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Source: Melita Historica. [Published by the Malta Historical Society]. 6(1973)2(206-210)

Missione Archeologica Italiana a Malta. Rapporti preliminari delle campagne di scavi 1963-1969, a cura dell’Istituto di Studi del Vicino Oriente dell’Università di Roma e del Centro di Studio per la civiltà fenicia e punica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma 1964-1972.

Sette bei, sostanziosi volumi in quarto, nitidamente stampati, corredati a dovere di piante, figure, fotografie (talune anche a colori), e contenenti i rapporti preliminari pubblicati man mano che proseguivano di anno in anno gli scavi nei tre cantieri maltesi di Tas-Silg, San Paolo Milqi e Ras il-Wardija. La Missione archeologica italiana si appresta ora a concludere il suo lavoro a Malta; è in corso di stampa un ultimo volume di questa serie di rapporti preliminari, dopo di che verrà elaborato, da parte degli specialisti componenti la Missione, uno studio approfondito, complessivo e decisamente scientifico dei risultati di ben dieci anni si scavi melitensi. A chi scrive questa breve segnalazione, corre innanzitutto l’obbligo di ricordare coloro che hanno reso possibile e sostenuto i primi passi di questa grande impresa culturale sul suolo maltese: Sabatino Moscati, Cagiano de Azevedo, Antonia Ciasca, Antonio Paris, Charles [p.207] Zammit, O.G. Messina, A. Di Pietro, E. Coleiro ecc.

Grazie, infatti, ai lavori eseguiti dalla Missione, le tre località di Tas-Silg, San Pawl Milqi e Ras il-Wardija — ma sopratutto Tas-Silg — sono state conquistate alla scienza, resteranno quindi per sempre famose, collegate definitivamente agli studi di protostoria e di storia antica del Mediterraneo e della civiltà europea.

Sabatino Moscati non esita a parlare nei suoi recenti scritti di una “rivoluzione” verificatasi negli studi archeologici dell’ultimo decennio, parla testualmente di “radicali trasformazioni di prospettive e di giudizi che dobbiamo alle scoperte archeologiche degli ultimi anni sulle coste mediterranee” (Tra Cartagine e Roma, 1971, p. 108). Si tratta di una organica serie di scavi e prospezioni eseguiti in buona parte da Moscati e dalla sua scuola, in Tunisia, in Sardegna, in Sicilia (sopratutto Mozia), a Pantelleria, a Malta, e condotti non tanto o non più dal tradizionale punto di vista classico, greco-romano, bensì orientalistico, fenicio-punico, e che hanno portato, in sostanza, alla rivalutazione di due elementi fondamentali nella formazione ed espansione della protostorica civiltà mediterranea, vale a dire l’elemento fenicio-punico e il sostrato locale. Scrive Moscati a proposito degli scavi maltesi: “Nell’insieme, emerge sopratutto la funzione centrale di Malta nel Mediterraneo, al punto di confluenza dei più vari apporti culturali, tutti recepiti e assimilati sul rigoglioso fondo della grande civiltà preistorica. Forse in nessun luogo come a Tas-Silg si documenta l’incontro tra Cartagine e Roma, nell’autonomia originaria delle componenti, nel coordinamento e nella interazione di esse sul terreno neutro della convergenza, nella reazione al sostrato e alle condizioni di isolamento con lo sviluppo di taluni caratteri autonomi che danno alla prima civiltà storica di Malta una sua propria inconfondibile configurazione” (ibid., p. 49).

