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Source: Melita Historica. [Published by the Malta Historical Society]. 6(1973)2(153-161)

[p.153] Teatro e Folclore a Malta nel Secolo Decimottavo

J. Eynaud

A Malta il settecento è rinomato per l’Arcadia e per lérudizione storico-letteraria. La Colonia Etnea accolse tra I suoi pastori parecchi maltesi, di cui ricordiamo specialment il conte Giov. Ant. Ciantar (1696-1778) col nome di Tagindo Jonide, e Luigi Rigord (1739-1823) della Compagnia di Gesù, con quello di Ruldarpe Etolio. Il Rigord, nutrito di forti studi classici, pubblicò una traduzione rimata di Catullo, col testo a fronte e con parecchie annotazioni, e lasciò molto componimenti in versi, di cui parecchi sono stati pubblicati in giornali e periodici maltesi, dopo la sua morte.

Il Ciantar fu uomo di varia e infaticata attività, meritando illustri amicizie e diverse onorificenze. Verseggiatore facile, ma pedestre, volle tentare un poema sacro di ampie proporzioni sulla Madre di Dio, in versi sciolti, con argomenti e note. Pochi oggi potrebbero resistere alla lettura di questa lunghissima narrazione verseggiata, che si trascina pesantemente per più di 40 pagine! Ma oltre al sup lungo poema, il Ciantar ci ha lasciato numerose rime religiose ed encomiastiche, edite ed inedited. Più notevoli delle rime sono, però, le sue “cantate” o “serenate” drammatiche, d’imitazione meastasiana, tra vui La virtù della fortuna, in lode del Gran Maestro Despuig, Gli Applausi della fama per láscensione al pontificio di Clemente XIII, e le serenate drammatiche del mattio maltese, circa dodici, tra le quail Proteo Vaticante, Didone in Malta, Giasone in Colchide, La partenza di Ulisse dall’Isola di Calipso, Dejanira.

Queste serenate ci richiamano alla mente la bella festa del Calendimaggio, che era di grande importanza nel secolo XVIII per le nostre isole. Infatti, nei tempi dei Cavalieri oltre agli spettacoli in Teatro si tenevano nelle piazze pubbliche “Serenate” o “Cantate” per festeggiare qualche avvenimento speciale. Di derivazione schiettamente italiana, la festa del Calendimaggio venne importata in Malta nelle prime decadi del secolo. Era costituita da una solenne esecuzione musicale – per lo più una cantata espressamente composta – che si faceva nel pomeriggio del 30 aprile, sotto gli auspici e per l’impulsi del capitano della città.

La bella festa del Calendimaggio si teneva nella piazza principale della Valletta, innanzi al severo palazzo dei Gran Maestri. Il capitano della città, come abbiamo già’detto, faceva tutti i preparative. Il popolo, quello colto che era legato da ragioni dínteressi materiali o da vincoli [p.154] spirituali di sudditanza, dámmirazione, di amicizia, collaborava alla buona riuscita della festa. La massa si contentava di assistere a bocca aperta. Si faceva un dovere di battere le mani e di gridare “evviva”!

Il posto destinato al Gran Maestro era, forse, il balcone del palazzo. Quel che è sicuro è che il 30 aprile di ogni anno durante quasi tutto il secolo XVIII si rappresentava un breve drama musicale, una ‘cantata’, una ‘serenata’, un ‘dialogo musicale’, un ‘componimento drammatico’. La più antica risale al 1724, l’ultima al 1777. È inutile dire che esse erano tutte scritte in italiano.

La rappresentazione aveva luogo, verso il tramonto, come si rivela da parecchi passi dei componimenti stessi. Nella cantata La Gloria nell’Etna (1760) [1] la Gloria dice:

Or su declina il giorno, e omai le schiere
            Del popol bellicose
            Di tanti eroi lo stuol, cantano festivi
            Il lor inclito duce. Inni giulivi
            Risuonan le felici
            Melitensi contrade.

