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Source: Melita Historica. [Published by the Malta Historical Society]. 7(1977)2(157-162)

[p.157] Giovanni Antonio Ciantar : Letterato Maltese del Settecento

Giovanni Mangion

            Giovanni Antonio Ciantar, storico e poeta maltese, nacque a Valletta nel 1696, in una famiglia agiata e titolata, stabilitasi a Malta almeno dal Quattrocento. [1] A quindici anni si recò a Roma, al Collegio Nazareno, per studiare teologia, ma in effetti si dedicò agli studi di giurisprudenza e, sopratutto, di letteratura, annoverandosi fra gli Arcadi col nome di Tagindo Jonide. Oltre che a Roma, soggiornò in varie città d’Italia, tra cui Napoli e Palermo. A Palermo, nel 1721, il viceré Portocarrero gli offrì, pare, un onorevole impiego nel palazzo reale, ma per l’incalzare degli eventi politici in quella città, dovette riparare a Roma. Di lì ben presto tornò nell’isola natale, donde non si mosse più, mantenendo però rapporti epistolari con illustri personaggi, tra cui L.A. Muratori e Antonio Mongitore. A Malta sposò Teodora, figlia del conte Ignazio Wizzini Paleologo, anche lui pastore arcade; né ebbe i figli Giorgio Serafino, Luigi e Guglielmina, ed altri morti in giovane età. Nel 1723 fu nominato uno dei quattro giurati o amministratori dell’isola, segno della stima che già godeva presso autorità e popolo. [2] Si fregiò del titolo di socio dell’Accademia degli Intronati di Siena, e della Colombaria di Firenze, nonchédi corrispondente dell’Academie Royale des Inscriptions et Belles Lettres de la Ville de Paris, onore, questo, concessogli da Luigi XV nel 1745. [3] A 55 anni perse la vista, ma continuò a dettare e pubblicare varie opere, grazie alle sue doti di ferrea memoria e ampia erudizione. Si era, infatti, formato una ricca biblioteca, e un museo, in casa propria. Il Muratori ed altri studiosi dovevano tenerlo in certa stima se si rivolgevano a lui per informazioni e interpretazioni di iscrizioni antiche reperite a Malta. [4] Morì nel 1778, e fu sepolto nella chiesa di San Paolo, a Valletta.

            Ciantar fu prolifico scrittore in latino e in italiano. L’isola di Malta, già dipendenza feudale della Corona di Sicilia, concessa poi all’Ordine Gerosolimitano che la governò dal 1530 al 1798, visse all’interno della sfera culturale italiana, e italiana fu quindi la sua produzione letteraria, fino all’avanzato Ottocento. [5] Nel 1592 fu fondato, nella nuova città di Valletta, un collegio gesuitico, che portò nell’isola la ratio studiorum umanistica del Collegio Romano, e che nel 1769 diventò l’università di Malta. Nel 1642 fu introdotta la prima stamperia, e cominciarono allora le pubblicazioni locali, quasi tutte in lingua italiana, e tra le prime l’opera storica di G.F. Abela, Della Descrittione di Malta, del 1647. A causa, però, di un malaugurato contrasto sorto tra l’inquisitore, il vescovo e il gran maestro dell’Ordine, ciascuno dei quali pretendeva per sé il diritto della [p.158] censura preventiva sulle stampe, per un intero secolo dopo il 1656 non ci fu più alcuna attività tipografica in Malta (a parte probabilmente qualche rara ed innocua pubblicazione a partire dal 1742 circa): nel 1756, per iniziativa dell’intraprendente gran maestro dell’epoca, fu dipanata la controversia con la corte papale, e venne riattivata la stamperia dell’Ordine, che fu detta di Sua Altezza Serenissima. Questo spiega perché molte opere di Ciantar furono stampate in Italia, mentre altre circolavano manoscritte, di cui alcuni esemplari sono oggi reperibili alla biblioteca nazionale di Valletta. La quale biblioteca fu istituita durante la vita di Ciantar, precisamente nel 1763-76, per iniziativa del Balìo L. Guérin de Tencin, membro dell’illustre famiglia francese di tal nome. Nel 1731, infine, sempre a Valletta, era stato inaugurato il teatro nazionale, detto Manoel, con la rappresentazione di un’opera considerata allora, e per lungo tempo, capolavoro del nuovo teatro tragico italiano, e cioè la Merope di Scipione Maffei. [6]

