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Source: Melita Historica. [Malta Historical Society]. 6(1972)1(91-97)

[p.91] Nuovi metodi della ricerca storica

Giovanni Mangion

The author of this article reports briefly on the 2nd national conference of the Italian Historical Society (Salerno, April 1971), and deals particularly with the relationship that should exist between History and the new sciences: Cultural Anthropology, Structuralism, Demography. The conclusion is that despite the present trend for specialization, the modern historian is expected to be a man of broad culture and to keep abreast with the results currently being obtained in various fields of knowledge.

La Società degli Storici Italiani, che è stata fondata meno di dieci anni fa e che abbraccia ormai quasi tutti gli storici italiani di ogni tendenza e specialità, ha tenuto il suo II Congresso Nazionale nella città di Salerno dal 23 al 27 aprile scorso. Il primo Congresso l’aveva organzzato a Perugia nell’ottobre 1967, ed era stato un gran successo, di cui recano testimonianza anche i due bei, sostanziosi volumi pubblicati da Marzorati sotto il titolo La Storiografia Italiana negli Ultimi Vent’Anni, che sono andati praticamente a ruba, tanto che se n’è già dovuta fare una ristampa. Il Congresso di Salerno sembra destinato ad un uguale successo, giudicando dall’elevato numero dei. partecipanti (circa trecento, in gran parte professori universitari), dal fatto che già varie case editrici si sono spontaneamente interessate per pubblicarne gli Atti, prevedendone anche una traduzione in lingua straniera, e giudicando infine, e sopratutto, dalla serietà scientifica e anche originalità con cui sono state affrontate delle questioni metodologiche e quindi di interesse universale, essendo stato prescelto per il Congresso salernitano proprio il tema che figura in cima a questo mio breve discorso informativo.

Ecco, infatti, il titolo delle principali relazioni pronunciate, che sono state tutte seguite da interessanti interventi e discussioni:

Pensiero politico e storiografia, relatore prof. Fulvio Tessitore, della Università di Salerno;

Sociologia e storiografia, relazione del prof. Giuseppe Galasso, della Università di Napoli;

Antropologia culturale e ricerca storica, del prof. Pietro Rossi, della Università di Torino;

Storia del diritto e filologia, del prof. Bruno Paradisi, dell’Università di Roma;

Rapporti interdisciplinari vecchi e nuovi nel campo delta storia antica, relazione del prof. Ettore Lepore, dell’Università di Napoli;

Prospettive delta medievistica attuale, del. prof. Giuseppe Martini, [p.92] dell’Università di Milano e Presidente della Società degli Storici Italiani (che ha parlato in assenza del relatore prof. Mario Del Treppo, del Università di Napoli);

Congiuntura, sviluppo e cicli economici, relazione del prof. Luigi De Rosa, dell’Istituto Universitario Navale di Napoli;

Banche, trasporti e assicurazioni, relazione del prof. Federgo Melis, dell’Università di Firenze;

Urbanistica e storia, del dott. arch. Leonardo Benevolo;

Risultati e prospettive della moderna storia della scienza, del prof. Paoio Rossi, dell’Università di Firenze;

Introduzione ai problemi della storia delle campagne, relazione de! prof. Ildebrando Imberciadori, dell’Università di Parma;

Fonti e metodi per lo studio della demografia, del prof. Massmo Livi Bacci, dell’Università di Firenze;

Strutturalismo e ricerca storica, relatore prof. Cesare Segre, della Università di Pavia;

Psicologia e storiografia, relatore prof. Gustavo Jacono, dell’Università di Napoli.

Uno psicologo, un filologo romanzo, un architetto, due filosofi, uno storico del pensiero politico e uno del diritto, uno storico antico, storici dell’economia e della demografia, storici generali: questi, dunque, i relatori di un Congresso che si è svolto all’insegna della interdisciplinarità e che è stato perciò ricchissmo di temi e spunti vari sui rapporti e la collaborazione fra la Storia e le altre scienze, da quelle note tradizionalmente come ausiliarie (cioè le scienze umane, più qualche scienza naturale) a quelle nuove, nate quasi tutte nel secolo scorso se non addirittura nel nostro secolo e di cui non è chiaro ancora l’apporto e l’ausilio che possono e quindi debbono dare alla ricerca storica. Proprio nella scelta dei relatori e nella varietà pur nel comune collegamento alla Storia, degli argomenti trattati, sta l’interesse e la novità non solo per l‘Italia, del Congresso testè concluso. Gli organizzatori, mi sembra, hanno avuto la buona idea di mettere a fuoco alcuni problemi storici o metodologici che sono già sul tappetto da diversi anni in diversi paesi ad alto livello culturale, affidandone il compito ad alcuni specialisti di indubbio merito e prestigo. Non che sia venuto fuori un nuovo o diverso concetto della Storia, evidentemente, ma c’è stato probabilmente un contributo utile per un piû ampio dibattito sul significato della ricerca storica nel mondo d’oggi.

