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Source: Melita Historica : [Published by the Malta Historical Society]. 7(1976)1(65-89)

[P.65] Le Poesie “Maltesi” di Peire Vidal (1204-5)

Joseph M. Brincat

In the first years of the XIIIth century Malta hosted a Provencal troubadour who put the island on the cultural map of Europe almost as soon as Neo-Latin literature began to flourish. However the poems Peire Vidal composed here in 1204-5 have never been published locally. In this article Brincat presents them in their historic and literary perspective, reproducing the text according to the recent critical edition of D. S. Avalle which supersedes the text and the interpretation of the previous editions. Since Avalle does not provide the poems with a literal translation, Brincat has brought up to date De Bartholomaeis’ version by integrating it with Avalle’s conclusions. The notes explain the historical details (political and amorous) but the reader is constantly reminded that the genre’s style transcends documentary evidence. Moreover Vidal’s vein is particularly tricky as he tends to exaggerate and boast in order to obtain the desired violently satiric effect. The linguistic notes aim at rendering the original text comprehensible to the reader who knows Italian.

Peire Vidal

Le notizie biografiche dei poeti dei primi secoli sono sempre scarse, e quello che si sa dei trovatori provenzali è avvolto in quell’aura leggiadra e infida che emana dalle due fonti principali: gli accenni autobiografici contenuti nelle poesie (cioè l’immagine che il poeta vuole proiettare di sé) e i racconti romanzati delle Vidas. Questi profili dei trovatori, scritti da Provenzali esiliati in seguito alla crociata albigese e rifugiatisi in Italia in due momenti, nel 1228 e nel 1241-42; non miravano certo all’autenticità biografica. Benché fossero i primi tentativi di storia letteraria, le vidas e le razos da un lato tendevano a idealizzare la terra (perduta) di Provenza, dall’altra si servirono molto liberamente degli aneddoti e dei temi svolti dai trovatori di cui raccontavano la vita. Sicché ciò che era inizialmente un commento alle canzoni più conosciute [p.66] divenne, sulla base di cenni presi alla lettera, una esercitazione in prosa simile alle favole e ai racconti romanzeschi (un fatto comprovato dalla ripresa di alcune vidas nel Novellino e nel Decameron).

Delle vidas dei trovatori quella di Peire Vidal è la più fantastica, appunto perché gli aneddoti riferiti dallo stesso poeta nei suoi versi sono di carattere fantastico e iperbolico. Effettivamente il Vidal introdusse nella poesia occitanica una novità, arricchendo la tematica trovadorica con l’aneddoto biografico romanzesco, pur restando nei limiti del lessico e dell’ideologia cortese. Per conseguenza la sua caratteristica più evidente è il vanto: egli è sicuro del suo successo letterario, millanta imprese favolose nelle avventure amorose e militari (cfr. Neus ni gels; stt. V e VII e la nota ai vv. 55-56) si proclama cavaliere e crea persino la leggenda del Vidal “imperatore” (cfr. ibid., st. III e nota al v. 23). Si tratta però di una scelta stilistica ben precisa, quella della gaya canson, la quale, sotto la superficie scherzosa che dava l’apparenza di essere meno dotta della canzone nobile, nascondeva uno sforzo stilistico non meno impegnativo. L’espressione bonaria e iperbolica dei suoi sentimenti di gioia e di tristezza, quasi ingenua nella sua sincerità, rese possibile al Vidal la stessa oltranza verbale nell’espressione temeraria del proprio giudizio, totalmente indipendente, nei serventesi politici. In questo modo, la fama di trovatore “folle” era una specie di schermo che gli permise di essere violento nelle invettive e sincero e temerario nel suo ruolo dichiarato di “consigliere dei grandi”.

Gli accenni concretamente autobiografici dei componimenti di Peire Vidal presentano una serie di nomi e senhal di nobildonne amate o cantate e di protettori lodati o consigliati, i quali sono testimonianze sicure degli spostamenti frequenti del trovatore. Nato a Tolosa di modeste origini (la vida informa che era figlio di un pellicciaio) egli ebbe Raymond V come il suo primo protettore. Frequentò anche il visconte Barral di Marsiglia e canta Na Vierna, una nobildonna provenzale (secondo la vida era la moglie di Barral e il trovatore sarebbe riuscito a baciarla, sorprendendola mentre dormiva, per essere poi sempre perseguitato da lei e difeso dal visconte). Fu il Conte Raymond V che lo costrinse all’esilio a causa di un serventese troppo violento nei suoi confronti, pertanto Vidal si mise in viaggio, prima a Montpellier, poi in Palestina. In Castiglia acquistò la simpatia di Alfonso II d’Aragona, poi si riconcilia con Raymond e torna nella sua Provenza che aveva ricordato spesso con nostalgia nei suoi versi. Questo periodo felice, pera, durò poco perché Raymond mori nel 1194, dopo Barral (nel 1192) e poco prima di Alfonso (nel 1196).

Vidal fece altri viaggi. Quando Costanza d’Aragona sposa Enrico, Re d’Ungheria, Vidal accompagna Gaucelm Faidit, un altro trovatore, [p.67] per l’Europa centrale (nel 1198). Scrisse versi per Na Loba (“la lupa”), la signora di Pennautier in Carcassès, e per Na Raimbauda; una nobildonna di Beuil nell’estrema Provenza. Parti per l’Italia dove si fermò presso Bonifacio I di Monferrato, al servizio del quale fece la propaganda per la crociata del 1202. Mentre cantò Azalea, sorella di Bonifacio, lanciò invettive contro l’imperatore e i Tedeschi (della cui lingua disse “e lor parlar sembla lairars de cans”). Quando Bonifacio partì per la Palestina egli passò al servizio dell’aristocrazia genovese e fu cosi che egli venne a Malta nel 1204-5.

Malta è l’ultima traccia che si ha di questo trovatore bizzarro e brillante, il quale con la sua forte personalità si era imposto all’attenzione pubblica del suo tempo. Forse morì tra Malta e la Tessalonica, dove Bonifacio era diventato re nel 1204.

Malta nel primo decennio del Duecento

La conquista normanna della Sicilia aveva riallacciato i legami della isola col continente, specie dopo il 1130 quando Ruggero II riunì i due domini normanni, il Ducato di Puglia e di Calabria e la Contea di Sicilia, in un’unica e grande monarchia. Il regno di Sicilia, con le nuove garanzie di buon ordine e di sicurezza contro i rischi del particolarismo feudale, rilanciò non solo le relazioni commerciali tra la Sicilia e il resto d’Italia ma anche quelle più importanti con il Nord Africa. Per conseguenza la Sicilia ospitò mercanti provenienti da tutti i paesi e fu corteggiata da Genovesi, Pisani e Veneziani, i quali rivaleggiarono per quei privilegi che erano indispensabili per soddisfare alle loro ambizioni commerciali.

Nella contingenza l’importanza di Malta aumenta non solo per ragioni di strategia militare ma sopratutto per quelle commerciali. Grazie all’intensificazione dei traffici nel Mediterraneo centrale, Malta divenne un’importante stazione di transito ed uno scalo indispensabile per le flotte commerciali delle repubbliche marinare italiane.

Quando nel 1090 Ruggero I conquistò la Sicilia agli Arabi, egli invase nello stesso anno le isole di Malta e Gozo, ma vi lasciò gli Arabi governare a suo nome. Fu Ruggero II che nel 1127 annesse realmente l’isola al suo regno siciliano. Sotto Guglielmo I (1154-66) e Guglielmo II (1166-89), Malta continuò a fare una vita relativamente tranquilla, finché non risentisse delle conseguenze delle lotte fra Tancredi, che fu incoronato Re di Sicilia nel 1190, e Enrico VI, il figlio di Federico Barbarossa che aveva sposato Costanza, figlia di Ruggero I, l’erede legittima al trono siciliano.

Tancredi donò l’isola come contea all’ammiraglio Margarito da [p.68] Brindisi in riconoscenza del valore con cui questi si era battuto contro le flotte di Pisa e Genova che avevano appoggiato Enrico VI nel 1191. Scomparso Tancredi, Sibilla sua moglie non oppose resistenza a Enrico VI che s’impadronì della Sicilia nel 1197. La contea di Malta, però, rimase nelle mani degli eredi di Margarito, passando prima a suo figlio Guglielmo Grosso, poi alla figlia di costui che sposò Enrico Pescatore, un genovese. In questo modo l’isola divenne effettivamente una base genovese in un periodo quando il Mediterraneo era diventato un teatro di lotte aspre fra Genovesi, Pisani e Veneziani per il dominio del commercio fra l’Europa e il Nord Africa.

Nel primo decennio del 1200, Malta conobbe un periodo di una insolita notorietà, perché Enrico Pescatore con i suoi Maltesi fece delle spedizioni militari le quali, se da un lato appaiono sorprendenti per uno stato cosi piccolo, dall’altro sono prove sicure di una certa vitalità. Nel 1204 Enrico conquistò Siracusa ai Pisani e vi insedia Alamanno Costa. Nel 1205 egli liberò Alamanno dalla stretta dei Pisani in Siracusa, poi riportò una vittoria sulle navi veneziane nelle acque di Tripoli e difese il castello di Nefin per la repubblica genovese contro gli attacchi dei Turchi e dei Saraceni. Nel 1206 si spinse più lontano, conquistando Corfù e Creta, due successi effimeri (si arrese ai Veneziani nel 1211) ma indicativi della forza di quel piccolo stato mediterraneo che Enrico era riuscito a creare con gli aiuti finanziari di Genova, ma anche con il lavoro e col commercio. Grazie alla costruzione e alla riparazione di navi negli arsenali; ai proventi della dogana e delle società corsare, alla presenza dei mercanti genovesi e all’affluire di merci, vettovaglie e schiavi, l’isola conobbe un benessere economico generale, il quale seppur macchiato delle colpe inerenti al sistema feudale, fu certamente invidiato da molte città dell’Italia contemporanea.