            La prima opera pubblicata da Ciantar fu un libro di epigrammi latini col titolo Epigrammaton Libri III, Roma, editore Chracas, 1722, 100 pp., con un bel ritratto in litografia del giovane autore. Altra sua opera in latino è De B. Paulo Apostolo in Melitam Siculo-Adriatici Maris Insulam Naufragio Ejecto, Venezia, editore Zave, 1738, 470 pp. È un’opera erudita e polemica contro il benedettino Ignazio Giorgi che sosteneva che San Paolo fosse naufragato a Meleda, nell’Adriatico, e non a Malta. Ciantar — come anche il compatriota abate F. Agius de Soldanis, autore del Discours Apologétique contre la dissertation historique et critique sur le naufrage de St. Paul dans la mer Adriatique, publiée par Mr l’Abbé Ladvocat, bibliothécaire de la Sorbonne, Avignon 1757 e, in ediz. italiana, Venezia 1758 — difese appassionatamente la tradizione maltese, e tornò sull’argomento con uno scritto espositivo e riassuntivo di tutta la questione, intitolato Critica dei Critici Moderni, che dallanno 1730 infino al 1760 scrissero sulla controversia del Naufragio di S. Paolo Apostolo, descritto nei capi 27 e 28 degli Atti Apostolici, Venezia, presso Paolo Colombiani, 1763, 148 pp. In un’altra opera erudita, De antiqua inscriptione nuper effossa in Melitae Urbe Notabili, Napoli 1749, 26 pp. con 3 tavv., lo studioso maltese, che si interessava di archeologia e aveva pure condotto degli scavi nell’isola, pubblicò e diffuse, dandone ampia e plausibile interpretazione, una interessante epigrafe latina ritrovata a Malta nel 1748. [7]

            Come poeta Ciantar è noto sopratutto quale autore di melodrammi, di ispirazione metastasiana, sotto forma di serenate o dialoghi drammatizzati da cantarsi la sera del 30 aprile in occasione della festa popolare del Calendimaggio, che si teneva immancabilmente ogni anno a Malta per quasi tutto il Settecento. Di queste serenate Ciantar ne scrisse molte, tra il 1727 e il 1775, data dell’ultima pervenutaci. [8] Questi i titoli di alcune delle più note: Serenata da cantarsi lultimo giorno dAprile in Malta, nella Piazza del Palazzo, Torino 1727, 16 pp.; Dialogo Musicale, Napoli 1737, 16 pp.; Proteo Vaticinante, Malta 1742, 20 pp.; [p.159] Didone in Malta, ivi 1770; Giasone in Colchide, ivi 1771; La partenza di Ulisse dallIsola di Calipso, ivi 1772; Dejanira, ivi 1774. Queste serenate, con tanto di dedica encomiastica al gran maestro dell’Ordine, che assisteva alla manifestazione con tutta la corte dei cavalieri, fanno di Ciantar quasi il poeta cesareo della Valletta, emule dei due grandi, successivi modelli della corte viennese. [9] Esse venivano musicate per lo più da musicisti locali, quali i maestri di cappella della chiesa conventuale dell’Ordine. Ecco un’arietta, dalla caratteristica fluidità melodica, della serenata del 1727, di cui sono interlocutori Virtù, Fortuna e Onore: Felice il Pastorello/Che beve londa pura/Dun limpido ruscello;/E scarco dogni cura/Gode la libertà:/Se spira vezzosetto/Su i fiori zefiretto;/Se lerba smalta il suolo;/Se canta lusignuolo;/A lui diletto dà. I titoli stessi nonchè i temi prescelti dei succitati ed altri simili componimenti, con caratteri eroici mitici o personificati, turbati da intima tensione morale e molodrammatica perplessità, sono indicativi della schietta appartenenza dell’autore alla poetica dell’Arcadia, come del resto confermano le numerose altre sue esercitazioni poetiche quali laudi, odi, oratori, sonetti encomiastici e d’occasione, e azioni drammatiche varie. Ecco come si esprime l’Anima, interlocutrice di Angelo e Spirito del Mondo nel Dialogo da cantarsi per la solenne festività del S. Angelo Custode nella Venerabile Chiesa dei RR PP Gesuiti in Malta lanno 1753, Catania 1753: Io son qual navicella/Che in fiera atra procella/Combatte doppio vento/In periglioso mar./Al sospirato posto/Mi spinge un bel desìo;/Timor violento, e rio/Fa il corso mio cambiar.