Pietro Rossi, per esempio, ha presentato ai congressisti un diligentissimo esame dei rapporti finora verificatisi fra storia e antropologia culturale, la nuova scienza sorta tra il 1860 e il 1890 (Tylor, Morgan, Frazer, ecc.) come studio scientifico dello sviluppo culturale della società umana, [p.93] acquistando pian piano dignità di scienza e ricchezza di tecniche e di risultati, soprattutto in seguito agli studi di Lévi-Strauss in Francia, di Boas e Kroeber in America, di Malinowski e Radcliffe-Brown in Inghilterra (in Italia l’antropologia culturale sta diventando “di moda” proprio in questi anni). “Mentre da parte dell’antropologia — ha detto l’oratore — c’è sempre stata, in una forma o nell’altra, una presa di posizione rispetto alla ricerca storica, l’atteggiamento verse l’antropologia prevalente nella storiografia contemporanea è tuttora un atteggiamento di disinteresse. Salvo in alcuni settori l’apertura della ricerca storica alle scienze socali — che costituisce forse l’aspetto di maggior rilievo della sua odierna situazione metodologica — non ha dato luogo a un incontro effettivo con l’antropologia”. I settori sopra accennati, in cui sono stati utilizzati i metodi e le teorie dell’antropologia con notevole vantaggio per la conoscenza storica, si riferiscono alla civiltà primitiva e antica, e in particolare alla civiltà precolombiana (opere di Vaillant, Metraux e Zuidema) e agli inizi della storia greca (opere fondamentali di Burnet, Joel, Bruno Sneil, J.P. Vernant). Perfino la scuola delle Annales, così viva e aperta alle tendenze e alle vie nuove, probabilmente la sculo storica più importante di questi ultimi vent’anni e anche prima, non è stata che superficialmente sensibile alla nuova scienza antropologica, e perfino Braudel nel suo Histoire et sciences sociales: la longue durée (1958) non ha fatto che un “riferimento riduttivo” all’antropologia, riconoscendone l’importanza solo “nella misura in cui anch’essa può contribuire allo studio dei processi di ‘lunga durata’, cooperando all’analisi delle forme incoscienti del sociale”. Eppure, ha detto Rossi, l’antropologia è utilizzabile anche nella storia moderna, e soprattutto in tre campi di ricerca oggi di grande attualità e interesse: lo studio delle società contadine (si sa che, a fino all’avvento del marxismo, la storia si era occupata di preferenza dei centri di potere politico, e cioè dei centri urbani); lo studio della stratificazione culturale e quindi delle classi sociali di una società complessa; lo studio dei contatti tra le culture (come nel caso di un paese dominato da un altro, con l’inevitable scontro e incontro tra le culture, ed è foto che finora la storia dei paesi colonizzati è stata studiata quasi sempre dal punto di vista dei colonizzatori). Perché avvenga finalmente l’incontro in sede teorica e metodologica tra storia e antropologia, incontro a cui non si ha il diritto di rinunciare, sarà necessario, ha detto il professor Rossi, “che venga lasciata in disparte la stessa dicotomia tra società (o culture) primitive e società (o culture) civili come forme eterogenee di organizzazione sociale. Dall’altra parte sarà necessario che la ricerca storica pervenga a utilizzare tutta una serie di fonti diverse dai documenti scritti, e che all’interesse per la concatenazione degli avvenimenti si affianchi quello per le trasformazioni a lungo termine delle strutture [p.94] sociali e delle forme di mentalità. Queste condizioni appaiono oggi per buona parte realizzate”.

Tutti quelli che s’interessano anche poco di linguistica, sanno che ormai gli strutturalisti dominano completamente il campo. Si tratta di un normale processo di maturazione della linguistica storica ottocentesca secondo il detto: Bopp genera Pott, che genera Schleicher, che genera Brugmann, che genera Saussure, oppure piuttosto di una rottura completa fra i due momenti della storia della linguistica? Quel che è sicuro è che i più grandi e aggiornati lingusti di oggi si rifanno tutti a Saussure (come al suo miglior allievo, Bally, si rifanno alcuni dei più illustri critici letterari, almeno in Italia lo strutturalismo è un tentativo nuovo, una “scommessa”, ha detto Cesare Segre, “uno sforzo ingente” per rendere intelligibile il mondo umano, fornendo una interpretazione scientifica e filosofica del grande fenomeno linguistico, una scommessa su cui vale la pena di puntare qualcosa. E che rapporto ha lo strutturalismo con la storia? Nessuno finora: ma può averne, ha sostenuto Segre alla fine di un non facile discorso in cui ha esaminato “i significati e le funzioni di quelle che vengono indicate come strutture” e le principali antinomie saussuriane relative a sincronia-diacronia, lingua- parole, e segno linguistico. Se lo strutturalismo è stato ultilizzato da Lévi-Strauss nella sua antropolo gia, è chiaro che può essere utile anche in alcuni settori, almeno, della ricerca storica. Toccherà forse alla numerosa schiera di teorici strutturalisti riprendere le fila del discorso di Segre.