Peire Vidal a Malta

II poeta provenzale Peire Vidal capitò nell’isola proprio in quei tempi, e il fatto non è dovuto a una semplice coincidenza. I trovatori frequentavano solo le corti più vive, i signori più importanti e generosi, tant’è vero che dei contemporanei di Vidal solo uno; Raimbaud de Vaqueiras, era sceso nel Sud. Questi aveva seguito Bonifacio da Monferrato e le sue truppe fino a Palermo nel 1194; partecipando appunto a quella spedizione che aveva permesso a Enrico VI di iniziare la sua impresa imperiale di Sicilia. La presenza di Peire Vidal a Malta nel 1204 è un segno sicuro della floridezza economica che l’isola godeva sotto Enrico Pescatore. Vidal assolse i suoi doveri da buon trovatore secondo il costume di allora: [p.69] nelle canzoni-serventese qui riproposte, egli canta le lodi del suo signore menzionando appunto Enrico Pescatore e Alamanna da Costa e la vittoriosa spedizione siracusana nelle strofe VIII e IX di Neus ni gels (cfr. le note ai vv. 59, 65, 73), nella prima strofa di Pus ubert (cfr. le note ai vv. 8, 88), mentre in Quant hom es egli rivela che è ancora al servizio dei Genovesi, presumibilmente, dunque, si trovava ancora a Malta (cfr. la nota al v. 65).

Con Peire Vidal Malta s’inserisce subito nel quadro della rinascente poesia europea. Ospita e viene menzionata da un poeta fra i più celebri di quelli che hanno osato cantare per la prima volta in una lingua volgare. Peire Vidal, insieme con Raimbaud de Vaqueiras e Aimeric de Pegulhan, svolse un ruolo determinante nello sviluppo della lirica italiana, perché i trovatori che poetarono in Italia e poi gli Italiani che trovarono in lingua d’oc furono i precursori della poesia italiana. È da notare che Aimeric appartenne realmente al circolo di Federico II che elabora la prima poesia d’arte in un volgare italiano tra il 1225 e il 1250. Grazie a Peire Vidal Malta vanta la presenza di un poeta un ventennio prima della nascita della Scuola Siciliana, ma con la partenza di Enrico Pescatore ripiombò nel buio intellettuale. È vero che nel 1240 ospita Jacopo Mostacci ma questo non venne in veste di poeta (come appunto Vidal) bensì per la caccia ai falconi. Sotto Federico II Malta torna a dipendere direttamente dalla corona siciliana e la situazione era di nuovo come ai tempi di Ruggero II, quando alcuni poeti Arabi nati a Malta lasciarono l’isola perché l’attrazione della corte di Palermo era troppo forte, e Malta, rimasta priva di una corte propria dovette aspettare l’arrivo dei Cavalieri di S. Giovanni per veder nascere un’altra corte autonoma, più splendida e più duratura, che fece fiorire una fervida attività in tutte le arti.

Nota al testo

Le tre canzoni-serventese che Peire Vidal scrisse a Malta nel 1204-5 sono qui riprodotte nel testo della più recente e più autorevole edizione critica curata da D’Arco Silvio Avalle pubblicata nel 1960. Poiché l’Avalle apporta delle correzioni alle lezioni tradizionali di Anglade e De Bartholomaeis, ho ritenuto opportuno presentare una mia traduzione tenendo conto delle nuove lezioni dell’Avalle e dei suggerimenti che egli propone. Per esempio, Abulafia nel suo interessante articolo Henry Count of Malta in Medieval Malta, London. 1975, cita ancora alcuni versi di Vidal secondo la lezione di De Bartholomaeis e per conseguenza traduce il v.57 di Neus ni gels “Now I have conquered leisure and bathe in Malta’s sea”, [p.70] il quale secondo la nuova lezione di Avalle si rende con le parole “Now I have conquered leisure and pleasure in Malta” (cfr. la nota a p...... Abulafia cita i vv. 57-64, e 73-76 di Neus ni gels, e i vv. 8-12 di Pus ubert).

1. Neus ni gels ni plueja ni fanh. Canzone-serventese unissonans di nove coblas di otto ottonari ed una tornata di quattro ottonari: ABBACCDD. Ed. AVALLE XXXIV.

Neus ni gels ni plueja ni fanh
No’m tollon deport ni so’atz,
Que l’escurs temps mi par clartatz

Pel novel joi en que’m refranh;
Que joves dona m’a conques,          5
E, s’eu lieis conquerre pogues,
Quan la remir, tam bella’m par,
Que de gaug cug ades volar.

I Traduzione Né neve, né gelo, né pioggia, né fango / mi tolgono diporto e sollazzo, / tanto che il tempo oscuro mi par chiaro / per la nuova gioia in che mi consolo; / perché una giovane donna mi ha conquistato. / Eh! se io potessi conquistare lei! / Quando la guardo mi pare tanto bella / che dalla gioia credo subito di volare.

1: Evidentemente l’incipit non si riferisce alle condizioni atmosferiche reali, perché a Malta non nevica mai. Il poeta utilizza il luogo comune dell’inizio invernale (che è 1’antitesi, altrettanto topica, dell’inizio primaverile) per esprimere la sua gioia interiore tramite il contrasto con la situazione esteriore: neve, gelo, pioggia, fango non solo non diminuiscono la gioia del poeta ma questa li ignora, anzi li trasforma in clartatz, cioè tempo bello. Pertanto è ozioso discutere se la poesia sia stata effettivamente composta d’inverno o no.
2: ni è una congiunzione senza valore negativo qui.
3. que nell’occitanico è una congiunzione subordinativa (quid, quod) con valore non solo dichiarativo ma anche causale, temporale, consecutivo e comparativo.
4: rejranher rifl.: ‘éprouver du soulagement, se consoler; s’adoucir en parlant d’un mal’ (LEVY).
6: AVALLE adotta la punteggiatura del De Bartholomaeis, ma osserva che in qnesto periodo ipotetico c’è qualcosa che non va perché fra protasi e apodosi non esiste alcun rapporto logico di causa-effetto. Si potrebbe tentare una soluzione semplice interpretando E come esclamazione e mettendo un punto (esclamativo) alla fine del verso, Così, la frase che esprime il desiderio dell’innamorato viene separata da quella che esprime il suo incanto. Si è una particella augurale.
8: ades ‘toujours; sur le champ; déjà.’ (LEVY).

II. Mas l’austors qu’om pren en l’aranh,
Qu’es fers entro qu’es domesiatz,       10
Pueis torna maniers e privatz,
S’es qui’l tenha ni gen l’aplanh,
[p.71] Mout val mais d’autre quant a pres;
Tot atrestals uzatges es,
Qui jove dona vol amar,                   15
Que gen la deu adomesgar.

II Trad. Ma l’astore che viene preso nella rete, / il quale è selvaggio finché non è domato, / dacché diventa docile e domestico, / se qualcuno lo tiene e lo educa gentilmente, / esso vale molto di più di qualsiasi altro quando fa preda. / È del tutto simile l’usanza che / chi vuole amare una giovane donna, / deve conquistarla con gentilezza.

9: L’astore è un falco di quelli che furono usati per la caccia. La voce italiana deriva dal provenzale (austor) che a sua volta trova origine nel latino acceptor.|
11: Pueis AVALLE corregge il ‘poi’ del De Bartholomaeis, proponendo di intendere ‘quando, dacché, dopo ché’. Inoltre, raccamanda di far dipendere la protasi che segue Pueis dalla principale, Mout val mais, ecc.
12: Notare l’insistenza sull’atto dell’addomesticare per mezzo dei verbi domesjar (10), tener e aplanhar (12) e della coppia sinonimica maniers e privatz (11), Infatti è proprio quest’atto che sta alla base del paragone tra l’uccello e la donna amata (cfr. v. 16, adomesgar).
13: L’interpretazione di quant a pres nel senso di ‘quando ha catturato (la preda)’, piuttosto che in quello di “quando ha imparato’ c dell’Avalle.
15: Qui vale si quis.
16: Preferisco “conquistare” ad “ammansare” (DB), non solo perché il primo è più adatto ad una persona umana (o meglio ad una giovane donna), ma anche perché adamesgar (in francese aprivoiser) pud significare sia to tame (inglese per ‘ammansare’) sia to win over, un termine difficilmente traducibile in italiano se non con una perifrasi: Pertanto mi sono appoggiato al “conquerre” del v.6, che esprime il desiderio del poeta, il quale troverebbe cosi ia sua realizzazione.

III. A l’uzatge’m tenh de Galvanh
Que quan non son aventuratz,
Ieu m’esfortz tan deves totz latz
Qu’ieu prenc e conquier e gazanh.       20
E si mos afars m’avengues
D’aisso de que’m sui entremes,
A mon emperi ses duptar
Feira tot lo mon sopleyar.