E nel Trionfo di Dafne (1761) [2] dice Peneo:

Il giorno omai
            Già cade, e già si vede
            Espero folgorar: l’oscura notte
            Ecco s’appressa.

Dopo la rappresentazione il capitano della città presentava “un mazzetto di fiori al Gran Maestro come anche a ciascuno degli illutrissimi Signori del Consiglio Compito”.

Il giorno seguente, primo di maggio, si aveva lúso di porre al balcone del Gran Maestro e alle porte un ramo di pioppo. [3] Lo stesso giorno si piantava nella piazza del Palazza un albero di grande altezza, ‘l’albero di maggio’ o ‘la cuccagna’, sulla cui cima erano sospese molte specie di [p.155] cibo prelibato e i concorrenti dovevano arrampicarsi per pescarne il più possible. [4]

La parte ignota, o poco nota, della festa di maggio è senza dubbio la più interessante: il componimento drammatico, eco del felice mondo arcadico. I Gran Maestri, pastori arcadi anch’essi, come tanti altri principi, si delettavano di simili feste, siccome líncenso della lode, sincera o falsa, si levava dal coro di pastorelli minori in densa nuvola odorosa, alle loro auguste persone, poste da Dio a guardia delle ‘mandre’.

I poeti, o meglio I verseggiatori, sono per lo più italiani, tutti oscuri o ignoti: Jacopo Albergotti, in Arcadia Logildo Mereo; l’avvocato Claudio Mazzarelli da Foligno, in Arcadia Alcindo Menatrio; Francesco Uzzi; U. Ginnavio e M. Capranica. Alcuni sono maltesi, tra i quali un Servilio, accademico industrioso in Malta, un Giannicolo Muscat, laureato in filosofia, e il conte Giov. Antonio Ciantar, membro dell’Accademia Reale delle Iscrizioni  e Belle Lettere di Parigi, in Arcadia Tagindo Jonide, notissimo per lavori di maggio lena e valore, e non abbastanza apprezato dai suoi concittadini.

I musicisti che rivestirono di note quelle cantate furono anche quasi tutti italiani, solo eccezioni i maltesi M. A. Vella e Fra Filippo Pizzuti. Le cantate erano per di più dedicate al Gran Maestro e talvolta abbinate all’occasione del Calendimaggio con lo scopo di fargli onore per la sua recente elezione (per es/ quella del 1773 è intitolata La Gara tra la Gloria e la Religione).

Anche in alter date e in ambienti diversi venivano di rado composte cantate per celebrare lánniversario dellésaltazione al trono del Gran Maestro. Pes es. Il contento dei numi e Batto re di Malta – componimento drammatico per festeggiare il giorno del compleanno del Gran Maestro Emmanuele Pinto. Qualcuna fu eseguita solennemente anche a teatro. Per es. il Trionfo di Minerva e Prologo a due voci. [5] Né si mancava, alla morte di qualche Gran Maestro, do onorarne la memoria con solenni ceimonie funebri tra cui la ‘cantata’, per es. Cantata a due voci in occasione dell’accademia funebre tenuta dagli Accademici per la morte del Gran Maestro Zondadari nel 1722.

I versi di queste ‘Cantate’, usati nel dialogo sono endecasillabi e settenari, liberamente intrecciati o rimati; I recitativi più lunchi e importanti finiscono con un’arietta di quartine, settenarie, ottonarie e decasillabe. Il Metastasio, dittatore del melodrama italiano si presentava facile modello. Le ‘Serenate’del maggio maltese, dunque si adattarono agli schemi metastasiani, ed ebbero per interlocutori o esseri mitologici, dei [p.156] ed eroi, o idee astratte o cose personificate; Giove, Minerva, Febo Mercurio; Nestore, Telemaco, Calipso; Italia, Africa, Malta, Roma; Tempo, Giustizia, Religione; Clori, Tirsi, Alceste. In breve tutto il bagaglio classico, tutta la retorica del ‘700. Ci aggiriamo nel vario mondo delle prosopopee e delle favole, con il solito pretesto, che i nomi mitologici sono usati come simboli, senza alcuna intenzione di offendere la fede cristiana. All’uopo veniva quasi sempre premessa alla stampa una ‘protesta’ cautelativa.