La storia della città non si può dire che è stata trascurata, sopratututto per quanto riguarda il medioevo (basterebbe pensare ai lavori di Bloch, Ganshoff, Pirenne): eppure l’urbanistica, cioè la visione della città come espressione della vita associata, può essere di grande aiuto per gli storici. “Non è esagerato dire che la maggior parte delle città in cui viviamo furono inventate — per la parte essenziale — in epoca medioevale. Anche quando gli sviluppi ulteriori sono stati grand alcuni fatti stabiliti in quel tempo hanno continuato a orientare l’accrescimento recente con singolare persistenza”. Ovviamente poi, la storia è essenziale per l’urbanistca moderna, anche se c’è ancora chi crede nella autonomia dell’arte architettonica. La storia della città moderna e con contemporanea — e Benevolo ha distinto quattro fasi: città liberale, città post-liberale, città post-liberale corretta, città moderna — è capace di fornire delle indicazioni precise sulla classe politica o dirigente che di questa città moderna ha avuto la gestione. “La storia della cittâ — ha concluso il relatore — può cessare di essere un campo specializzato, e divenire una sezione della storia comune, che studia e confronta appunto le mutevoli specializzazioni costruite in diversi periodi, tutte contingenti e modificabili” (noto infatti che la nuova antologia italiana curata da T. [p.95] De Mauro per i tipi di Laterza riporta, accanto al continuo evolversi della lingua e dello stile italiano, delle illustrazioni, curate da Bruno Zevi, che documentino la progressva crescita e trasformazione della città italiana).

“La demografia storica: una disciplina in rapido sviluppo” è ii titolo di un importante articolo pubblicato in Quaderni Storici, maggio-agosto 1971, da Massimo Livi Bacci, un giovane studioso di questi problemi. A Salerno egli ha pronunciato con passione e chiarezza una lezione sui metodi e le fonti della analisi demografica, ed ho notato che anche gli storici più anziani e “collaudati” l’hanno ascoltato con attenzione e ammirazione. Si tratta di una disciplina nuova per l’Italia, che però ha già dato dei risultati molto positivi in Francia presso la scuola delle Annales (Braudel ne fa largo uso nel suo recente e bellissimo Civilisation Matérielle et Capitalisme) e in America. In realtà la demografia intesa come studio dello sviluppo e della densità della popolazione di un determinato paese, non è cosa di oggi. Lo è invece quel che Livi Bacci (sullo esempio di L. Henry e M. Fleury, autori del primo manuale di metodologia in questo campo, intitolato Nouveau Manuel de dépouillement et d’exploitation de l’état civil ancien, Paris 1965) chiama “microdemografia”. Ecco come egli si esprime:

“All’interesse per l’andamento globale della popolazione, viene a sovrapporsi uno spiccato interesse per il comportamento dell’individuo e per la variabilità delle vicende individuali al di sotto della uniformità dei dati globali. L’unità elementare su cui si basano le elaborazioni dei demografi non sono più le nascite (o le morti, od i matrimoni) di un dato mese, od anno od altra unità di tempo, oppure quelle relative ad una determinata zona geografica, ma bensi tutti gli eventi facenti capo ad uno stesso individuo (la sua nascita, e la nascita dei suoi figli, il suo matrimonio, la sua morte o vedovanza, i suoi spostamenti ecc.) oppure ad una stessa famiglia, od altra significativa unità od entità individuabile dal nome o da altro attributo (se una famiglia, il podere, il luogo di residenza ecc.). L’analisi “microdemografica”, generalmente nominativa, permette di dar risposta a molti interrogativi, ben presenti ai demografi, ma spesso lasciati senza soluzione per mancanza di adeguata informazione. Esisteva, ad esempio una qualche forma di controllo volontario della fecondità umana, nella popolazione nel suo insieme oppure in alcuni settori di essa? E se non esisteva, quando è iniziato e in che maniera si è diffuso? Quali le differenze nel numero di figli per coppia, a seconda del livello sociale, della professione, delle vicende familiari? Quali le interrelazioni tra mortalitità infantile, durata dell’allattamento e fecondità della donna? Qual’era la prevalente età al matrimonio, le sue oscillazioni in funzione degli eventi congiunturali ed eccezionali; [p.96] quali le differenze di età dei coniugi in relazione alle condizioni so ciali oppure al grado di endogamia? E poi altri problemi ancora: quello della mobilità degli individui e dei nuclei familiari misurabile anche indirettamente esaminando la provenienza geografica dei coniugi all’atto delle nozze, quello della interrelazione tra vicende familiari ed eventi demografici da un lato e calamità naturali o provocate dall’uomo dall’altro. Vi è poi tutta una vasta tematica, comune alla sociologia ed alla antropologia, riguardante la famiglia e i modi del suo formarsi, accrescersi e disciogliersi; le sue dimensioni e strutture anche in relazione alla pretesa esistenza e diffusione, nei tempi passati, di una fantomatica famiglia patriarcale clan, composta di più nuclei naturali ed esercitante complesse funzioni sociali. I temi citati ci sembra bastino a mostrare la ricchezza attuale e potenziale dei temi della moderna demografia storica che, in molti casi, rappresenta un’ottima chiave all’interpretazione delle società passate”.