III Trad. Mi attengo all’uso di Galvano / che quando non sono favorito dalla fortuna,            / io mi sforzo tanto da ogni lato / che io prendo e conquisto e guadagno. / E se si realizzassero i miei progetti,  / di ciò che ho intrapreso, / al mio impero, senza dubbio, / farei tutto il mondo chinare:

DB Questa strofe è VIIa nel De Bartholomaeis dunque i vv. corriapondono ai nn. 49-56.
17: Questa strofe è da confrontare con la VII, che ne è un doppione (cfr. nota al v. 49) De Bartholomaeis adotta la lezione di Anglade, il quale spiegò il riferimento all’Estranh come un’allusione ad una leggenda sconosciuta. Avalle prova, però, che è semplicemente un richiamo a Galvano (Galvain o Gauvain), uno degli eroi arturiani, come Lancillotto ecc., le vicende dei quali s’intrecciano con le molte strane avventure del protagonista Perceval nella ricerca del Santo Graal.
22: entremetre: v. rifl., ‘s’interposer; s’entremettre, s’occuper, s’efforcer,’ (LEVY).
23: A mon emperi. L’uso di quest’iperbole nella poesia di Peire Vidal fece nascere la [p.72] leggenda del Vidal “imperatore”, tanto che nella sua Vida si legge: “E qand fo garitz, el s’en anet outra mar. De lai el armenet una Grega que il fo donada per moiller en Cipre; il fo dat ad entendre q’ella era netza del encperador de Constantinople, e q’el per lei devia aver l’emperi per razon. Don el mes tot qant poc gazaignar a far navili, q’el crezia anar l’empert conqistar. E portava armas emperials, e fasia se clamar emperaire e la moiller emperairitz.” La rappresentazione romanzesca che fecero gli antichi biografi deriva dalla loro interpretazione di temi poetici del Vidal come concretamente autobiografici. Altri accenni a questo tema si trovano in Quant hom es en autrui poder (qui n.3, AVALLE XLIII) vv.65-6: “Emperaire dels Genoes / Remanh et ai tal feu conques”; e nella tenzone tra Lanza e Vidal (AVALLE XLIV) vv. 1-2: “Emperador avem de tal manera, / Que non a sen ni saber, ni menbranza”.
24: sopleyar: ‘se plier, s’incliner, se soumettre’ (LEVY).

IV. Ab pauc de fuec romp l’aur e franh       25
L’obriers tro qu’el es esmeratz,
Don l’obra es plus bell’assatz:
Per que los loncs maltragz non planh,
E si’l fuecs d’amor s’enprezes
En lieis si cum e me s’espres,             30
De ben novel pogra cantar;
Mas hom no’s deu dezesperar.

IV Trad. Con un po’ di fuoco rompe l’oro e lo frange / l’operaio, finché esso sia raffinato / donde l’opera è più bella assai: / per ciò delle lunghe sofferenze non piango / e se ‘l fuoco d’amore si accende / in lei così come si accese in me / di nuovo ben potrei cantar; / ma non bisogna disperarsi.

Nel testo del DB questi vv. corriapondono ai numeri 17-24.
25: Romp-franh è una delle molte iterazioni sinonimiche che si trovano in questa canzone-serventese. Cfr. i vv. 11 maniers - privatz, 20 prenc - conquier - gazanh (triplice), 42 savis-membratz, 44 trebalh Lanh, 52 pesseg-franh, 56 rire-jogar, 57 sojorn-banh, 76 onron-tenon car.
26: esmerar: ‘épurer, affiner, améliorer, perfectionner’, esmeratz: ‘pur, excellent, parfait’ (LEVY).
28: maltragz: ‘peine, souffrance; effort, travail’ (LEVY).
29: enprendre: rifl. ‘s’allumer, s’éprendre’ (LEVY).
30: Avalle confessa che il luogo è disperato, e dopo aver citato l’opinione concorde di Jeanroy, Anglade e De Bartholomaeis, accenna che l’espressione, che non è inconsueta, potrebbe avere il valore di un senhal (cioè quel termine, o frase, usato per discrezione al posto del nome della donna amata). L’editore poi spiega la sua scelta della lezione di uno dei codici, la quale potrebbe essere già una trivializzazione o ricostruzione congetturale, per analogia col v. 4, dove il poeta parla di un “novel joi”.

V. Ab bonas donas m’acompanh
E platz me jovens e beutatz
E platz me cors gen faissonatz;
Mas no mi platz bars que’m reganh
Ni que trop li dur sos arnes;
Qu’ieu’n sai ben tals dos o tals tres
[p. 73] Qu’om pot per ver-vilas comtar,
Ab sol que los auja nomar.             40

V Trad. Cerco la compagnia di gentildonne, / e mi piace la giovinezza e la bellezza, / e mi piace il corpo ben fatto; / ma non mi piace un barone che mi guarda male / o a cui duri troppo il suo arnesee / perché io conosco dei tali, due o tre, / che uno pua considerare dei veri villani / al solo sentirli nominare.

Questa strofe è pure Va nel testo del De Bartholomaeis, e i numeri dei versi corrispondono.|
33: Ab dal lat. apud; m’acompanh: acompanhar, rifl. significa, ‘se réunir; s’unir charnellement’ (LEVY), ma qui sembra indicare piuttosto ‘cerco la compagnia di’; cfr. anche il v.65. “Ab lo comt’Arman m’acompanh”.
34: jovens: Nella terminologia della fin’amors, joven è una nozione fondamentale che indica piuttosto l’indole che l’età, e pertanto corrisponde più precisamente all’inglese youthfulness. Vale tenere presente cia che ne dice P. BEC, a pp: 24-27, dove analizza i temi-chiave della fin’amors: oltre all’eta giovane, e all’insieme dei giovani, il sostantivo designa le disposizioni particolari ai giovani: generosità., gioia, spontaneità senza motivazioni celate o calcoli, e sopratutto la disponibilità verso la vita e l’amore. Egli aggiunge, citando E. Kohler, che il termine arriva a designare un insieme assai vago di qualitfià morali ed estetiche dell’anima e dello spirito, la somma delle virtù che definiscono la cortesia in tutta la sua ampiezza.
36: reganhar: ‘rechigner, grommeler; braire, brailler’ (LEVY).
37: arnes; ‘harnais, vêtements, costume, parure, garniture, harnachement’ (LEVY). La frase è un po’ vaga, ma sembra che il poeta rimproveri l’avarizia (il barone che tarda a donare la tradizionale roba con cui si pagavano i giullari e i ca.valieri di corte? o quello che fa durare il più possibile le sue cose?). L’avarizia è la negazione della largueza, la generosità, munificenza, la propensione aristocratica, ad elargire doni e benefici che è la condizione sine qua non della struttura feudale (cfr. BEC, pp. 21-24),

VI. A drut de bona dona tanh
Que sia savis e membratz
E cortes ez amezuratz,
E que trop no’s trebalh ni’s lanh.
Qu’amors ab ira no’s fa ges,             45
Que mesura d’amor fruitz es,
E drutz que a bon cor d’amar,
Deu’s ab gaug d’ira refrenar.

VI Trad. All’amante di una gentildonna conviene / essere saggio e prudente / e cortese e misurato, / e non arrabbiarsi né lamentarsi troppo. Perché Amore ed Ira non vanno d’accordo e la Misura è frutto d’amore; / e l’amante che ha una buona disposizione d’amare / deve con la gioia raffrenare l’ira.

Questa strofe è IVa in De Bartholomaeis, e i numeri dei versi sono 25-32.
41: drut: il termine indica l’amante, certe volte anche l’amante in senso non onesto (“amant charnel”). - tanher, v.i, e rifl. ‘convenir, être approprié, être convenable’ (LEVY).
42: meynbrats: ‘prudent, avisé’ (LEVY).
43: amezuratz: Nella concezione della fin’armors, la mesura è una delle nozioni fondamentali, ma mentre joven e joi hanno valori psicologici, individualizzanti, più lirici, [p.74] mesura e largueza sono di tipo morale e sociale. Mesura indica l’equilibrio dei sentimenti e della ragione, la modestia, l’autocontrollo, soprattutto la conformità alle leggi d’amore, sia per la donna sia per il cavaliere. È parallela a e complementa la cortesia perché mentre questa riguarda l’equilibrio, la moderazione del cavaliere nella societià, la mesura è la disciplina interiore dell’amante, la sua fedeltà alle norme e ai riti: È línsieme di queste qualità che fa di lui un fin’amant. (Cfr. BEC, p.21):
44: trebalhar: rifl. ‘peiner, s’occuper se fâcher’.
45: ges: ‘chose, rien, pas du tout’ (LEVY), dunque equivalente a `punto’, `niente’.
faire: rifl, significa anche ‘convenire’.
46: Il verso è una massima ,che esprime il valore tecnico di questa qualitià morale nella struttura concettuale della fin’amors. Infatti tutta la strofe presenta motivi tipici della poesia gnomica occitanica.
47: cor: ‘coeur; courage; volonté, envie’ (LEVY).

VII. Las aventuras de Galvanh

Ai totas e d’autras assatz;                   50
E quan sui en caval armatz,
Tot quan cossec, pesseg e franh.
Cent cavaliers ai totz sols pres
Et ai agut tot lur arnes;
Cent donas ai fachas plorar             55
Et autras cent rir’e jogar.

VII Trad. Le avventure di Galvano / le ho tutte e delle altre assai; / e quando sono a cavallo, armato, / tutto quello che raggiungo rompo e faccio a pezzi. / Cento cavalieri ho preso da solo / e ho avuto tutta la loro armatura / cento donne ho fatto piangere / e altre cento ridere e divertirsi.