A tutti è noto — dopo gli studi di Evans, Trump, Temi Zammit, Bernabò Brea — che nell’epoca neolitica fiorì a Malta una civiltà culturalmente assai elevata, di cui sono testimonianza i numerosi templi finora scoperti (non meno di ventitrè). Basterà dire, per confermare l’alto tenore di vita di quella gente, che essa esercitò, sia nel periodo detto di Tarxien sia in quello di Borg in-Nadur, un autonomo influsso d’incivilimento anche all’infuori dell’isola (ved. L. Bernabò Brea, Abitato neolitico e insediamento maltese delletà del bronzo nellisola di Ognina, Siracusa, e i rapporti fra la Sicilia e Malta dal XVI al XIII sec. a.C., in “Kokalos,” 1966, pp. 40-69). Dopo i recenti scavi, sopratutto quelli di Tas-Silg, sembra si dovrà dire che quella civiltà autoctona mantenne il suo alto livello anche quando recepì l’influsso della civiltà fenicia e, successivamente, punica, e poi ancora ellenistico-romana, giudicando sopratutto dalla ininterrotta vita del grande santuario dedicato alla dea Astarte-Tanit (?) - [p.208] Hera-Iuno, scoperto e studiato appunto a Tas-Silg. Tale civiltà locale-fenicio-punica continuò a mantenersi viva all’interno di Malta e ad intavolare rapporti col mondo esterno anche nel periodo ellenistico e in quello tardo-romano. Oggi possiamo dirlo con sicurezza; anche se non diremo (come invece insiste Cagiano a più riprese) di essere certi che i Maltesi parlavano punico nel 60 d.C. Secondo Coleiro, che studia le monete coniate a Malta e Gozo nell’antichità, il greco si sostituì al punico nelle leggende monetarie dopo il 75 a.C., per essere a sua volta sostituito dal latino verso il 37 a.C.: ma si tratta sempre, in questi casi, di lingua ufficiale e dell’amministrazione, non di lingua popolare. Da notare a questo proposito che un solo esemplare di epigrafia romana è tornato alla luce a Tas-Silg, contro le centinaia di iscrizioni puniche e neo-puniche emerse nel corso degli scavi, sporadicamente anche negli altri due cantieri, dove poco si aspettavano. I rapporti culturali e commerciali col mondo romano sono, però, ampiamente attestati a Tas-Silg, per esempio dal diffuso pavimento in mosaico di laterizio e tessere di marmo bianco che risale al periodo repubblicano, e perfino dall’interessante quanto inatteso trovamento di un vaso globulare firmato da L. Sarius Surus, noto fabbricatore settentrionale di vasi di ceramica, trovamento inedito di cui hanno dato subito notizia Moscati e Cagiano nel The Illustrated London News del 3 ottobre 1964.

Questi scavi, dunque, e le iscrizioni puniche da essi portate alla luce, esulano chiaramente dagli angusti limiti della storia locale per assumere un autentico valore universale. Già s’è accennato al fatto che gli scavi maltesi confermano l’importanza dell’elemento fenicio e di quello locale, oltre a quello rappresentato dalle migrazioni greche, alle origini della storia antica, successiva alla fase preistorica. Fino a una ventina d’anni fa, inoltre, prevaleva fra gli studiosi la tendenza a pensare che la civiltà siro-palestinese fosse passata in Occidente attraverso Cartagine (la tesi “ribassista” del Beloch). Poi si cominciò a pensare che Cartagine fosse soltanto una, destinata certo ad essere la più celebre, delle colonie fondate più o meno contemporaneamente dalla Fenicia in Occidente, e che una civiltà fenicia si fosse affermata in Occidente prima di quella greca e molto prima che Cartagine, con la fondazione di una colonia a Ibiza nelle Baleari nel 654 circa, si fosse incamminata verso la costituzione di un grande impero. Giudicando da vari reperti anteriori forse anche al VII secolo (per es. una statuetta di calcare femminile attribuita dalla Ciasca all’ambiente fenicio-cipriota) e comunque non riscontrabili a Cartagine, gli scavi di Tas-Silg confermano la presenza nel Mediterraneo centrale di una civiltà fenicia che non passa necessariamente per Cartagine (mentre colonie puniche a tutti gli effetti sarebbero, allo stato attuale e non definitivo delle nostre conoscenze archeologiche, gli Emporia della [p.209] Tripolitania, Leptis Magna inclusa, secondo quanto strive A. Di Vita in AA.VV., L'espansione fenicia nel Mediterraneo, C.N.R., 1971).*

