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Source: Melita Historica : Published by che [Malta] Historical Society. 7(1978)3(234-236)

[p.234] Giuseppe Zahra, maltese, professore nell’Università di Catania

Raffaele Grillo

            Lo Scinà [1] mette giustamente nel dovuto risalto il fervore che animava, nel secolo a cui si riferisce, gli studiosi siciliani, laici ed ecclesiastici, per lo studio delle matematiche. Questo studio, più di tutto, certamente, contribuì a svegliare gli ingegni (nei quasi appunto il rancido e soffocante insegnamento gesuitico aveva quasi una totale supremazia) e ad avviare la società siciliana a una concezione migliore della vita, a mettersi al passo con i tempi e a recuperare il passato.

            Malta certamente partecipò a questo sano rinnovamento culturale; ma non si può accennare ad alcuna speciale nota in proposito, perché manca una severa ricerca archivistica sul luogo. Da un solo esempio, però, si può intuire molto sullo stato culturale di Malta: Giuseppe Zahra, che vi nacque nel 1730 e che svolse, esclusa una notevole parentesi, la maggior parte della sua attività scientifica fuori dell’isola natale e principalmente in Sicilia, a Catania, dove, dopo un intenso magistero nell’Università degli studi e una proficua attività civile, chiuse la vita.

            Egli studiò dapprima in patria sotto i Gesuiti (questi vi tennero uno dei più rinomati loro collegi di studi), poi passò a Napoli, dove sotto l’illuminato Carlo III di Borbone fiorivano gli studi universitari e la vita civile era in continuo risveglio. Ivi ebbe a maestri i rinomati Genovesi, Dimartino, Torres, Dolco, Fasano. Era il tempo in cui i giovani venivano indirizzati secondo il volere paterno: infatti il padre dello Zahra volle che si facesse medico, e questi seguì, non si sa con quale e quanta voglia, questa strada per darsi una professione onorata.

           Medico, entrò in servizio in un reggimento napoletano, ma non potendosi assuefare alla vita militare, abbandono l’esercito e ritornò in patria. Quivi, dal gran maestro Pinto fu scelto precettore dei giovani cavalieri, nonché sviluppando il suo genio portato per le scienze esatte, attese a costruzioni idrauliche, alle fortificazioni e a dedicarsi al miglioramento della coltivazione e dell’industria della seta, che anche nella vicina Sicilia raggiunse una cospicua prosperità e fu fonte di commercio e di ricchezza. Divenne inoltre esperto nella guida dei vascelli.

            [p.235] Quest’attività, certamente non di secondo ordine, lo portò a contatto con il marchese Cavalcabò, rappresentante a Malta (1770-76) come incaricato d’affari dell’impero russo. In questo tempo, si ricordi, l’immensa Russia, chiusa al nord in regioni gelate, trovandosi nel pieno di un provvidenziale risveglio industriale e civile, aveva posto interesse ad aprirsi una finestra sul caldo mare mediterraneo, cominciando da Malta, in cui trovava facile successo alla sua azione, per la decadenza politica dell’isola: si pensi che lo Zar delle Russie Paolo I arrivò a rivestire, lui scismatico, la carica di gran maestro dell’Ordine dei cavalieri.

            La preziosa amicizia del Cavalcabò procurò allo Zahra l’incarico di addobbare alcuni vascelli dello Zar; con ciò le sue amicizie si allargarono e così venne in intimità con il principe Orlov, del figlio del quale fu maestro. Orlov aveva una grande ingerenza alla corte di Pietroburgo, essendo il favorito di Caterina II. Fu facile così allo Zahra, esperto di marineria, di avere il comando di una fregata russa e in tale posizione andò nella capitale dell’immenso impero, dove fu ricevuto con segni di riguardo dall’imperatrice e tenuto in considerazione anche dai dotti che frequentavano la corte, tra cui era il celebre matematico Eulero.