Il contenuto è un contrasto in una o due parti. C’è sempre la lode del magnanimo ‘Eroe’, del ‘Duce’, del ‘Cittadino’, del ‘Padre’. Spesso si trovano fatte le lodi della primavera con l’immancabile corredo, ‘D’erba novella’ e di ‘Superbetti fiori’, col ‘Zefiro soave’, col ‘Mormorio dell’onda’, portare qui la risposta di Clori, pastorella melitense, a Tirsi, anche lui pastore melitense.

Basta pastor. Mi è noto
            Il troppo tuo faceto
            Cinico umor. Sempre … più di una ninfa
            Se ne lagna a ragion.

Non manca qualche allusion storica. Nel Nestore in Pilo (1765) [6] per esempio, si accenna alla corona reale ottenuta dal Gran Maestro Pinto, oltre alla sala regia e al trattamento regio per l’ambasciatore dell’Ordine a Roma. I cantanti venivano dalla Sicilia e da Napoli, ma nella seconda metà del secolo dovettero provarsi nellárte del canto anche i maltesi. Nell’Italia Fortunata (1764), Clori, a proposito dei poeti e dei musicisti dice:

Abbiamo, Tirsi, abbiamo
            Nelle nostre cittadi
            Non volgare soggetti.

L’uso di cantare in maggio è antichissimo in Italia. Il popolo fiorentino del ‘200 salutava il mese delle rose e degli amori con tutta una serie de feste. Nel ‘400 i principi presero vera parte alla bella festa primaverile. Forse le donne fiorentine danzando innanzi al Palazzo Mediceo, cantacano le balata del Medici e del Poliziano!

Passando a Malta osserviamo subito che la bella festa, per quanto si svolgesse in piazza, aveva caratteri troppo aulici per non apparire [p.157] importata. Se è esatto quello che afferma il Ferris [7] l’albero della cuccagna fu imporatato qui dallo Zondadari (1720-1722). Nel primo quarto dell’700 entrò qui l’uso di tributare omaggi ai signori del luogo, e quindi i mazzetti di fiori e i rami al balcone del Gran Maestro de alle porte dei Gran Croci. Siccome in quei tempi non s’immaginava una festa ufficiale senza una ‘cantata’, ecco anche il componimento drammatico alla vigilia. Ma quell che pare innegabile è l’influenza italiana di tutti gli elementi del ‘Calendimaggio’ maltese, il carattere più spiccatamente aulico che qui assunsero, e quindi la loro incapacità a conservarsi in vita.

La festa del ‘Calendimaggio’ molto importante a Malta nel secolo XVIII, ci fornisce un documento molto prezioso per affermare che la vita teatrale sull’isola era molto intense. Le ‘Cantate’ di maggio, fatte per esaltare i Gran Maestri, sono testimonianza di una vita culturale e teatrale legata con le correnti di quel tempo. Anche se non sono sempre di un alto livello letterario, le ‘Cantate’ o ‘Serenate’ sono quasi sempre modellate sui grandi autori del melodrama italiano, come, per esemprio, Metastasio e Apostolo Zeno.

Le ‘Cantate’ del maggio maltese possono essere divise in tre categorie e cioè, (a) rappresentazioni storico-politiche; (b) rappresentazioni mitologiche; (c) rappresentazioni sacre.