Questa strofe è VIa nel testo del D~B e i. verai corrispondono ai numeri 41-48.
49: La strofe VII è un doppione della III, alla quale si è sovrappoata in alcuni testimoni mentre in altri è stata espunta. Dalla qualità delle due strofe, Avalle desume che si tratta di una doppia redazione, un caso non infrequente nel Vidal (cfr. AVALLE, p. 272), Sono simili il riferimento a Galvano (v. 1) e il tema del vanto delle prodezze militari, al quale si è aggiunto quello delle prodezze amorose in questa versione.
52: consegre: `raggiungere’. - pesejar: `fare a pezzi’, `rompere’. - franhar: `frangere’, `rompere’.
54: ‘arnes: cfr. nota al v.37. Qui si riferisce all’armatura dei cavalieri.
55. rir’e jogar: iterazione sinonimica, jogar è nel senso di ‘s’amuser’ (LEVY), dunque ‘divertirsi’.
55-56: Questi due vessi sono rispecchiati nella Vida del poeta (cfr. nota 22) : “E si entendia en totas la borcas dompnas qu vezia, e totas las pregava d’amor e totas li dizion de far e de dir so q’el volgues; don el crezia esser drutz de totas e que chascuna moris per el” (AVAI.LE p. 10). L’intera strofe, peraltro, deve aver contribuito a creare la leggenda del Vidal che “fo dels plus fols homes que mais fossen  - q’el crezia qe tot fos vers so que a lui plazia ni q’el volia” e che fece le “majors foilias dis d’armas e d’amor”. La Vida aggiunge che il Vidal “E il meiller cavallier del mon crezin esser ‘l plus amatz de dompnas”, predendo alla lettera il vanto iperbolico che è un tema caratteristico del repertorio vidaliano.

[p.75] VIII Ar ai conquist sojorn e banh
A Mauta, on sui albergatz
Ab lo comt’Enric, de que’m platz,
Que negus bos aips no’l sofranh                   60
Adregz es e larcs e cortes
Etestela dels Genoes.
E fai per terra e par mar
Totz sos enemics tremo ar.

VIII Trad. Ora ho conquistato piacere e diletto / a Malta, dove sono albergato / dal conte Enrico, di cui sono lieto / che nessuna buona qualità gli manchi. / Egli è giusto, liberale e cortese, / e stella dei Genovesi, / e fa per terra e per mare / tutti i suoi nemici tremare.

57: sojorn e banh: Avalle corregge la lezione di Anglade (Jeanroy) e De Bartholoaeis, e’m banh, ‘e mi bagno’ (la quale avrebbe introdotto un tema estivo in pieno contrasto collínizion invernale), proponendo banh col significato di ‘diletto’, avvalendosi di un esempio francese portato dallo Schultz-Gora: “ce troument Qui ne m’est pas tourment mais baing” (da Monmerqué et Michel, Theâtre français). In questo modo si hanno due sostantivi in iterazione sinonimica (cfr. AVALLE, p. 280). - Ar ai conquist: L’idea della conquista lega questa strofe, in cui il poeta attesta di aver guadagnato una vita agiata, con la strofe precedente, in cui egli vanta conquiste militaresche e amorose. Questo è possibile perché conquistar ha anche il senso di ácquérir’.
58: Peire Vidal scrisse questa canzone-serventese a Malta, secondo lo Schopf nel 1204, secondo De Bartolomaeis nell’inverno del 1204-5, e secondo il Torraca nell’inverno del 1205-6. Cfr. la nota al v. 65.
59: Discendente della nobile famiglia genovese De Castro, Enrico Pescatore si diede presto alle attività corsare che continuò a svolgere anche quando era Conte di Malta soprattutto per i profitti immediati che trasse dagli assalti alle flotte mercantili delle repubbliche rivali di Genova, ma anche perché tali profitti gli permisero una certa autonomia sia dalla reggia siciliana sia dai suoi protettori. Dopo aver sfruttato abilmente la debolezza del potere centrale palermitano nel periodo prefridericiano, egli seppe guadagnarsi la fiducia di Federico II quando questi riannesse Malta al regio demanio secondo la sua politica centrale, sicché mentre perdette il suo dominio assoluto sull’isola, Enrico fu nominato alla carica prestigiosa di ammiraglio della flotta siciliana. Alla sua morte, il titolo di conte di alta passò a suo figlio Nicoloso (cfr. ABULAFIA, cit.).

64: I nemici di Genova erano i Pisani e i Veneziani

IX Ab lo comt’Arman m’acompanh       65
Quar es francs e ben ensenhatz,
Tot autressi com si fos natz
A Tholosa part Caramanh.
Ardiment a d’Aragones
E gai solatz de Vianes,                   70
E sembla me de domneyar
E’l rei de Leo de donar.

[p.76] IX Trad. Al conte Armanno mi accompagno / perché è franco e ben istruito, / così come se fosse nato / a Tolosa al di là di Caraman. / Ha l’ardimento di un Aragonese, / la gioiosa allegria di un Viennese, / e rassomiglia me nel donneare / e il re di Léon nel donare.

65: Questa strofe indusse alcuni critici a sostenere che essa fosse scritta a Siracusa (Schopf, Avalle), ma come aveva suggerito il De Bartholomaeis l’espressione m’accompanh non deve essere presa letteralmente. Forse qui conviene intendere ‘mi associo a’, ‘mi faccio compagno di’ o, per analogia con il v. 33, “Ab bonas donas m’acompanh”, ‘cerco la compagnia di’, Il Cont’Arman è Alamanno Costa, amicissimo di Enrico Pescatore, col quale aveva strappato Siracusa ai Pisani il 13 Agosto 1244, e poi il 19 dicembre 1305 l’aveva liberata dall’assedio ancora dei Pisani. Alamanno fu creato “conte di Siracusa” dopo il 19 agosto 1204, dunque questo verso indica con sicurezza che la canzone serventese fu composta dopo questa data.
68: part: preposizione che significa ‘al di là di’, ‘outre’. - Caramanh: capoluogo di cantone nel dipartimento della Haute-Garonne, arr. di Villefranche de Lauragais; in quell’epoca il Caramaing era una potente signoria del Linguadoca,
70: Vianes: il territorio di Vienna nel Delfinato.
71: II verso ricorda i vv.33-35, 55-56, anzi il poeta se ne serve per questo paragone scherzosamente sfrontato.
72: II re di Léon allora era Alfonso IX (1188-1230), che il Vidal esalta altrove nella aua poesia (AVAT.r.R, XII, 65 e sgg.).

X. Ieu sui senher dels Genoes,
Que’ls grans e’ls paucs ai totz conques;
Li gran mi fan tot mon afar                   75
E’l pauc m’onron e’m tenon car.

X Trad. Io sono signore dei Genovesi / perché i grandi e i piccoli li ho tutti conquistati; / i grandi mi danno tutto ciò di cui ho bisogno / e i piccoli mi onorano e mi tengono caro.

73: senher non indica un’effettiva superiorità ma è nel senso di ‘favorito’, essendo basato su quel trattamento premuroso che i Genovesi gli accordavano, come spiegano i versi seguenti. Ovviamente le lodi dei Genovesi espressi qui e nell’altra canzone-serventese Quant hom es en autrui poder, (qui n. 3, AVALLE XLIII), sono dovute proprio al favore che il poeta godè presso il conte Enrico Pescatore. I due componimenti rappresentano una specia di palinodia del serventese Bon’aventura don Dieus als Pisans, (AVALLE XXI), nel quale egli aveva biasimato i Genovesi.
76: m’onron e’m tenon car: è una dittologia sinonimica che viene utilizzata pure in Quant hom es (n. 3) al v. 20.

2 Pus ubert ai mon ric thesaur, Canzone-serventese di sette coblas unissonans di dodici versi, di cui tre ottonari più due settenari a rima femminile e sette ottonari, con una rima irrelata (rim estramp) allo inizio di ogni cobla, e due tornate di cinque ottonari: ABBCCDDEEEFF. Ed. AVALLE XXXV.

I. Pus ubert ai mon ric thesaur,
Trairai’n un gai sonet novell,
[p.77] Que trametrai part Mongibell
Al pro marques de Sardenha,
Qu’ab joi viu et ab sen renha:                   5
Gen sap donar e retener
E creis s’onor e son poder.
E mon cars filhs, lo coms Enrics,
A destruitz totz sos enemics
Et als sieus es tan fernls abrics,                   10
Que qui’s vol ven e qui’s vol vai
Meins de duptansa e d’esmai.

I Trad. Poiché ho aperto il mio ricco tesoro, / ne tirerò fuori un gaio sonetto novello: / che manderò di là dal Mongibello / al valososo marchese di Sardegna, / il quale con gioia vive e con senno si comporta: / gentilmente sa far doni e trattenere / e accresce il suo dominio e il suo potere. / E il mio caro figliuolo, il conte Enrico, / ha distrutto tutti i suoi nemici / e per i suoi è un rifugio cosi sicuro / che chi vuole viene e chi vuole va / senza timore e inquietudine

