Source: Melita Historica. 8(1981)2(125-132)

[p.125] Un pernicioso contrasto tra la Malta dei cavalieri e il re di Sicilia (1745-55)

Raffaele Grillo

Nella preziosa biblioteca “Comunale” di Palermo si conservano diversi manoscritti i quali si riferiscono alle relazioni intercorse tra Malta e la Sicilia, prima cioè del 1800, anno in cui, si sa, la prima cessò di fare parte integrante, sebbene avente un regime politico autonomo in precedenza, della Corona di S.M. Siciliana, appunto perchè occupata stabilmente dalla potente Inghilterra. Sono questi, si può dire, parte d’altre più numerose relazioni avutesi nei secoli precedenti, tra le due isole, e specie dal 1530 in poi.

L’argomento che ho impreso a trattare si riferisce ad un contrasto pernicioso verificatosi tra il governo dei Cavalieri e quello di Carlo III di Borbone, re di Napoli e di Sicilia. Si ricordi, a questo proposito, che il regno dell’Italia meridionale, pur unito sotto unica persona, Carlo III, era duplice, e queste due parti erano indipendenti l’una dall’altra, appunto perchè da secoli avevano avuto magistrature e tradizioni differenti. Il re, come giurava in Napoli, così giurava nella cattedrale chiesa di Palermo l’osservanza delle costituzioni e di speciali privilegi.

Carlo III, [1] figlio cadetto di Filippo V di Spagna e di un’italiana, Elisabetta Farnese (ultima e unica erede dei Farnese di Parma e Piacenza), alla morte del fratello maggiore, Ferdinando VI, nel 1759, per succedere sul trono più prestigioso della Spagna, dovette lasciare Napoli, dove al suo posto lasciò il proprio terzogenito, Ferdinando, ragazzo ancora d’otto anni, sotto la reggenza di un apposito Consiglio, cui presiedeva l’abile statista Bernardo Tanucci. Raggiunta il giovane re la maggiore età e fatto sposare con l’arciduchessa Maria Carolina d’Austria, figlia di Maria Teresa, l’indirizzo politico dell’Italia meridionale cambiò del tutto, appunto perchè, licenziato il Tanucci, la direzione degli affari del regno fu assunta da altri ministri, venuti da fuori, sotto l’influenza della giovane regina.

Più tardi, dopo la tempesta napoleonica che aveva sconvolto l’ordinamento politico della vecchia Europa, unilateralmente, per arbitrio di detto Ferdinando di Borbone, i due regni vennero unificati con la legge dell’8 dicembre 1816, e il re che si denominava III di Sicilia e IV di Napoli, divenne I di questo nome del regno delle Due Sicilie; e così lo Stato meridionale si denominò, sino alla sua estinzione, nel 1860, spazzato via da Giuseppe Garibaldi e dalle gloriose [p.126] camicie rosse, ed unito all’incipiente regno d’Italia di Vittorio Emanuele II di Savoja.

Malta, nel periodo del nostro travagliato Risorgimento, staccata dalla Sicilia e dipendente da altro Stato, costituì una provvidenziale oasi di ricovero per i patrioti siciliani che in essa trovavano asilo politico e il mezzo per potere sfuggire alla persecuzione borbonica, senza trascurare che la stessa funzione assolse verso l’emigrazione degli elementi borbonici, dopo il trionfo della causa nazionale, per dire del suo regime e tolerante.

Chiusa la necessaria parentesi in cui ho inteso chiarire, per chi non è specializzato nella storia siciliana, qualche cosa da me ritenuta aggrovigliata, torno all argomento principale, cioè – ripeto – al pernicioso contrasto che ebbe luogo, qualche anno dopo la seconda metà del sec. XVIII, tra la Malta dei Cavalieri e il regno di Carlo III di Borbone.

Nel gennaio del 1754, infatti, pervenne all’allora vicerè e captan generale di Sicilia duca d.Eustachio de La Viefuille, da parte del re Carlo III, da Napoli, un dispaccio con cui si comandava di chiudersi ogni relazione di commercio fra la Sicilia e le isole maltesi e di sequestrare tutte le rendite che i Cavalieri gerosolimitani possedessero nella nostra isola. Quale la cagione di questo drastico provvedimento inaspettato? La risposta si avrà da quanto andrò esponendo di seguito.