            Leonardo Eulero, nato a Basilea nel 1707 e morto a Pietroburgo nel 1783, era stato allievo di Jean Bernoulli, altro celebre matematico svizzero; divenne amico dei figli di costui, li seguì nella capitale russa (1732), dove il figlio del primo, Daniel Bernoulli, divenne professore di matematica. Pure Eulero ebbe un posto di professore di matematica in quell’Università da poco fondata. Chiamato da Federico II il Grande alla cattedra di matematica presso l’Accademia delle Scienze di Berlino, vi stette dal 1744 al 1766, nel quale anno su invito di Caterina II ritornò a Pietroburgo. Ingegno poderoso e versatile, studiò tutti i campi della matematica, della fisica e dell’astronomia, fece progredire il calcolo differenziale e integrale, applicò l’analisi alla meccanica e si rese benemerito per le sue opere.

            Nel tempo in cui lo Zahra fu alla corte di Pietroburgo non poteva mancare che il suo spirito avido di comprendere non fosse entrato in contatto con Eulero, da cui molto apprese. Ma il rigido clima russo non gli si confaceva, e allora nel 1779 lasciò la capitale russa per Parigi, da qui passò in Sicilia, dove trascorse due anni a Messina e nel 1782 venne a Catania dove contrasse amicizia con il generoso e munifico principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello, con l’illuminato monsignor Salvatore Ventimiglia, vescovo di Catania, e con l’abate Filippo Hernandez dei Benedettini che lo chiamò a insegnare matematica nel suo monastero.

            [p.236] Salito in rinomanza, passò a insegnare, da interino (cioè supplente), geometria elementare nella locale Università, dove il 23 giugno 1786 divenne professore proprietario (cioè di ruolo) della cattedra di matematica sublime per speciale concessione di re Ferdinando III di Borbone, con il soldo di oz. 80 (gli altri professori dello stesso gruppo matematico godevano lo stipendio di oz. 40) fu capo della Facoltà di matematica, lasciando un nome onorato nella capitale etnea e nella sua Università.

            In questa cattedra, illustrata dapprima dallo Zahra, successe altro illustre matematico, Agatino Sammartino dei principi del Pardo, che ne continuò l’insegnamento e fu valido esponente della cultura siciliana del suo tempo. [2]

            Mentre dimorava in Catania, lo Zahra, riconosciutagli la capacità, fu adibito ai lavori dell’ampliamento di quel porto. Di tale opera “costrutta con gran maestria,” ce ne ha lasciato memoria uno dei numerosi suoi allievi, che ebbe anche l’onore di essere adottato dal matematico maltese. [3]

            Per dire della considerazione in cui era tenuto lo Zahra, non solo in Catania ma in tutta la Sicilia, bisogna mettere in rilievo che nell’istituzione della cattedra di astronomia in Palermo, fatta durante il governo del principe di Caramanico, cattedra offerta dapprima al celebre astronomo p. Barnaba Oriani, nel 1786, dietro il rifiuto di costui, si pensò di affidarla allo Zahra, perché reputato il più valido matematico che fosse in Sicilia. In seguito, cattedra e direzione della Specola astronomica, eretta nel frattempo in Palermo, vennero affidate al p. Giuseppe Piazzi, che insegnava matematica nella Reale Accademia degli studi di Palermo. [4]



[1]            Ved. Domenico Scinà, Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo, Palermo 1825, vol. II, pp. 9-39.

[2]            Ved. R. Grillo, “Un maestro dell’Ateneo catanese alla fine dell’800: Agatino Sammartino,” Nuovi Quaderni del Meridione, apr.-giugno 1971, n. 34, pp. 197-205.

[3]            Ved. Salvatore Buda, Memoria dell’architetto S.B. sopra la stabilità de’ cassoni impiegati nella costruzione del Molo di Catania, ivi 1819.

[4]             Giuseppe Piazzi, chierico teatino, nacque a Ponte di Valtellina nel 1746 e morì a Napoli nel 1826, dov’era anche direttore di quella Specola. Il suo biografo B.E. Maineri, L’astronomo Giuseppe Piazzi — notizie biografiche, Milano 1871, passim, fa intendere erroneamente che gli osservatori astronomici di Palermo e di Napoli furono fondati contemporaneamente; invece il secondo fu fondato nel 1817. L’osservatorio di Palermo cominciò a funzionare nel 1791, data gloriosa nella storia dell’astronomia per quanto esso seppe realizzare: scoperta del primo asteroide, tra Marte e Giove, denominato dallo scopritore Piazzi Cerere Ferdinandea, il 1° gennaio 1801, e il catalogo delle stelle di un determinato settore del cielo affidato al celebre astronomo valtellinese.