1: Il verso dà subito il tono del componimento che presenta tutti i motivi tipici della poesia del Vidal. Qui chiama il suo repertorio ‘il suo ricco tesoro’, il conte Enrico ‘il suo caro figliuolo’, ma anche le lodi fatte al marchese di Sardegna e al conte di Malta hanno la caratteristica bonarietà iperbolica
2: sonet: ‘som, air, mélodie; chanson poésie’ (LEVY), Occorre tenere presente che la poesia occitanica. era sempre cantata. Però la musica dei trovatori ha subito uno strano destino: la sua forma melodica in realtià sopravvive in alcuni mss., ma è stata perduta la sua interpretazione ritmica “senza la quale ogni musica è lettera morta” (cfr. BEC, pp. 72-77). Qui sonet significa composizione poetica più che melodia.
3: part Mongibell: ‘al di là del Mongibello (cioè l’Etna)’. Ma il verso è stato variamente interpretato dagli studiosi, i quali hanno proposto come luogo di composizione Malta (Schopf e Torraca), la Guascogna (Martsch,) il Piemonte (De Bartholomaeis), mentre per lo Schultz-Gora le strofe I, V e la prima tornata sono state scritte a Malta e le strofe VI, VII e forse l’ultima tornata sono state aggiunte dopo, nel giugno 1206, in Piemonte. Avalle sembra propendere per quest’ultima tesi perché gli argomenti dello Schultz-Gora “risolvono soddisfacentemete talune contraddizioni cronologiche e storiche del componimento e...... spiegan in modo convincente la genesi delle due parti di cui si compone e la atoria esterna della sua diffusione”, (p. 286). Per la data di composizione cfr. le note ai w. 67 e 80.
4: Il marchese di Sardegna è Guglielmo di Parodi, marchese di Massa e giudice di Cagliari da circa il 1191-3, morto fra il 1213 e il 1217. Il poeta manda la sua poesia al marchese di Sardegna part Mongibell: la frase in realtà conferma che il Vidal si trovava a Malta perché al contrario di quel che pensa Avalle (“la linea invero non è retta”), la rotta marittima da Malta al nord (e dunque anche per la Sardegna) passa sempre via Siracusa e Catania, cioè la Sicilia (nel verso rappresentata, per sineddoche, dall’Etna).
5: renhar ab: ‘comportarsi con’ (Avalte, p.291, n.29).
6: retener: Secondo De Bartholomaeis “ospitare”, ma la voce non è registrata con questo significato nei diz.; ‘retenir, garder; réserver; conserver dana la mémoire; empêcher; r. lo camp rester maître du champ de bataille; v.n; hésiter; v, refl. s’abstenir’ (LEVY). Pertanto potrebbe significare ‘non dare’, ‘indugiare’, indicando il “senno” del marchese che sa far doni e indugiare secondo i meriti del caso (dunque premiare e castigare) per accrescere il suo dominio.
[p.78] 7: onore: Avalle interpreta ‘dominio’ (e non ‘onore’ o `fama’) come in XXI, 5.
8: lo coms Enrics: Enrico Pescatore, conte di Malta. La constatazione che egli ha distrutto i suoi nemici, aprendo il mare alla libera navigazione dei Genovesi indica che la poesia è stata composta dopo il 19 dicembre 1205, quando Enrico libera definitivamente le acque di Siracusa dalle navi pisane, Secondo lo Schultz-Gora, Vidal compose le prime cinque strofe in quell’epoca.
9: I nemici sono i Pisani,
12: Meins de: La proposta di intendere “senza’ invece di `con meno’ è del Bertoni

II. No vuelh sobras d’argent ni d’aur
Tant ai lo cor gai et isnell;
E quant truep tornei ni sembell,             15
Voluntiers desplec m’ensenha
E jong e fatz d’asta lenha.
E quant truep alcun que m’esper,
Mort o viu l’aven a cazer;
Qu’ab armas sui un pauc enics             20
E non crei cosselh ni c’astics,
Ni m’azaut de trop loncs prezics.
Aissi’m viu et aissi m’estai
Et am tal domna cum ieu sai.

II Trad: Non voglio grande quantità d’argento è d’oro, / tanto ho il cuore gaio e schietto; / e quando capito un tornea o in un combattimento / volontieri spiego la mia insegna / e attacco e dell’asta fo legna. / E quando trovo qualcuno che mi aspetta, / morto o vivo egli deve cadere: perché con le armi sono piuttosto feroce / e non bado a consigli e rimptoveri, / né mi lascio incantare da prediche troppo lunghe. / Così vivo e così me ne sto, / ed amo una tale donne che conosco io.

13: sobras: Avalle corregge ‘superiorità’ di Anglade e De Bartholomaeis proponendo ‘grande quantità.’: Sul tono di questa strofe così si esprime lo stesso critico: “il poeta muta improvvisamente registro ed aftacca bellamente nella seconda uno di quegli allegretti in chiave ‘eroica’, di cui s’era fatta una specialità sin dai tempi delle guerre fra Raimondo V di Tolosa ed il re d’Aragona Alfonso II” (cfr. XXIX)” (AVALLE p.287).
14: isnell: Questo epiteto generalmente qualifica un sostantivo concreto, non astratto, e in fatti l’espressione torna in un verso quasi identico in una canzone di Giraut de Bornelh, Can lo glatz e’l frechs e la neus (un attacco che pure ricorda quello del Vidal nella canzone-serventese’ precedente), al v. 14; “Tan es sos cora gais et isneus”, dove però esso qualifica cors ‘corpo’. Il fatto che “snello” s’incontra fn un verso di Giovan Matteo di ‘Meglio, un rimatore fiorentino della metà del’ Quattrocento, come attributo di un sostanitivo astratto come “anime” (Gentil; vagha, vezzosa e peregrina, v. 13: “.....o alme snelle”) conferma quest’uso particolare dello aggettivo nella terminologia lirica dei primi secoli. Sotto questa luce il cor asnello di Guittone d’Arezzo ‘Tuttor ch’eo dirò ‘gioi’, gioiva cosa, v.6: “gioi `d’adornezze e gioi’ di cor asnello”) non apparirà più come “una cruda eco del francese cors, ‘corpo’ (efr. CONTINI G., Poeti del Duecento, I, 244).
17: jonher: ‘joindre; s’aborder, attaquer’ (LEVY), ‘to join (battle), attack’ (H.&.B).
asta: singolare con valore assoluto, frequente nella sintassi arcaica,
18: esperar: ‘espérer; attendre; accorder un delai’.
19: I due ‘sintagmi Muort o viu e Viu o mort coesistono nelle lingue romanze.
21: creire: `croire;’ obéir’ (LEVY),- cosselh ni castics , è una iterazione sinonimica per Avalle, ma castic significa ‘remontrance, correction’ (LEVY), dunque è preferibile [p.79] vederci una coppia di termini antitetici, altrettanto valida dal punto di vista dell’ eapressività.
22: azautar non è registrata in LEVY, ma H.&.B. danno nel glossario azaut ‘charm. comeliness’ (‘incanto, simpatia’) e azautar `to please, to take pleasure, to find pleasure’. Il senso qui potrebbe essere `non mi piacciono, non mi divertono le prediche troppo lunghe’, o meglio ‘non mi lascio incantare, abbindolare’, che si addice di più al tono polemico della strofa.
24: Alla veraione dello Schultz-Gora, ‘una tale, cioè una gentil donna tanto bella, tanto nobile, come io so che lei è,’ preferirei una più semplice perifrasi che esprime l’intenzione del poeta di non rivelare il nome dell’amata. Per il DB lei sarebbe Adelasia, sorella di Bonifacio I e moglie di Manfredi II di Saluzzo.

III. Per sieu tenh Vertfuelh e Monlaur       25

E servo’lh plus de cent castell
E tres ciutatz ses tot revell;
Et a cor que pretz mantenha
E qu’ab cortezia’s tenha,
Que s’om honratz la ven vezer,             30
Tan li fai e’l ditz de plazer,
Qu’al partir s’en vai sos amics.
Et anc no’l plac enjans ni trics,
Ni lauzengiers ni gelos brics,
Ans lor fai dir: “Estatz vos lai,             35
Que ren no avetz a far sai”.

III Trad. Per suo tengo Verdefoglia e Montelauro / e la servono più di cento castelli / e tre città senza alcuna opposizione; / e ha un cuore che mantiene il pregio / e che si comporta con cortesia, / perché se un uomo onorabile viene a vederla, / tanto è piacevole in quello che fa e dice a lui / che, al partire, egli se ne va suo amico, / E mai le piacquero inganni e raggiri, / né lusingatori né gelosi folli, / anzi fa dir loro: “Fermatevi là, / perché non avete niente da fare qui”.

25: Vertfuelh e Monlaur iniziano una lunga serie di nomi di città e di castelli che per il De Bartholomaeis sono tutti reali, ma che gli studiosi localizzano in punti diversi. Per esempio Vertfuelh per l’Anglade è Verfeil nella Haute Garonne, per lo Schultz-Gora è Verfeuil nell’arr. Uzès nel dip. Gard., mentre Avalle indica un altro Verfeil nel Tarn-et-Garonne. Similmente Montlaur potrebbe essere quello del Tarn, o della Haute Garonne (Anglade), quello dell’Aude oppure un altro nell’Aveyron. Anche se sembra più logico il criterio dello Schultz-Gora che preferisce i luoghi situati nel dip. della Haute Garonne solo perché il Vidal viene da quella regione (Tolosa), è ozioso voler identificare i luoghi a tutti i costi, In realtià essi servono qui soprattutto perché permettono dei sottintesi galanti o laudatori nelle strofe III, IV e V, in cui il poeta esalta la donna amata (Adelasia?), e invece satirici e ingiuriosi nella V dove polemizza col marchese Lanza. Riconoscendo la primaria importanza stilistica di questi toponimi evito la loro identificazione nel commento e per la stessa ragione ho preferito darle nella versione italiana nella traduzione.
27: revell ‘opposition, résistance’ (LEVY), cfr. l’italiano ‘rovello’ e ‘arrovellare’, e il maltese irvell ‘ribellione’, `dimostrazione violenta’.
28: DB legge Cori, ma il toponimo, anche se probabile, non è necessario.
29: Avalle interpreta se tener ab come ‘attenersi a, coltivare’.
34: Nella situazione erotico-poetica della fin’ amours, i lauzengiers e i gilòs (con il gardador) sono peresnaggi allusivi, sempre anonimi, che si attirano l’odio e il biasimo del [p.80] poeta perché sono lusingatori, invidiosi e calunniatori, cioè sempre pronti a spiare e rivelare l’amore segreto del poeta-amante (cfr. BEC, pp. 17-19). Bric (DB ‘bricconi’) significa, `fou, sot; misérable’ (LEVY), ‘mad, fool’ (H:&.B.).