Esso non soltanto pesava sulle laute rendite che la Religione di Malta possedeva in Sicilia (si ricordi, a tale proposito, le vistose commende di Messina, di Siracusa, di Piazza e altre ancora), ma quel che era di maggior danno veniva ad impedire il rifornimento delle derrate alimentari bisognevoli alla popolazione maltese le quali si potevano avere soltanto dalla vicina Sicilia, appunto perchè in Malta si produceva ben poco nell’agricoltura e non c’era possibilità di rivolgersi altrove, per le incessanti e feroci scorrerie dei barbareschi dell’Africa settentrionale.

Bisogna tenere presente ancora che allorquando l’imperatore Carlo d’Absburgo, quale re di Sicilia (la quale venne aggiunta alla Corona spagnuola, a seguito del cosiddetto convegno di Caspe, (1412), dopo la morte di Martino il Vecchio, per cui la nostra terra perdette la sua indipendenza che era cominciata con i famosi Vespri del marzo 1282), cedette, a 24 marzo 1530, il gruppo delle isole maltesi ai raminganti, allora, Cavalieri, con il privilegio di feudo nobile e franco, riservandosi, fra altre condizioni, che il vescovado di quelle isole rimanesse di regio patronato e che, in conseguenza, ad ogni vacanza d’esso, dovessero il Gran Maestro della Religione e il Convento relativo proporre tre soggetti idonei al vicerè di Sicilia, da cui Malta nominalmente dipendeva, uno dei quali doveva essere siciliano. Tra costoro si sarebbe scelto il soggetto da presentare alla Santa Sede per la regolare investitura canonica. [2]

[p.127] In forza di questo ius patronatus che aveva il re di Sicilia sulla chiesa maltese il quale gli derivava da un diritto ereditario (secondo l’apposito privilegio concesso da papa Urbano II al conquistatore Ruggiero il Normanno) di considerarsi consigliere a latere del sommo Pontefice, Carlo III di Borbone, nel 1753 ordinò al vescovo di Siracusa, allora monsignor Francesco Testa, di recarsi, come regio visitatore, a Malta per la regolare visita canonica. Ma i Maltesi, ormai disusati da molto tempo a queste visite, responsero malamente il maestro notaro mandato avanti, certamente allo scopo di tastare il terreno, dal prelato siracusano all’uopo incaricato. [3]

Riferite al re, com’era naturale, queste cose, questo pensò alla ritorsione facendo chiudere i porti siciliani alle navi maltesi le quali approvvigionavano quella popolazione e sequestrando i beni che i Cavalieri possedevano nell’isola, nonché il consistente bestiame della chiesa maltese che si trovava nel feudo di Catalicciardo nel territorio di Lentini, da dove le provenivano i maggiori proventi. (vedasi 2).

Era in quel tempo Gran Maestro della Religione di Malta l’autoritario Emanuele Pinto de Fonseca, portoghese, il quale fece di tutto per sopperire al [p.128] drastico decreto di Carlo III, cercando d’approvvigionare le isole maltesi ricorrendo perfino alla lontana Sardegna, con molta difficoltà, ma poi pensò di ricorrere al Papa perché interponesse i suoi buoni uffici presso il re di Sicilia, e facesse cessare il grave inconveniente.

Era allora Sommo Pontefice romano Benedetto XIV, uno dei più grandi papi che ebbe in quel tempo la Chiesa cattolica, uomo dotto, che abbellì Roma facendovi eseguire grandi lavori d’utilità pubblica. Fu suo grande merito l’abolizione del famigerato tribunale dell’Inquisizione in Toscana; fu uomo di una certa spregiudicatezza nel tenere corrispondenza con l’ateo e mordace Voltaire, ma nonostante ciò, d’altro canto, fu colui che lanciò i suoi primi strali contro la Massoneria.

Nel 1741 sottoscrisse il primo concordato con il re di Sicilia in materia ecclesiastica.