            Di notevole interesse è un poema sacro di vaste proporzioni intitolato Vita della Madre Santissima di Dio Maria sempre Vergine, Malta 1762, 403 pp., in endecasillabi sciolti, con annotazioni in margine e a piè di pagina. In esso il poeta dimostra di aver assimilato i nuovi fermenti anti-arcadici, di incipiente neoclassicismo. Nella prefazione dichiara di non intendere “formare un poema esatto secondo le regole della Epopeja,” convinto che la materia stessa, che pur si accinge a esporre “con un’aria, e tuono, che non offenda gli orecchi assuefatti all’armonia del Metro,” sia capace di suscitare interesse e “meraviglia” più di quanto non facciano gli “Epici” con le loro “spiritose invenzioni.” Nonostante la sua prolissità, questo poema, frutto di notevole impegno, merita di essere studiato sullo sfondo della poetica contemporanea. Ecco, a mo’ d’esempio, con quale tipico gusto rococò viene descritto l’abbigliamento aristocratico della Madonna, tutt’altro che pastorella d’Arcadia:

Indosso le fu posto un ricco
Lucido ammanto, ed una bella e vaga
Cintura adorna di brillanti gemme
Di diversi color, per divisare
La di lei Puritade Immacolata,
E le varie Virtudi, e Doti eccelse.

[p.160]

Il di lei collo ornato fu d’un vago
E splendente monil, da cui tre Gemme
Di pregio singolar pendean sul petto,
Per dinotar le tre Virtù sovrane,
Che in esso stavan, come in proprio Trono.
Nelle tenere dita a lei fur posti
Sette preziosi, e rilucenti anelli
Per indicar del Santo Spirito i Doni.
Cinto le fu d’un Imperial Diadema
Di grande inestimabile valore
Il Capo in segno dell’impero, ch’Ella,
come Reina, avea, de l’Universo. [10]

            L’opera più importante di Ciantar resta la sua storia di Malta, dal titolo: Malta Illustrata ovvero Descrizione di Malta Isola del Mare Siciliano e Adriatico, con le sue antichità ed altre notizie, divisa in quattro Libri, del Commendatore F. Giovan Francesco Abela, Vice-Cancelliere della Sagra ed Eminentissima Religione Gerosolimitana, corretta, accresciuta e continovata dal Conte Giovannantonio Ciantar. Essa fu pubblicata a Malta in due volumi, in folio, per un totale di 1415 pp. di testo, e una quarantina di tavv., in bella veste tipografica, per espressa volonta del gran maestro dell’Ordine cui fu dedicata; il primo volume apparve nel 1772, mentre il secondo, a causa degli elevati costi di produzione, uscì postumo nel 1780. [11] L’opera fondamentale dell’Abela fu così da Ciantar corretta e aggiornata, con numerose utili aggiunte, messe sempre tra virgolette per distinguerle dal testo originale, il quale fu pure abbondantemente e intenzionalmente modificato nella forma per renderlo più chiaro e scorrevole, secondo le esigenze linguistiche dell’epoca e il consono stile dell’autore settecentesco. [12] Del resto, la impegnativa determinazione di rifare un’opera di storiografia barocca quale quella dell’Abela rispondeva certo all’esigenza razionalistica, di restaurazione del buon gusto, di saggezza e utilità, che caratterizzava l’epoca. [13] Per esempio, Ciantar diede prova di saggio giudizio affermando nettamente l’origine araba, con influssi romanzi, della lingua parlata a Malta, in cui altri, meno scientificamente, continuavano a ravvisare un’origine punica. [14] In sostanza Giovanni Antonio Ciantar, nonostante i limiti the non poterono non condizionare la sua attività, è da considerarsi un autentico e rispettabile rappresentante regionale della cultura italiana del Settecento.