IV Color fresc’a ab cabelh saur
Et anc non obret de pinzell,
Mas Mongalhart e Daurabell
Li platz qu’a sos ops retenha.             40
Beljoc no vent ni empenha,
E mi fai Montamat tener
E Bon-repaus per miels jazer;
E per m’amor platz l’Ostals-rics
Et es sieus Esquiva-mendics;             45
Et al marques non es destrics,
Si’m dona Segur e Clavai
Et a liei Cardon’e Monjai.

IV Trad : Ha una carnagione fresca e capelli biondi / e non si truccò mai, / ma Mongagliardo e Dorabello / le piace tenerle per sè. / Belgioco non lo vende né lo impegna, / e mi fa tenere Monteamato e Bon Riposo per giacere meglio; / e per mio amore le piace l’Albergaricchi / ed è suo Schifapoveri; / e al marchese non è imbarazzante / se mi dona Sicuro e Chiavato / e a lei Cardona e Mongioia.

46: Il marchese, secondo i commentatori è Bonifacio I, ma Avalle osserva che in quel momento questi si trovava in Oriente e si chiede come mai nessuno ha pensato all’altro marchese, cioè quello di Sardegna (v.4) a cui il poeta manda il suo sonet.
47: Clavai: clavar significa ‘fermer’ à clef, clouer’ (LEVY), dunque Segur (`sicuro’) e Clavai è una specia di iterazione sinonimica.
48: Avalle ricorda che Mongioia .o Mengoi è spesso adoperata dal Cecchi nel significato di `denaro, moneta’, e così il gioco di parole con Cardona sarebbe più chiaro.

V. De Fois vuelh Laroqu’e Lavaur
E’l bell palaitz e’l dous pradell             50
E’l vergier on chanton I’auzell
E Ben-aic e Melhs-m’en-venha;
E si la comtessa’m denha,
Seguramen puesc remaner,
Quar complit seran mei voler.             55
Qu’ieu no vuelh esser Lodoics
Ni Manuels ni Frederics
Ni de Narbona N’Aimerics:
Quar qui a so que plus li plai,
De tot lo mon a’l miels e ‘l mai.             60

V Trad. Di Fede voglio Larocca e I.av’oro / e ‘l bel palazzo e ‘l dolce praticello / e ‘l verziere dove cantano gli uccelli / e Ben-ebbi e Meglio-me-ne-Venga / e se la contessa [p.81] mi degna / sicuramente posso rimanere, / perché saranno compiuti i miei desideri. Perché io non voglio essere Ludovico / né Emanuele, né Federico, / né Americo di Narbona: / poiché chi ha ciò che più gli piace, / di tutto ‘l mondo ha il meglio e il più,

49: Fois: Sono discordi i pareri dei commentatori su questa menzione di Foix: per il Torraca il nome richiama alIa mente la fede, per il De Bartholomaeis è un puro espediente stilistico, mentre lo Schultz-Gora spiega i vv. 53-55 così; “posso rimanere qui sicuro, cioè non devo recarmi di nuovo, forse nel sud della Francia, se la contessa mi considera degno del suo amore”, interpretando la menzione della contea di Foix come un ricordo nostalgico che il poeta vincerebbe solo se ottiene l’amore della contessa,
52: Ben-aic e Melhs-m’en-venha sono evidentemente località immaginarie anche se il De Bartholomaeis insiste sulla probabilità che siano nomi di ville della contessa di Foix.
Aic: prima pers. sing. del perfetto di avere.
53: La contessa di Foix per l’Anglade, la moglie del conte Enrico per il Torraca, il quale si chiede come potrebbe il poeta rimanere a Foix, nella Francia meridionale, stando a Malta.
56: Lodoics: Luigi VII di Francia (1137-1180) secondo l’Anglade, ma l’Avalle suggerisce che potrebbe anche essere il figlio di Carlomagno, eroe di chansons de geste come Aymeri de Narbonne (v.58).
57: Emanuele Commeno, imperatore di Bisanzio (m.1180), e Federico I di Svevia (m. 1190).
58: Aymeri de Narbonne, padre di Guillaume d’Orange, l’eroe intorno al quale è nato un ciclo di ventiquattro canzoni di gesta o romanzi composti tra il 1150 e il 1250 da poeti diverai. Ben tre romanzi narrano la vita, l’eroica conquista da Narbona e la morte di Aymeri, mentre nelle altre canzoni si narrano pure le vicende dei fratelli, dei nipoti e dell’avo di Guglielmo.

VI. E Lanz’aguda tenga’l Maur,

Ab Dur-os et ab Negra-pell,
E Trencan-nut e Mal-coutell
E Crebacor e Compenha
E Roignas ab que s’estrenha.             65
Mal-matin conques e Mal-ser,
Quan det trega per pauc d’aver,
Sieus es Villans e Montantics,
Malas-meissos e Viels-espics,
E Cava-dens e pueis Lombrics,             70
E Cordolors e Fastic-fai
E Malamortz e Vida’l-trai.

VI Trad. E Lanz-acuta tenga il Moro, / con Osso-duro e Negrapelle, / e Trinciante sguainato e Mal-coltello / e Crepacuore e Lordura / e Sozzume con cui vada in malora, / Mal-mattino conquiatò e Mala-sena, / quando fece tregua per poco denaro, / Suo è Vecchianno e Monteantico, / Mala raccolta e Vecchia spiga, / e Cava-dente e poi Lombrico, / e Cordolore e Fa-fastidio / e Malamorte e Trallo-di-vita.

62: I commentatori hanno proposto varie tesi per spiegare questo verso. It primo [p.82] problema riguarda l’identificazione della persona a cui sono diretti tutti questi toponimi con sottintesi satirici e ingiuriosi, generalmente sotto la forma di malauguri. La maggior parte degli studiosi sono concordi sul Marchese Manfredi Lancia (c. 1168-1215), ma il Torraca obietta che l’aggettivo “acuta” non è un’offesa, come si aspetterebbe in considerazione dell’antipatia reciproca del marchese e del poeta. De Bartholomaeis ci vede un nomignolo affibbiato al marchese dal popolo e non dal poeta, mentre lo Schultz-Gora scopre un sottintesto ironico, dato che il marchese non era molto abile contro i suoi nemici, dai quali fu spodestato di tutto quello che possedeva. Anglade e Torraca poi leggono diversamente, agud’atenha’l, ‘Lanza/lanza lo raggiunga, lo colpisca’. Il Maur sarebbe, per Anglade, Alberto Malaspina detto il Moro, ma il Torraca osserva che non si hanno notizie di relazioni, buone o cattive, tra i due. Per gli altri critici si .tratta di un semplice toponimo, La difficoltà di intendere questo verso vagamente allusivo è provata dalla discordia dei commentatori: “mentre io posseggo ciò che più mi piace, il Moro dalle ossa dure e dalla pelie nera tenga lancia acuta” (Torraca); “E Lancia acuta tengano i Mori, ecc., e trincianti sguainati, ecc.” (Bartsch); “Che messer Lanz’Acuta tenga (abbia per sua pena) il mauro dalle oasa dure ecc.” (Cerrato). ,Cfr. AVALLE, pp, 294-5.
63: Si noti che questa lunga serie di toponimi - veri o fittizi che siano, l’importante è che tutti hanno una connotazione negativa - presenta oggetti, ingiurie e malauguri in coppie sinoniminiche.
64: Compenha: è un riferimento alla città di Compiègne e alla parola compenh ‘bourbier, boue, ordure’ (LEVY), come Roignas, Rognes e roignas ‘sozzure, pattume’. L’allusione è all’estrema povertà in cui il marchese si era ridotto negli ultimi anni della sua vita.
65: se estrenher ‘restringersi, ridurre le spese’, ‘se restreindre’ (LEVY); cfr, estrenhemen ristrettezze’, ‘restriction, gêne, pauvreté’ (LEVY).
67: Probabilmente il poeta si riferisce ad una delle numerose tregue stipulate da Manfredi col comune d’Asti (cfr. la nota al v. 75) ad una diserzione insomma dal partito dei nobili; a quale tregua, però, è imposaibile dire. Comunque, esistono dei documenti che provano che il Marchese non fu un uomo di parola (cfr. AVALLE, p. 297).
70: Congetture ingegnose sono quelle del Torraca, E cav’a dens ‘ha una caverna dentro’ e pais lombrics ‘pasce vermi’, e dell’Anglade, A cavas dens ‘ha i denti cavati’.
72: L’ultimo cattivo augurio permette un bisticcio che reca il nome del poeta, che in queato modo sembra ‘firmare’ tutte le ingiurie espresse in questa strofa violenta.

VII. Liatz a la coa d’un taur
Degr’esser frustatz al mazell
D’Ast on vesti l’orre capell             75
De tracion, on s’enprenha
L’ereges fals, qui no,s senha;
Quar hom pieitz no’s pot dechazer
Ni degeitz non pot meins valer.
Que’l Marques cui es Salanics             80
Li dis: “Per que morir no’t gics?”
Et es assatz plus secs que pics,
E non pretz tot quant e’h retrai,
Sa boca plena d’orre thai.