Sicché papa Lambertini che accolse ben volentieri di farsi intermediario e il re Cristianissimo [4] intercessero presso il re Carlo III di Borbone per togliere Il grave inconveniente esistente fra il Regno di Napoli e l’Ordine sovrano di Malta, e a 26 novembre (1754) da Roma, parte la prima lettera (vedasi in appendice, doc.n.I), per Napoli, con la quale si prega “di rimettere nella sua totale buona grazia la Sagra Religione di Malta,” senza “che potrà recare un pregiudizio a qualsivoglia ragione.”

A 27 dicembre dello stesso anno, re Carlo risponde a Benedetto XIV aderendo ben volentieri alla di lui proposta (vedasi doc.n.2) ribadendo “che da questa mia risoluzione non restino per ombra pregiudicati anzi fermi, illesi e stabili tutti, e qualsivogliano dritti, che io rappresento nell’Isola, e Chiesa di Malta.”

Il giubilo del papa per il lieto successo della sua intercessione traspare dal documento n.3, sotto riportato, in data 3 gennaro 1755, al quale re Carlo rispose con altra sua lettera in data 7 dello stesso mese ed anno. E così la controversia ebbe termini.

L’episodio da me riesumato in questa breve nota, se non altro rappresenta l’idea tenacemente perseguita dai Gran Maestri della Religione di Malta, sebbene annualmente (il 4 novembre) presentassero l’omaggio d’antico vassallaggio nominale, ai viceré di Sicilia, di volere cioè rendersi del tutto indipendenti [p.129] dal vicereame di Sicilia e, di conseguenza, dal legittimo re, residente in Napoli.

Un difetto, che può dirsi grave, rispetto all’evoluzione del tempo, nel Governo dell’Ordine a Malta, è stato quello che, rappresentato da una ristretta aristocrazia del sangue, non s’avvicinò alla maggioranza del popolo da essa governato, da cui nacquero perniciosi attriti che non è il caso d’esaminare in questa sede.

Documento n. 1.

Benedictus PP. XIV.

Charissime in Christo fili noster, salutem et apostolicam benedictionem.

Siamo stati perplessi molto tempo se dovevamo scrivere questa nostra lettera alla M.V. avveng chè vertente sopra il noto affare di Malta. Temevamo per una parte che il nostro passo non fosse per essere gradito dalla M.V., Le di cui soddisfazioni desideriamo sempre d’incontrare. Dall’altra parte l’essere l’Ordine Gerusalemitano una venerabile Religione, e come tale essendone noi il supremo Capo, ci metteva avanti gli occhi l’obbligo di fare quanto possiamo per essa.

E per nulla dissimulare alla M.V., ci pareva di dover’essere redarguiti, quali diffidenti del gentilissimo cuore della M.V. verso di Noi, non ostante l’averne avuti, e l’averne sicurissimi riscontri: ritrovandoci pertanto nello stato poco anzi descritto, non habbiamo mancato di raccomandarci con ogni maggior fervore al nostro amabilissimo Redentore, di cui in questo momento siamo, benché indegnamente, Vicario: ed avendoci, come possiamo sperare esso riempiti di fiducia, e di coraggio ci presentiamo alla M.V. pregandola vivamente e di vero cuore come Vicario di Cristo, ch’è l’Autore della vera pace, di rimettere nella sua totale buona grazia la Sagra Religione di Malta, levando gl’impedimenti frapposti nel tempo della passata disgrazia potendo la M.V. restare in tutto e per tutto sicurissima, che un atto generoso di cristiana real Clemenza non dovrà, né potrà mai recare un pregiudizio a qualsivoglia ragione, che le compete in qualsivoglia parte, o capo della pendenza, che ha dato occasione alle passate amarezze.