Le fonti principali per ricerche demografiche dell’età moderna consistono nelle rilevazioni dei flussi demografici tenute dai parroci delle chiese dotate di un fonte battesimale, a partire all’incirca dal Conci di Trento; poi nelle rilevazioni di situazioni o conteggi a scopo prevalenetemente religioso (status animarum) o politico-fiscale (catasti, enumerazioni di fuochi o famiglie) e infine, a partire dalla metà dell’Ottocento nel caso dell’Italia (e di Malta), nei censimenti intesi in senso moderno. Sulla “lettura” e sull’uso di queste fonti ii Livi Bacci ha fornito numerose utili indicazioni, frutto anche delle sue personali esperienze in questo tipo di ricerche (e vorrei solo aggiungere che Malta si presta benissimo per uno studio demografico di questo tipo, poiché si tratta di un isolato sufficientemente ampio, vitale e stabile, benché non sempre endogamo, dove tutti i fenomeni demografici possono essere analizzati compiutamente, come in un laboratorio, e dove i documenti essenziali come i registri parrocchiali e gli atti notarili si trovano in quantità sebbene non sempre in stato di buona conservazione; è confortante sapere, perciò, che un gruppo di studenti universitari del dipartimento di Storia è attualmente impegnato nella raccolta di importanti rilevazioni di carattere demografico reperibili negli archivi delle chiese parrocchiali maltesi).

Di conciusioni vere e propr:e non m’illudo di poterne trarre, pur dopo aver assistito attentamente ai lavori del Congresso (e desidererei esprimere un ringraziamento agli organizzatori, alla nascente Università di Salerno sotto la guida del Rettore prof. G. De Rosa e le Autorità salernitane per l’ottima accoglienza, all’Ente Provinciale per il Turismo per il regalo della magnifica pubblicazione Consuetudines Civitatis Amalfie). Qualche riflessione di carattere generale, a titolo personale, però, la si [p.97] può fare. Storia sociale ed economica: questo, l’indirizzo precipuo della storiografia in questi ultimi decenni. Il congresso salernitano l’ha confermato in pieno. Lo storico politico, tutto indaffarato a decifrare e ad arzigogolare sui rapporti fra gli stati e fra i singoli uomini politici, non gode più quel credito e quei seguito che godeva, poniamo, nei secolo scorso. La storia politica sembra destinata a far da sfondo per la storia sociale, anziché viceversa. Ed è giusto che sia così. Interdisciplinarità della storia: e cioè g1oba della cultura, pur nei rispetto della specializzazione di cui ii nostro secolo è stato portatore, e centralit delia storia nell’ambito di queiia cultura. L’ha detto giâ moito bene Benedetto Croce: “Dove l’intimo nesso con la cultura storica s’infiacchisce o si spezza, non c’è alto poeta, profondo filosofo, dotto scienziato, vigoroso uomo d’azione che possa sfuggire alla taccia di rozzezza e incuitura in maggiore o minor grado, né sottrarsi agli effetti che se ne notano in qualche atteggiamento del suo stile, in qualche parte dell’opera sua” (Discorsi di varia filosofia, I, p. 163). Se nessun uomo colto può impunemente ignorare la storia, anche lo storico però ha il dovere di aggiornarsi e di recepire i risultati delle altre scienze e soprattutto di quelle che hanno per oggetto l’uomo e le sue azioni, Utilissimo sempre, ma sempre meno facile, il mestiere dello storico.