VII Trad. Legato alla coda d’un toro / dovrebbe essere frustato al macello / di Asti vestì l’orribile cappello / del tradimento, di cui s’impregna / l’eretico falso, che non si [p.83] segna; / perché un uomo non può cadere più in basso / né un lebbroso essere meno forte sicché il Marchese di cui è Tessalonica / gli disse “Perché: non ti lasci morire?” / Ed egli è assai più secco di un picchio / e non. mi importa di tutto, quello che egli racconta / con la sua bocca piena d’orribile fango.

74: Degr’esser: il condizionale esprime il desiderio del poeta, che continua a inveire contro il Marchese Manfredi Lanza , più apertamente,’ cioè senza ricorrere all’espediente dei toponimi allusivi mazell: letteralmente ‘macello’, è la piazza del mercato di Asti dove i cittadini tenevano le loro riunioni politiche e dove il marchese aveva consumato il suo tradimento. L’invettiva di questa strofa, nella sua violenza verbale che non è attenuata dal velo ironico dei toponimi, è più consona alle strofe della tenzone tra il Marchese Lanza e il Vidal, della quale riecheggia alcuni motivi. Nella prima strofa della tenzone, il Marchese chiama Vidal “Emperador..... que non a sen ni saber ni membranza”, “irbiacs”, “volpills” (codardo), “avols” (meschino), mentre nella seconda egli vuole “vederlo torturato e ridicoleggiato: “Espaza volh qe sus pel cap lo fera / E darz d’acer voilh qe’l pertus la panza /’ E brocas volh qe’il tragan la lumera” (cfr. dunque i vv. 73-74); “Pois li darem del vi, en luoc donranza / Un viell capel d’escarlat ses cordos / E sa lanza sera una loncs bastos” (cfr. questi versi con il v.75).
75: l’orre capell: è un copricapo che si metteva in testa ai condannati, Il verso è una risposta al v. 12 della tenzone, citato nella nota precedente,
77: Le accuse di eresia, tradimento e falsità sono abbastanza comuni nelle rime polemiche dei primi secoli, Si trovano unite anche nel componimento VIII, r vv. 41 e 42.
78: pieitz: ‘peggio’, avv.
79: degeitz: ‘infermo, malato, debole’, da intendere nel senso di ‘lebbroso’ (cfr. AVALLE, p. 299, n. 79). Nella sua strofa della tenzone il Vidal insiste proprio sull’infermità e sulla povertà del “Lanza Masques” (vv. 15-21).
80: Il Marchese di cui è “Salanics” è Bonifacio I di Monferrato, divenuto re di Teasalonica nel 1204 e morto nel 1207. L’accenno offre l’unica indicazione sicura per la data di composizione della poesia,

VIII. Al rei Peire, de cui es Vics,             85
E Barsalon’e Monjuzics,
Man que meta totz sos afics
En destruire’ls pagans de lai,
Qu’ieu destruirai totz sels de sai.

IX. Amiga, tant vos sui amics,             90
Q’az autras paresc enemics,
E vuelh esser en vos Fenics;
Qu’autra jamais non amarai
Et en vos m’amor fenirai.

VIII. Trad. Al Re Pietro, di cui è Vich, / e Barcellona e Montjuich, /. mando a dire che faccia tutti i suoi sforzi / per distruggere i pagani di là, / mentre io distruggerà tutti quelli di qua.

85: II re Pietro II d’Aragona (1196-1213).
86: Montjuich è vicino a Barcellona.
88: pagans: Gli infedeli, chiamati tradizionalmente “pagans” nel Medioevo, che si trovavano ancora in Spagna (“di là”) in Sicilia e a Malta (“di qua”). In quel periodo infatti c’erano ancora numerosi Arabi a Malta perché il Conte Ruggiero I che conquistò le isole nel 1090 aveva lasciato gli Arabi governare a suo nome [p.84] a Malta, e poi Ruggero II si limitò a sostituire l’Emiro arabo con un governatore normanno. Fu solo una ventina d’anni dopo la presunta data di composizione di questi versi che Federico II cacciò definitivamente gli Arabi dall’isola dopo la loro ribellione nel 1223, ma alcune fonti posteriori attestano un numero di famiglie saracene residenti nell’isola anche dopo (p. es. il censimento del 1240 dell’abate Gilberto di Catania). cfr. LUTTRELL, Medieval Malta, p.

IX. Trad. Amica, tanto sono vostro amico / che alle altre sembro nemico; / e voglio essere per voi la Fenice, ché un’altra non amerò mai / e in voi si consumerà al mio amore.

92: Fenics: ‘la fenice’. C’è qui un gioco di parola tra Fenics, l’uccello mitologico, e il verbo fenir, ‘finire’, cioè una figura etimologica. Il poeta vorrebbe dire che “così come la Fenice è unica al mondo, io voglio che il mio amore sia unico in voi, e così capacità di amare sia completamente esaurita” (W. Heusel).
93. Quant hom es en autrui poder. Canzone serventese unissonans di sette coblas di otto ottonari e tre tornate di quattro ottonari: ABBACCDD. Ed. AVALLE, XLIII.

I. Quant hom es en autrui poder,
Non pot totz talens complir,
Ans l’ave soven a gequir
Per l’autrui grat lo sieu voler.
Doncs pos em poder mi sui mes             5
D’Amor, segrai los mals e’ls bes
E’ls tortz e’ls dreitz e’ls dans e’ls pros,
Qu’aissi m’o comanda razos.

I Trad. Quando un uomo è nei potese altrui, / non può soddisfare tutti i suoi desideri, / anzi gli capita spesso di dover rinunciare, / per causa della volontà altrui, alla propria. / Dunque, poiché mi sono messo nel potere / d’Amore, starò ai mali ed ai beni / e ai torti e ai diritti, ai danni e ai vantaggi, / perché così mi comanda la ragione.

1. Nelle prime due strofe il poeta tratta il tema dell’ubbidienza assoluta ad Amore, il quale è rappresentato in tutta la severit. di un signore feudale, anzi il Vidal inizia proprio con un paragone tra l’ubbidienza feudale e la fedeltà amorosa.
4: grat: ‘gré, volonté; reconnaissance’ (LEVY)
6: segre, seguir: ‘suivre; suivre le seigneur dans une expédition militaire; poursuivre, obéiir’ (LEVY). Evito di tradurre `sopporterò’ come il De Baitholomaeis perché il verbo non è adatto alle condizioni positive espresse accanto a quelle negative, nelle tre coppie di antitesi.
8: o: pronome dimostrativo, ‘lo, quello’.

II. Car qui vol al segle plazer,
Mantas vetz l’aven a sufrir             10
So que’lh desplatz ab gen cubrir,
Ab semblansa de nonchaler;
[p.85] E pueis, quant ve que sos luecs es,
Contra sel que l’aura mespres
No sia flacs ni nualhos,                   15
Qu’en gran dreg notz pauc d’uchaizos.

II Trad. Perché chi vuole piacere al mondo / molte volte deve soffrire / ciò che gli spiace con gentile dissimulazione; / col’ far sembiante di noncuranza; / e poi, quando vede che è il momento opportuno / contro colui che gli avrà fatto del male, / non deve essere fiacco né debole, / perché in una giusta causa nuoce una piccola accusa.

9: segle: ‘il mondo’, il significato di ‘vita mondana’ della voce “secolo” deriva dal linguaggio ascetico, un uso passato anche nell’italiano.
13: sos luecs es: un’espressione italiana molto vicina è ‘a suo luogo’.
15: L’espediente della iterazione sinonimica è adoperato con frequenza anche in questa canzone serventese: altre a flacs ni nualhos di questo verso, si hanno anche sensaber (17), honrar-car tener (20) che torna da. 1 v. 76; far enueg-desplaser (36), rendas-ces (38), am-dezir (43), e infine le due coppie dei vv. 45-6, conques-vencut, lassat-pres.
16: La sentenza si riferisce a quell’ideale corte giudiziaria, di fronte alla quale il poeta occitanico usa portare le sue “accuse” contro madonna al fine di provarne la malafede ed ottenere soddisfazione dei torti patiti, cioè “nuocere al’ suo buon nome” (Avalle, p: 407, dove cita un gasso di Folchetto).

III. Tant ai de sen e de saber,
Que de tot sai mo mielhs chauzir,
E sai conoisser e grazir
Qui’m sap honrar ni car tener.             20
E tenc m’a l’us dels Genoes,
Qu’am bel semblan gai e cortes
Son a lor amics amoros.
Et a’ls enemics orgulhos.

III Trad. Ho tanto senno e sapere / che di tutto so scegliere il mio meglio, / e so conoacere e gradire / chi mi sa onorare e tener caro / E mi attengo all’uso dei Genovesi / che con bell’apparenza, gai e cortesi. / son coi loro amici amabili / e con i nemici fieri.

17: sen-saber: l’iterazione sinonimica si legge anche nel: v. 2 della tenzone tra il Marchese Lanza e Peire Vidal, anzi può dirsi una puntuale negazione di quanto afferma il Marchese nei versi iniziali: “Emperador avem de tal maneira / Que non a sen ni saber......”.
20: honrar-car timer: è un’altra iterazione sinonimica che si· ricollega ad un altro componimento del Vidal, Neus ni gels (qui 1), v. 76; “E’l pauo m’onron e’m tenon car”: Come si ricorderà. (cfr. la nota relativa) sono i Genovesi che fanno omaggio al poeta negli ultimi versi della canzone-serventese citata. Qui egli sembra voler assicurare i Genovesi della sua riconoscenza.
21: I versi 21-24 sono vere e proprie lodi dei Genovesi; a appare chiara l’intenziorie dal poeta di ritrattare gli insulta che aveva diretto ai Genovesi nella prima strofa dei serventese Bon’aventura don Dieus als Pisans. Avalle precisa, però; che qui si tratta non dei Genovesi in generale ma di alcuni signori di questa città (pp. 407-8 nota 22). - &. tenc m’a: l’enclisia rispetta la legge Tobler.
[p.86] 22: am, come ab significa, ‘con’.
24: orgulhos: Così come il v. 22 vuole lodare le virtù dei Genovesi (bel semblan gai e cortes) per diadire la vergogna e la basaezza del v. 4 del componimento citato sopra (“aunitz e soteirans”), qui il poeta sembra voler attenuare l’accusa ripetuta due volte nella stessa strofe citata, in cui aveva insistito, proprio sul loro orgoglio: “E an baissat l’orgoill dels Genoes” v. 3, “Car an baissatz loa perfieitz orgoillos” v.6.