Le rappresentazioni storico-politiche sono espressione di un teatro patriottico, che mirano ad esaltare i dominatori attuali di quell’epoca e I paesi più vicini all’isola proliticamente ed economicamente. Per esempio, l’’Italia Trionfante’ (1725) [8] è un elogio all’Italia che riesce a sottomettere l’Africa sotto il suo potere. Nella ‘serenata’del 1745 [9] la Fama e la Gloria si uniscono ad immortalare il nome del Gran Meastro Pinto; la prima a spargere la sua grandezza per il mondo, l’altra a fare eterne le sue gesta. Prassitele e Mirone scolpiscono l’effigie del Gran Maestro in duro bronzo per collorala in alti edifici ad essere ammirata e per durare in eterno a dispetto del tempo. Il Tempo però sostiene che col passar degli anni tutto deve finire, ma quando vien a sapere che l’effigie è del Gran Maestro Pinto, si arrende a anch’egli con la Fama e la Gloria si impegna ad esaltare il Pinto.

Una cantata simile a questa è L’Isola Fortunata (1765) [10] di Claudo Mazzarelli e posta in musica dal Rev. G. San Martin. Verso sera scendono in piazza le ninfe e i pastori maltesi, e dietro una gran turba di stranieri che in tempo di carestia e di tumulti hanno riparato a Malta. Qui, grazie [p.158] all’opera e al senno del Gran Maestro Pinto regna l’abbondanza.

… onde a ragione
            l’isola fortunate
            Malta si appella.

Nell’anno 1760 per la gloriosa esaltazione di sua maestà cattolica Carlo Terzo e di Ferdinando Quatro re delle due Sicilie si rappresentò a Malta una Cantata a tre voci. Così dice Venere di Re Carlo:

D’un re favello
            per cui, vedranno le future Etadi
            Di Priamo la costanza,
            E d’Ettore il valor.

Il 4 giugno 1811 nel Teatro Manoel venne rappresentato un Prologo per festeggiare il compleanno di sua maestà britannica Giorgio Terzo. La cantata non ha niente di letterario, ma la scena che ci fa vedere scendere lentamente dall’alto una ‘nube’, dentro cui sta Mercurio, con il ritratto di Sua Maestà, fa rispecchiare il trionfo della scenografia. La scena rappresenta il gran porto di Malta, e Melite con un suo seguito di abitatori scende vicino al mare per ricevere Dori, che inseime con varie ninfe sbarca festosa da un carro in forma di conchiglia, tirato da cavalli marini. Così si esprime Melite:

Fin da quel momento
            Ridir non so, con quale ardour l’amai
            E del mio nome Melite Chiamai.
            Un’isola feconda,
            Dentro clima sereno, di più fornito
            Comodi asili al navigante stanco,
            Che dall’oceano si trasporta all’onto.

Come abbiamo già detto gli interiocutori delle ‘Serenate’sono la maggio parte esseri mitologici. Rappresentazioni mitologiche sono anche molte ‘Cantate’, ad esempio Proteo Vaticinante (1742) [11] scritta da Ant. Ciantar, pastore arcade. Proteo dice alla madre Tetide:

Eccoci giunti al fortunate lido
            Dell’isola guerriera
            [p.159] Che l’ira fiacca dell’Oriente infido.
            Ecco la Rocca altera [12]
            Che Antonio il grande fe’ innalzar all’etra.
            E reseal immortal col proprio nome.
            Mira l’alti pendici. [13]
            Prove si chiare diero
            Quel magnanimi eroi, che il nobil sangue
            Sparser gloriosi per la Fe’ di Pietro.

            Nella seconda parte della cantate troviamo ricordato il mecenatismo del Pinto:

                                    Le belle arti fiorire io qui rimiro,
                                    E ricever da lui nuovo splendore.
                                    Al mecenate lor, che col suo vanto
                                    Porge argomenti sempre nuovi al canto.

            Nel 1759 nella piazza del palazza di Valletta si fece rappresentare Apollo e Pane [14] cantata scritta da Udo Ginnavio e musicata da G. San Martin. I personaggi sono Vibele, Apollo e Pane. Nella prima parte Cibele interviene nella lotta tra Apollo e Pane. Nella seconda parte, come nelle altre ‘Cantate’, comincia la lode al Gran Maestro.