Noi come principe temporale habbiamo pregato la M.V. per due Cavalieri di Malta Antinori, e Chigi, che avendo nel Regno di Napoli le loro commende, ne avevano patito il sequestro, e la M.V. sempre piena di bontà verso di noi ha esaudite le n.re preghiere. Conosciamo con tutta buona fede esser la grazia, che ora chiediamo, di gran lunga superiore all’altre che habbiamo ricevuta, ma nello stesso tempo non lasciamo di riconoscere l’infinita differenza, che passa fra il grado di Pr.pe temporale con cui habbiamo come si è detto, in altre occorrenze pregato la M.V., e la sublime dignità di Vicario di Cristo, di cui siamo senza un n.ro merito rivestiti, e colla quale presentemente la preghiamo, facessimo un torto al n.ro dilettissimo Re delle Due Sicilie, se dubitassimo di non restar consolati con una benigna risposta, a vista della quale annunziamo alla M.V. ogni maggior felicità, spirituale, e corporale sopra la sua real Persona, sopra tutti i suoi felicissimi sudditi, e sopra tutta la reale Famiglia: Dando intanto alla M.V. con pienezza di cuore, alla M. della Regina sua Consorte [p.130] ed a tutta la progenie reale l’apostolica benedizione.

Datum Romae apud Sanctam Mariam majorem Die 26 nov.is 1754 Pontificatus n.ri anno Decimo quinto.

La presente copia sendosi collazionata coll’originale, esistente nell’Archivio della real Sec.ria di Stato di mio carico, io ne faccio la pre.te attestazione per maggior validità e fede della medesima e la firmo di mia propria mano, e munisco del real sugello secreto.

Napoli 28 Dic.bre 1754.

Il M.se Fogliani.

Concorda col suo originale, che si conserva, in questa real Sec.ria di Stato, e Guerra di questo Regno.

Palermo 26 Gennaro 1755.

Pietro Pocobelli.

(Luogo del Sugello).

N.B. Il superiore documento è in copia; ed è stato copiato con tutti gli errori che contiene nella relativa traduzione.

L’originale copia si conserva nella Biblioteca “Comunale” di Palermo, ai segni Qq.F.110.

Documento n. 2.

Beatissimo Padre.

Non vi ha cosa, che la Vostra Santità mi pervenga, che non risenta tutta la mia attenzione. Tanto è vero, che contemplando in questo campo i di lei pregiatissimi ufficj, che V.S.tà mi ha avanzato colla veneratissima di Lei lettera de’26 del passato 9bre sopra la rilevante pendenza di Malta l’animo mio si è disposto ad accedere alla riverita intercessione della S.tà V.ra, di modo, che inerendo alla di Lei proposta, ho con effetto di già ordinato il riaprimento del commercio con quell’Isola, e fatto togliere il sequestro de’beni di quella Religione.

Ritraggo di tale disposizione il doppio compenso d’incontrare il pieno gradimento, e gli espressi desiderj della V.B. (eatitudine) Vicario di Gesù Cristo, capo visibile, e Pastore universale della Chiesa, che me ne ha avanzato le più amorose ed obbliganti premure, ed insieme il segnalato vantaggio, ed un argomento specialissimo di contestare a V.S (antità) il grato rispetto, e l’altissima stima, che meritatamente serbo alle sue ammirabili virtù, e prerogative.

Pertanto non di meno alla S.V.ra, anche in sequela di quanto mi assicura nella predetta benignissima di Lei lettera, che da questa mia risoluzione non restino per ombra pregiudicati anzi fermi, illesi e stabili tutti, e qualsivogliano dritti, che io rappresento nell’Isola, e Chiesa di Malta. Da questa mia annuenza alla di Lei brama, prenda V.B. vieppiù motivo di riconoscere la sincerità, e la tenerezza de’miei veramente filiali sentimenti verso di Lei, mentre io non cesso d’implorare dalla Santità V.ra per me, e mia real Famiglia la sua Santa Apostolica benedizione.

Umilissimo figlio di V.S. – Carlo.

Napoli 27 Dic.bre 1754.

[p.131]

(Collazione come opra) – Il Marchese Fogliani.

Nella Segreteria di Palermo 26 Gennaro 1755. Pietro Pocobelli.

Documento n. 3.

Benedictus PP. XIV.

Charissime in Cristo fili noster salutem et Apostolicam Benedictionem.