IV. Pretz e Joven vuelh mantener       25
E bonas donas obezir
Et a corteza gen servir;
E non ai gran cura d’aver.
E pero, s’ieu poder agues.
Non es coms ni ducs ni marques,             30
A cui meilhs plagues messios
Ni meins se pac d’avols baros.

IV Trad. Voglio mantenere Pregio e Giovinezza, / obbedire a gentildonne, / servire a gente cortese; / e non m’importa molto della ricchezza. / E però, se io ne avessi la possibilità., / non c’è conte, né duca, né marchese / a cui piacesse di più la liberalità / né meno si compiacesse di vili baroni.

25: Joven: cfr. la nota al v. 34 di Neus ni gels. La strofe torna su temi cortesi tradizionali già espressi nella V strofe di Neus ni gels, di cui basta ricordare il v. 33:  “Ab bonas donas m’acompanh”, e il v, 36: “Mas no mi platz bars que’m reganh”, che è da confrontare con il v. 32 di questa strofa.
28. Questo verso ricorda il v. 13 di Pus ubert ai mon ric thesaur: “No vuelh sobras d’argent ni d’aur”.
32. cfr. la nota al v. 25.

V. Cel qui pot e no vol valer,
Com no s’esforsa de murir
Dieu, quar la mortz no’l denh’aucir,       35
Per far enueg e desplaser?
Et es trop lag, d’onrat pages
Quan recuelh las rendas e’ls ces:
Cor poirit ab cors vermenos,
Viu ses grat de Dieu e de nos!             40

V Trad. Quello che può e non vuol valer, / poiché non si sforza di morire, / Dio, perché la morte non degna di ucciderlo / per al far noia e dispiacere? / Ed è una cosa troppo vile quando egli raccoglie / le rendite e i censi di un contadino: / cuore fradicio in corpo inverminito, vivo ingrato a Dio e a noi.

33: Cel que: È una forma di nominativus pependens (anacoluto).
34: Com: Avalle propone di intendere com ‘dal momento che poiché’.
36: L’accostamento di far enueg e desplaser ricorda la coppia di toponimi fittizi del v. 71 di Pus ubert ai mon ric thesaur: “E Cor dolors e Fastic-fai”. Si noti anche lì il cattivo augurio della morte prematura “E Malamortz e Vida’l trai”.
40. Si conclude la seconda parte del componimento, quella di argomento gnomico cortese. [p.87] Viu la forma è uguale sia per la prima sia per la terza persona singolare del presente; mentre Anglade e De Bartholomaeis leggono ‘vive’, Avalle preferisce leggere ‘vivo’.

VI. Bona dona, Dieu cug vezer,
Quan lo vostre gen cors remir:
E quar tan vos am ews dezir,
Grans bes m’en deuri’eschazer.
Qu’aissi m’a vostr’amors conques       45
E vencut e lassat e pres,
Qu’ap tot lo seg’e, que mieus fos
Mi tenri’eu paubres ses vos.

VI Trad. Gentildonna, Dio credo di vedere, / quando guardo la vostra graziosa persona: / e poiché tanto vi amo e vi desidero, gran bene me ne dovrebbe venire. / Perché il vostro amore cosi mi ha conquistato / e vinto e legato e preso / che con tutto ‘l mondo, se fosse mio, io mi riterres povero, senza di voi.

41: Il poeta si rivolge alla donna. amata nell’ultima parte del componimento, cioè nelle strofe VI e VII.
46: lassat: Avalle considera assurda la traduzione del De Bartholomaeis, ‘lascsato’, perché nei quattro participi passati che si seguono nei versi 45-6 egli osserva due coppie di sinonimi.
47: segle: ancora qui, come al v. 9, ‘mondo’. - ap tot: la protasi è costruita secondo l’uso della sintassi arcaica, per mezzo di una relativa retta dal complemento ap tot ecc.

VII. Dona, quan vos vi remaner
E m’avenc de vos a partir,             50
Tan m’angoisseron li sospir,
Qu’a pauc no m’avenc a cazer.
Ai bella dona, franca res!
Valha’m ab vos Deus e Merces!
Retenetz mi e mas chansos,             55
Sitot pez’al cortes gilos.

VII Trad. Donna, quando vidi voi rimanere / e mi dovetti allontanare da voi, / tanto m’angosciarono i sospiri, / che per poco non mi accadde di venir meno, / Ahi, bella donna, nobil cosa! / Mi aiutino presso di voi Dio e Mercede! / Conservate il ricordo di me e delle mie canzoni, anche se dispiace al geloso di corte.

54: Valha’m: forma enclitica del pronome all’inizio del verso, come vuole la legge del Tobler.
55: retener: ‘retenir, garder, réserver; conserver dans la mémoire; ecc.’ (LEVY).
56: Cortes gilos: Avalle corregge il ‘cortese geloso’ di Anglade e De Bartholomaeis, in ‘geloso di corte’. Gilos nell’accezione propria dei poeti occitanici è un termine peggiorativo che indica una figura funzionale nella situazione amorosa, come i lauzengiers, ‘i maldicenti’, e il gardador, cioè il sorvegliante della donna, Egli simboleggsa generalmente il marito, ed è dunque un rivale del poeta ma solo sul piano dello amore, dunque è meno odioso dei maldicenti e delle spie. Comunque è sempre una [p.88] figura negativa perché la gelosia coniugale era considerate ridicola e assolutamente incompatibile con la cortesia della fin’amours.

VIII. Dona, per vos am Narbones
E Molinatz e Savartes,
Castella e’l bon rei N’Amfos,
De cui sui cavaliers per vos.                  60

IX. Hondraz reis e francs e cortes,
D’En Durfort vos prec, e no’ou pes,
Q’entre’ls vostres ondraz baros
Lo retenguaz, qar es razos.

X. Enperaire dels Genoes                  65
Remanh et ai tal feu conques,
Qu’es avinens e bels e bos,
E sui amics dels borbonos.

Trad. VIII. Donna, per voi amo il Narbonese / e Molina e il Savartese, / Castiglia e il buon re don Alfonso, / di cui sono cavaliere per voi.
IX. Onorato re, franco e cortese, di Don Durfort vi prego, e non vi peso, / che fra i vostri onorevoli baroni / lo riteniate, perché lo merita,
X. Imperatore dei Genovesi  / rimango e ho conquistato un tal feudo, / che è conveniente, bello e buono, / e sono amico dei “borbogliosi”.

VIII. 57: Nella prima tornata il poeta saluta la donna amata, che è rimasta in Spagna mentre lui è dovuto partire per Malta (cfr. V. 50, e l’ultima tornata). La donna è quella a cui il Vidal ha dedicato la canzone XV (dell’ediz. AVALLE), e dagli accenni contenuti nella canzone citata e in questa tornata si desume che appartenesse alla casa del conte di Molin (v. 58), Manrico di Lara, vassallo di Alfonso VIII di Castiglia (v. 59) ed imparentato con la casa di Barbona (v. 57). – per voi: ‘per causa vostra’.
58: Il Savartes, o Saverdun, un paese di Sabar presso Tarascona di Ariège (Anglade), allora faceva parte della contea di Foix.
59: Algoso VIII di Castiglia (1158-1214).
IX. 61: Il Re d’Aragona, Pietro II.
62: En Durfort: Sono stati identificati tre Durfort, tutti poeti, Bernardo, Raimondo e Guglielmo. Quello raccomandato qui dal Vidal è probabilmente Guglielmo, che era anche ‘barone’ del regno d’Aragona. In effetti, Guglielmo rimase fedele al suo signore Pietro II anche durante la crociata albigese, e fu condannato dalle autorità religiose e bandito dalle sue terre, dando prova così di meritare la fiducia riposta in lui da Vidal.
X. 65: Emperaire dels Genoes: Per la leggenda del Vidal imperatore cfr. Neus ni gels (1), v. 22 e la nota. Il confronto di questo verso con quello che apre la tornata (X) di Neus ni gels, dove il poeta si dichiara “senher dels Genoes” ha permesso al Torraca di proporre l’analogia come un indizio della contemporaneità di composizione delle due canzoni-seventese, cioè dopo l’agosto del 1204. In quel [p.89] periodo infatti il poeta si trovava a Malta. Fu il Torraca che propose la tesi che il componimento fosse scritto a Malta, dopo che altri studiosi avevano indicato il Narbonese (Diez, Bartsch) prima del 1180, l’Italia, sempre prima del 1180 (Berntoni), e la Spagna (in Castiglia) dopo il 1196 (Schopf). La tesi del Torraca, accolta poi dal De Bartolomaeis, ha poi il merito di scagionare il Vidal dalle accuse di incongruenza e leggerezza, perché egli altrimenti avrebbe prima lodato i Genovesi, poi i Pisani, poi ancora i Genovesi. Cfr. Neus ni gels (1) e la nota al v. 73.

Bibliografia

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