            Claudi Mazzarelli da Foligno, in Arcadia Alcindo Menetrio, ha scritto tra l’altro una cantata intitolata, Telemaco in Ogige, scritta intorno al 1762. [15] La favola che Malta fosse l’antica isola di Calipso e dove Ulisse fu preso dalla stessa ninfa, dopo l’incendio di Troia, è stata la fonte principale per la cantata del nostro Mazzarelli. Telemaco e Mentore sono sbattuti da una tempesta all’isola di Ogigia. Calipso si innamora di Telemaco, come già del padre, e rimasta sola con lui, gli rivela il suo amore:

                                    Io t’amo o caro
                                    Appena il tuo sembiante
                                    Vidi, che ti adoria.

            Così cerca di avvolgerlo nella sua rete. Ma intanto Telemaco si è innamorato [p.160] della ninfa Eucari, alla quale rivolge, corrisposto, ardenti parole. Colto da Calipso, viene accusato a Mentore, che lo rimprovera. Telemaco si confessa impotente a resistere alla bellezza della ninfa. Lo sdegno di Calipso è placato da un sogno in cui Iride le rivela il ritorno di Ulisse e di Telemaco in Italia, le future ‘vicende portentose della  Ogigia contrade’ e i suoi futuri sovrani, tra i quali Pinto. Quindi il solito coro laudativo.

            Dello stesso autori è Maja Placata (1765), [16] cantata scritta in onore del Gran Maestro Pinto. Maja fa risalire alla ‘maiume’ [17] l’origine del ‘Calendimaggio’ maltese; Apollo ai ‘ludi pitici’. [18] Così dice Apollo a Maja:

                                    Di Malta Illustre Figlio [19]
                                    L’espose in dotte carte. [20] I Pizi antichi
                                    Che fossero frequenti
                                    Fralle melite gente
                                    Ancor provò.

            Altre cantate del Mazzarelli sono Nestore il Pilo (1768). [21] La Gloria nell’Etna (1768), [22] e Ulisse in Feacia (1768). [23] Il mito di Ulisse torna nella cantata Ulisse in Feacia che è tratta dall’Odissea di Omero. La scena rappresenta una sala regia vagamente illuminata in tempo di notte. Entra il coro delle donzelle, bizzarramente vestite, con Demodoco che suona la cetra e canta con le medesime. Ai lati una gran folla che una volta terminato il coro si disperde per la scena. Ulisse venuto in Feacia si innamora di Nausica, principessa reale. Demodoco però, gli consiglia di partire.

            Didone in Malta (1770), [24] cantata scritta dal Brillante Socio Colombario, descrive la ventura di Didone, figlia di Belo e vedova di Sicheo, a Malta e che fu coresemente accolta da Re Batto, allora Signore di quest’isola. Più tardi nella cantata questo re Batto si identifica in Emmanuele Pinto. Iceta, sacerdote del tempio di Giunone parla di Malta in tal modo:

                                    Malta più volte cambierà sovrani
                                    Di nazioni diverse: e finalmente
                                    Diverrà stabil sede
                                    Di un bellicose stuol …

            Come Didone è rimasta fedele alle ceneri di Sicheo e non sposò Iarba, così Malta rimarrà fedele al suo sovrano.

            Il popolo maltese fervido cattolico come era favoriva le rappresentazioni sacre. Molte volte troviamo misto l’eleento cristiano e quello pagano, come si vede nella cantata del 1746 posta in musica del celebre maestro Michelangrlo Vella. I personaggi cono Giustizia, Nettuno e Religione. La Giustizia, da ogni parte oppressa, fugge in una nave, ma il mare si apre in voragine ondose e così si naufraga in mezzo alle acque. Nettuno la soccorre, la porta nel suo carro tirato da Tritoni marini, e la conduce a Malta, sotto gli auspici del grande Pinto, amante della giustizia e della religione. La Religione l’accoglie festosamente e assicura per sempre la sua dimora sul trono.