Ai piedi del Crocifisso genuflessi assicuriamo la Maestà Vostra di non avere in tutto il tempo del n.ro Pontificato ricevuta lettera che ci abbia recata la metà della consolazione, che abbiam provata, leggendo la lettera di V.M. del 27 di Dicembre presentataci in questo punto dal Duca di Cerisano.

Essendosi ella degnata di togliere a nostra intercessione il sequestro de’ beni della Religione di Malta e di far riaprire il commercio fra Sicilia e Malta senza un pregiudizio de’Suoi reali dritti sopra le note pendenze come Noi stessi avevamo suggerito; sono cose, che quanto alla sostanza e quanto al modo ci hanno fuor di modo inteneriti, e resi inabili ritrovar parole per esprimere alla M.V. la nostra riconoscenza e la n.ra eterna obbligazione. Assicuriamo però la M.V., che al difetto delle parole non lasceremo di sostituire ne’n.ri sacrificj le preghiere al Grande Iddio per le continue felicità di un figlio tanto benemerito di Noi, benché sia indegno Padre che in tanto diamo con pienezza di cuore a lui, alla Maestà della Regina e a tutta la Real famiglia l’apostolica Benedizione.

Datum Romae apud Sanctum Mariam Majorem die 3 Januariis 1755. Pontificatus nostri anno Decimo quinto.

Affinché in qualunque tempo etc.

Caserta 18 Gennaro 1755 – Il Marchese Fogliani.

Concorda col suo originale etc.

Palermo 5 Febbraro 1755 – Pietro Pocobelli.

Documento n. 4.

Beatissimo Padre.

Mi giungono tanto pregiate le graziose e tenere compiacenze, che V.ra S.tà mi spiega nella di lei gratissima lettera de’3 del corrente della sensibilità del paterno e di lei cuore al ricevere i contesti della mia figliale condiscendenza alla riverita di lei intercessione per il componimento della differenza con Malta, che non posso lasciare di chiararlene la riconoscenza del mio animo.

Io non sono stato meno penetrato di consolazione nel leggere l’espressioni del distinto gradimento della V.S.tà di quello ch’ella sia stata intenerita nel ricevere le dimostrazioni del mio rispetto verso di lei, e della mia differenza alle sue brame, tantocchè reputo la soddisfazione, che la S.tà V. me ne ha manifestato in termini così generosi, ed obbliganti, un’eccedente ricompensa, di quanto ho fatto in questa occasione, per contemplare le di lei venerate premure.

Rendendo dunque infinite grazie a V.B(eatitudine) de i generosi e affettuosissimi concetti, con i quali mi onora, le protesto, che non pari attenzioni sarò sempre pronto a compiacerla in qualunque tempo, e circostanza, per rendecani [p.132] vieppiù degno della continuazione che imploro per me, e mia Real famiglia della sua Apostolica Benedizione.

Caserta 7 Gennaro 1755.

Umilissimo figlio di V.ra Santità – Carlo.

Autenticazione.

Affinché in qualunque futuro tempo restare non possa dubbio della perfetta uniformità della presente Copia nella sua originale minuta, che si conserva in questa Real Archivio Segreto della Segretaria di Stato di mio carico, Io Infrascritto Segretario di Stato, Guerra, e Marina del Re nostro Signore né faccio la presente attestazione in ogni miglior forma e in piena fede la firmo di mia propria mano e v’appongo impresso il Real Sigillo Segreto.

Caserta 7 Gennaro 1755.

Il Marchese Fogliani.

Concorda col suo originale, che si conserva in questa Real Secretaria, dicchè certifico Io Infrascritto del Consiglio di S.M. Suo Secretario, di Stato, e Guerra del Governo di questa Regno.

Palermo 5 Febraro 1755.

(f.to ?) Pietro Pocobelli.



[1] Questo ordinale di terzo conveniva a Carlo III come re di Spagna, non però come re di Sicilia, perchè, se ben si considera, questa ultima formava un regno autonomo. Infatti, primo di tale nome, era stato Carlo d’Angiò, secondo l’imperatore Carlo V, il terzo Carlo secondo d’Absburgo, quarto Carlo VI d’Austria e quinto l’Infante di Spagna u cui si accenna nel testo.