Le iscrizioni puniche, ritrovate in gran numero incise su vasi, su ossi, su pietra, su frammenti di ceramica metallica, hanno permesso ancora una volta (quasi come le stele bilingui maltesi studiate dal Barthélémy e dai suoi contemporanei) agli esperti di far luce su alcune delle molte questioni pendenti sulla scrittura e la lettura di quella lingua. L’epigrafista della Missione, Giovanni Garbini, lo stesso che ha pubblicato il testo fenicio delle famose Lamine di Pyrgi, ha potuto, attraverso una autorevole lettura delle iscrizioni rinvenute, avviare a soluzione alcuni problemi linguistici, per es. quello delle abbreviazioni in punico, integrare e correggere alcune letture e congetture di analoghe iscrizioni proposte dal C.I.S., e formulare delle considerazioni di carattere storico-culturale. Ha scritto Garbini nel 1963, quando non erano state ancora trovate iscrizioni più lunghe e interessanti: “Nonostante la brevità esasperante e lo stato spesso disperato delle iscrizioni su vasi trovate a Tas-Silg, queste forniscono un insieme di dati di fondamentale importanza per la comprensione non soltanto del significato storico-culturale del complesso archeologico in cui esse sono state trovate, ma anche per una serie di problemi concernenti vari aspetti della civiltà fenicia” (1963, 94).

Tre cantieri di scavi: tre miniere di notizie. Tas-Silg: un grande santuario, che fu prima megalitico (metà del III millennio, vi è stata trovata una “fat lady” del periodo appunto di Tarxien), poi fenicio, poi punico, poi ellenistico-romano (il fanum Iunonis depredato da Verre), poi cristianizzato con la probabile aggiunta di una basilica e di un monastero in epoca bizantina; San Pawl Milqi: una villa romana, dotata di una grande azienda agricola, costruita su delle strutture edilizie anteriori a quelle romane, cioè puniche, il tutto senza alcun dubbio collegato con lo storico naufragio di San Paolo in quei dipressi; Ras il-Wardija: un santuario punico del III secolo, unico nel suo genere, perché scavato nella roccia viva, con una stanza ipogea e passaggi esterni intersecantisi, con delle terrazze digradanti di epoca posteriore, verisimilmente di gusto ellenistico. Risultati, quindi, certamente non inferiori alle pur alte aspettative.

Bisogna infine ricordare gli articoli — di V. Bonello, V. Borg, E. Coleiro, G. Busuttil, P. Minganti, G.P. Marchi — direttamente collegati con la storia antica e alto-medioevale di Malta. Si tratta di articoli di [p.210] fondamentale importanza, che riguardano per lo più la ricerca delle fonti, e che s’impongono agli storici futuri di quest’isola, la quale, com’è noto, racchiude una storia il cui valore e interesse scientifico supera di gran lunga la sua estrema piccolezza fisica. Fra questi articoli, avrebbe dovuto forse trovar posto un saggio sulla lingua e la toponomastica maltese. Già il compianto P.P. Saydon notava come la filologia maltese fosse stata bistrattata nei primi due volumi. Strano, per es., come Wardija abbia potuto essere proposta ripetutamente come ‘la fiorita’; e Milqi va tradotto meglio con ‘accolto, ricevuto’ anziché ‘l’incontrato.’ Interessante e utile, invece, la derivazione etimologica del toponimo Bendiki, nei pressi della villa romana di San Pawl Milqi, da ‘pentoikia,’ rientrando quindi quel termine nel tenue ma interessante elemento greco insito nel lessico maltese. Tale ipotesi di V. Bonello è stata accolta da Saydon (Il Ponte, genn. 1966). Né mi sembra da scartare la proposta di Coleiro (anche se giudicata “forzata” da Saydon), di derivare Dellimara, nei pressi del fanum di Iuno regina, da Dejr il-Mara (anziché da Dejr l-Imara), anche perché si trovano attestati in Sicilia rahl al-mara ‘casale della donna,’ dayr sant angalu bi m(.)litu, dayr sant mariya, ad-dayr al-kabir sant mariya ‘monastero grande di S. Maria,’ in Spagna (e nell’Oriente islamico) Aldeire ‘il convento cristiano,’ a Malta Dejr il-Bniet ‘chiostro o convento delle fanciulle’ (ved. G.B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Brescia 1972, pp. 261, 291-3, 322).

G. Mangion

[*] Mentre correggo le bozze (dicembre '73), apprendo dalla television che gli scavi in corso a Selinunte sotto la direzione di V. Tusa, importantissimi perche' i primi ad essere intrapresi in questa famosa zona archeologica, hanno quasi sin dal primi colpi di zappa confermato un diretto influsso siro-palestinese, cioe' probabilmente fenicio, in Sicilia.