* Questa scheda bio-bibliografica è stata preparata per il Dizionario Biografico degli Italiani, curato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, che si ringrazia per il gentile permesso di pubblicazione in questa sede.


[p.161]

[1]            Ved. G.A. Ciantar, Malta Illustrata, II, 416. Molte delle notizie biografiche che qui seguono sono della stessa fonte, pp. 416-9 e, soprattutto, 594-602, dovute alla penna del figlio maggiore dell’autore. Vi è riportata la biografia di Ciantar apparsa su Novelle Letterarie, di Roma, n. 38, marzo 1780, pure riprodotta verbatim nella rivista maltese LArte, n. 30, 1864, pp. 2-5. Mi sono valso anche di alcuni dati contenuti nei pur sempre fondamentali saggi di V. Laurenza “Il contributo di Malta alla letteratura Italiana,” Il Giornale di Politica e Letteratura, Roma, nov.-dic. 1934, 527-566, spec. 541-3, e “Calendimaggio Settecentesco a Malta,” Archivum Melitense, II, 1913, pp. 187-203.

[2]            Fu investito della giurisdizione di Valletta, Vittoriosa e Senglea, cioè della circoscrizione più prestigiosa perché comprendente la capitale.

[3]            Oppure nel 1747, secondo Malta Illustrata, II, 601; ma ved. p. 418.

[4]            “La detta iscrizione fu da me comunicata al chiarissimo Proposto Lodovico Muratori, il quale ci aveva fatta l’inchiesta di siffatti monumenti inediti per inserirgli nel suo Nuovo Tesoro di antiche Iscrizioni”: così in Malta Illustrata, I, 530. Il Novus Thesaurus Veterum Inscriptionum del Muratori fu pubblicato a Milano nel 1739-42. A p. 466 dell’op. cit. Ciantar informa di aver inviato alla parigina Accademia delle Iscrizioni il testo di un’iscrizione fenicia; la quale fu subito pubblicata nel Journal des Savans, dic. 1761, dal Barthélémy, notissimo semitista nonché socio di quella prestigiosa Accademia.

[5]            Fino al 1880 circa l’italiano era riconosciuto lingua di maggior prestigio e diffusione fra la popolazione colta dell’isola. Dopo, si intensificò la lotta contro quella lingua, condotta dall’alto, ma con crescente appoggio dal basso, per una serie di ragioni. L’italiano decadde da lingua ufficiale nel 1934; durante la seconda guerra mondiale avvenne la ‘morte’ dell’italiano a Malta. Il che non vuol dire che la dibattutissima ‘questione della lingua,’ tutt’altro che oziosa, non esista ancora come questione non più politica, bensì civile e educativa, per giunta di non facile soluzione. Mi permetto rinviare ad alcuni miei scritti sull’argomento.

[6]            Per la storia dell’Università si dispone ora del vol. di A.P. Vella, The University of Malta, Malta 1969, 165 pp. Della interessante storia della stampa a Malta trattano: A. Gauci, “Origine e sviluppo dalla stampa in Malta durante il Governo dell’Ordine Gerosolimitano,” Archivio Storico di Malta, Roma 1937, 178-217; G. Gatt, “L-Istampa f’Malta,” Il-Malti, dic. 1945, 105-112, segg.; G. Mangion, “Le vicende della stampa a Malta,” Maltanapoli, genn.-febbr. e marzo-apr. 1976. Per la biblioteca, ved. E.R. Leopardi, Il-Bibljoteka Nazzjonali taMalta (1555-1955), Malta 1955, 24 pp. Si desiderano saggi più completi e sulla biblioteca nazionale e sul teatro Manoel. Inutile aggiungere che queste importanti istituzioni — collegio gesuitico e università, stampa, biblioteca e teatro — servirono da centri di propulsione di cultura, innanzitutto italiana, a Malta.