[2] Una prova, vicino al tempo di cui si accenna nel testo, cioè che il vescovato di Malta sia dipeso, almeno dal 1530 a tutto il sec. XVII dalla Corona di Sicilia, si rileva da quanto è riportato in un manoscritto della “Comunale” di Palermo, ai segni 2.Qq. E.66.Ivi, al paragrafo XVIII è riportata una “relazione di tutti gli arcivescovati, vescovati, abbadie, priorati, commende ed altri benefici di patrimonio reale che S.M. tiene in questo regno e loro introiti annuali, gravezze e pensioni in essi esistenti,” compilato di mano del razionale Andrea Salemi, in Palermo, il primo giugno 1698.
A foglio 42r è detto: “Vescovato di Malta – L’introito che detto vescovato tiene nel Regno (consiste) in 3 feghi siti nel territorio della città di Lentini, nominati Cupedia, Gileppi, e la Favara; li quali sogliono gabellarsi per scudi 3,000 in circa, non paga tande, nè altra gravezza, solo alcune pensioni, le quali secondo il calcolo fatto nell’anno 1683 ascendono a scudi 1920; sì che l’introito si aggira per scudi 3,000.”
(Si noti che le tande sono la quota parte delle tasse che si pagavano allo Stato e che le pensioni, in questo caso corrispondono al salario pagato ai funzionari della Curia vescovile).
Il vescovato di Malta, sin dalla sua istituzione, al 1831 fu suffraganeo di quello di Palermo. In tale anno esso fu reso autonomo.

[3] S’erano avute diverse regie visite nelle chiese di Sicilia, l’ultima delle quali, rispetto al tempo a cui si riferisce l’argomento trattato, “Caroli III regis iussu,” era stato quello del decreto del 4 maggio 1741 (Sacræ regiæ visitationis per Siciliam a Joanne-Angelo Oe Ciocchis, la sola pubblicata, Panormi, 1836 in 3 voll.).
Il regio visitatore, in quell’occasione, non potè visitare la chiesa maltese a cagione della peste (malanno grave allora periodicamente ricorrente) perchè appunto, al compimente della sua missione in Sicilia, fu costretto a partire precipitosamente per Napoli.
Si può aggiungere che queste sacre visite, che il sovrano “patrono e delegate nato dello spirituale e del temporale,” oltre tutto, erano interessanti anche ai fini della storia. Esse ci hanno lasciato testimonianze interessanti per l’epoca in cui vennero effettuate, poichè il regio visitatore relazionava, fra l’altro, sulla consistenza degli edifici sacri (e faceva un inventario delle opere d’arte posseduto dalle singole chiese) sulle loro possessioni e reditti in genere, sulle suppellettili; annotava, inoltre, i consigli dati ai titolari e non è raro il case che dal suo verbale traspaia qualche cosa su l’ambiente locale le note storiche immancabili, cose tutte, come ben si vede, interessanti a sapersi, a distanza di secoli, da noi posteri.

[4] Nel vol.dei docc.da me svolto non se ne incontra alcuno che riferisce direttamente il ruolo che nella vicenda si sia assunto il re di Francia il quale poteva considerarsi il capo della monarchie di questo nome regnanti in Europa. Ho incontrato su tale argomento semplici accenni indiretti, come in una comunicazione, a firma di d. Joseph Grimau, in data 26 gennaio 1755, diretta al Tribunale della Gran Corte, ove si dà comunicazione dell’avvenuta composizione pacifica della vertenza, in questi termini: “Haviendo venido el rey benignemente en condescender a las eficaces instancias con que su Santidad, y el Rey Cristianisimo han intercedito per medio de sua respettivas y fervorosas Cartas à favor de la Religion Jerosolimitana, se hà servido S.M. à contemplacion de tan respactables officios, y desioso de dar à ambos soberanos en todas occasiones la mas vivas pruevas de sua atencion” etc. etc.
E’ da supporre, pertanto, che le ‘istancias’ del re Cristianissimo siano state verbali, cioè a mezzo di ambasciatori.