            Un certo Pietro Martines per onorare l’impresa di La Valette contro i turchi, scrisse La Pietà Coronata (1750). [25] Si tratta difatto dell’attentato di Solimano, capo dei turchi, di sorprendere l’isola di Malta. Ma il valore dei cavalieri animati dall’esempio del loro grande capo, respinsero tutti gli attacchi dei barbari. Così la fede cristiana trionfa su quella musulmana.

            Chiude la nosta serie di ‘Cantate’I trionfi di Malta sui nemici della fede (1755), [26] componimento drammatico scritto da Meglido isio e posta in musica da Giambattisti Lampugnani. Malta invita l’Africa a farsi cristiana:

                                    Volgi, misera, volgi in me lo sguardi,
                                    Ve’ ome bianca mi lampeggia in petto
                                    Lucentissima Vroce, e qual risplende
                                    Di diamante eletto.

            L’Africa risponde aspramente, e ad essa si unisce l’ombra si Solimano minacciando rovine. Roma Interviene, dicendo di aver fornito a Malta, sua figlia, le sue armi.

                                    Ella combatte
                                    Per me con queste, ogni nemico mio
                                    Con questa atterra.

            Con questa ‘Cantata’viene a termine la nostra rassegna delle composizione encomiastiche per la festa del ‘Calendimaggio’, che si è manifestata a Malta nel secolo decimottavo sotto forma di teatro e folclore.



[1] Vedi: R.M.L. Misc. 216, 231. Avverto che, per i libretti d’opera spesso pubblicati adespoti e senza data, ho ritenuto più agevole citare la collocazione nella Miscellanee della R.M.L. anziché altri dati, quasi sempre non reperibili.

[2] Vedi: R.M.L. Misc. 216, 231, 251.

[3] Vedi: Malta Illustrata di Abela Ciantar. Malta, Stamperia del Palazzo per Giov. Mallia. 1772-1780. Lib. 1.

[4] Vedi: Malta pour un voyager français di un ignoto viaggiatore francese. Holiday customs in Malta, Malta, L. Busuttil, 1894, pag. 109.

[5] Vedi: R.M.L. Misc. 163.

[6] Vedi: R.M.L. Misc. 216, 251.

[7] Vedi. Memorie dell’Inclito Ordine Gerosolimitano nelle isole di Malta (Malta, Busuttil, 1881) pag. 258.

[8] Vedi: R.M.L. Misc. 250, 277.

[9] Vedi: R.M.L. Misc. 216.

[10] Vedi: R.M.L. Misc. 216.

[11] Vedi: R.M.L. Misc. 43, 216, 277, 489.

[12] La “Rocca Altera” è il forte Manoel.

[13] “L’alti pendici” si riferisce al forte Sant’Elmo.

[14] Vedi: R.M.L. Misc. 216.

[15] Vedi: Ibid.

[16] Vedi: Ibid.

[17] “Maiume” erano tradizioni di molti città italiane, nelle quali durante la notte delle Calendi di Maggio si soleva piantare degli alberi, o nelle piazza, o davanti le case di persone distinte. Era anche l’uso di portare dei rami detti precisamente “Maj” alle case di persone nobili, in segno d’allegrezza e di buon principio d’estate.

[18] I “ludi pitici” erano giochi illustri in onore di Apollo, dopo che egli aveva ucciso il serpente Pitone, che aveva perseguitato Latona, sua madre, per ordine della Dea Giunone.

[19] Il “di Malta Illustre Figlio” è come annota lo stesso Mazzarelli, l’erudito Conte Ciantar.

[20] “Le dotte carte” sono la sua accoratissima: De antiqua inscriptione.

[21] Vedi: R.M.L. Misc. 216, 251, 231.

[22] Vedi: Ibid.

[23] Vedi: Ibid.

[24] Vedi: R.M.L. Ms. 166.

[25] Vedi: R.M.L. Misc. 216, 250.

[26] Vedi: R.M.L. Misc. 247, 250, 277.