[7]            È l’iscrizione n. 7495 del C. I. L., e n. 5415 del Dessau, Inscriptiones Latinae Selectae. Per l’importanza dell’iscrizione, che ricorda l’erezione di una statua da parte dei decurioni ad onore di un benefattore del tempio di Apollo nel municipio di Malta, ved. J. Busuttil, “The Cult of Apollo,” Journal Faculty of Arts, Malta 1973, 261-8, nella serie di brevi ma lucidi e documentati articoli su Malta antica, da parte dello stesso autore. A proposito degli interessi archeologici di Ciantar, ved. i positivi accenni di V. Borg, “Tradizioni e Documenti Storici,” Missione Archeologica a Malta, Roma 1964, 45-51.

[8]            Mi sembra logico supporre che Ciantar abbia scritto più serenate di quante non ci siano pervenute a stampa o mss.

[9]            Pietro Metastasio (1698-1782) successe ad Apostolo Zeno quale poeta di corte a Vienna nell’aprile 1730, e vi rimase ben 52 anni. Non è escluso che Ciantar abbia conosciuto personalmente Metastasio. Nel periodo 1712-1722, in cui Ciantar presumibilmente viaggiava tra Roma Napoli e Malta, Metastasio soggiornava a Napoli, in Calabria e a Roma, dove (quasi come Ciantar) prese gli ordini minori e studiò giurisprudenza, e già godeva fama di precoce e abilissimo poeta, pubblicando, a Napoli, le prime opere nel 1717, e il primo grande melodramma, Didone Abbandonata, [p.162] nel 1724. Non mi consta però, finora, che Ciantar citi il nome di Metastasio, mentre cita invece quello di Vincenzo Filicaja e del padre Ceva, lo stesso che aveva definito la nuova poesia come ‘sogno in presenza della ragione.’ Che il Ciantar fosse al corrente dei progressi della poesia arcadica risulta da alcuni specifici riferimenti a Bosco Parrasio, e per es. dall’annotazione 3 del suo Proteo Vaticinante, in cui spiega ai lettori: “I limpidi e candidi ruscelli poeticamente son detti liquefatti argenti, come anche le onde marine in riguardo del loro apparente colore dir si possono liquidi zaffiri.”

[10]           Pp. 33-34. Sono grato, per l’indicazione datami, a G. Bugeja, autore di una interessante tesi di laurea presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa, 1977, su Aspetti neoclassici a Malta.

[11]           Ved. le difficoltà incontrate nella pubblicazione di quest’opera, che Ciantar initialmente pensava di dare alle stampe in Italia, nell’autografo Ms. 166 della Biblioteca di Valletta, sfruttato recentemente da J. Cassar Pullicino, “The printing of Malta Illustrata: The problem of limited readership in 18th century Malta,” Sunday Times of Malta, 22.2.76. Cassar Pullicino è autore anche di un interessante studio su “Il-konti Ciantar u l-Folklore Malti,” Il-Matti, dic. 1955, 101-111.

[12]           Nella prefazione Ciantar dice espressamente di voler vedere l’opera dell’Abela “migliorata nella frase, e nella purità di lingua,” oltre che correggerne gli errori di stampa.

[13]           Si consultino, fra gli innumerevoli saggi critici che si possono raccomandare, quelli fondamentali del compianto Mario Fubini e di Walter Binni, per una equilibrata intelligenza dell’Arcadia, nel senso di una rivalutazione della sua funzione di restaurazione del gusto e della ragione in opposizione alla dispersione e lascivia barocca, secondo la citata emblematica definizione del padre Ceva, e in preparazione alla età dell’illuminismo e quindi alla nuova società europea.

[14]              Ved. Malta Illustrata, I, 691. Ciò non vuol dire, però, che Ciantar non sia rimasto succube, in alcuni casi — per esempio nella polemica con Domenico Schiavo e Antonio Vallisnieri a proposito delle ‘glossopietre’ o denti di squali fossili — di antiche tradizioni pseudo-scientifiche, così dure a morire in un ambiente geograficamente e culturalmente chiuso, nonostante i cresciuti contatti con l’esterno in un’età tendenzialmente sprovincializzatrice com’era, appunto, quella settecentesca.