[19]           V. FRENDO AZZOPARDI, Giuseppe Zammit e i suoi cento sonetti giocosi, in Melita, III(1923), pp. 232-244; ID., Umorismo e sincerità d’un umanista maltese. Malta, 1925; ID., Per una ritrattazione, in Malta Letteraria, Nuova Serie, IV(1928), pp. 97-105; ID., Ancora dell’Abate Giuseppe Zammit (1802-1890), in Malta Letteraria, N.S., n. 2, IV(1929) pp. 33-39; ID., L’Abate Giuseppe Zammit (1801-1890), in Malta Letteraria N.S., VI(1931), pp. 1-8; ID., “In Calobiotum Epigrammata Centum,” in Malta Letteraria, N.S., VII(1932), pp. 259-267; ID., Un poemetto inedito dello Zammit, in Malta Letteraria, N.S., VIII(1933), pp. 32-35; 89-94; 122-128; 170-177.

[20]           V. FRENDO AZZOPARDI, Ancora dell’Abate Giuseppe Zammit, in Malta Leteraria, N.S., IV(1929), p. 39.

[21]           C. MUSCAT, A Renowned Maltese Humanist, in The Classical Journal, Malta, I (1947), p. 3.