Source: Melita Historica. 9(1984)1(19-48)

[p.19] Don Lucio Martinez d’Aragona Fondatore della ‘Commenda Martinez’ di Siracusa del Sovrano Militare Ordine di Malta

Bruno d’Aragona

Il 12 giugno 1636 saliva ai supreme fastigi della Sacra Religione Gerosolimitana di San Giovanni, come 58° Gran Maestro, Frà Giovanni Paolo Lascaris di Castella, della Lingua di Provenza, [1] assumendo la sovranità delle isole di Malta, Gozo, Comino, Cominotto e Filfla con tutti i diretti e le prerogative spettanti.

In Sicilia, come in Ispagna, regnava la maestà di Filippo IV d’Asburga – Austria – Spagna.

In quel tempo infuriava la guerra tra Francia e Spagna, mentre i Turchi, padroni dell’Ungheria e di altri paesi balcanici, si preparavano nuovamente – nonostante la loro potenza navale fosse stata già infranta nel basso Mediterraneo – ad abbattere la potenza dell’isola di Malta, baluardo solido ed avanzato della Cristianità.

Per questi motivi il Sovrano e Militare Ordine trovavasi nella più difficile situazione religiosa, militare, politica e diplomatica. E ciò anche se la sua fama guerresca e il suo prestigio fossero sempre altissimi.

Imperversando, per altro, la carestia, il Gran Maestro Lascaris richiese una certa quantità di grano alla vicina Sicilia perché quella da lui precedentemente distribuita alla popolazione maltese non era stata sufficiente a far fronte alle sue reale esigenze. Ma il Viceré, allora il Duca di Montalto, [2] proibì che fosse esportato alcun quantitativo di grano a Malta per rappresaglia avverso l’Ordine in conseguenza del fatto increscioso che suoi Cavalieri francesi si erano resi colpevoli della cattura di navi spagnuole nel Canale di Malta. Ed inoltre il viceré Montalto ordinò il sequestro di tutte le navi maltesi ed il fermo delle galere dell’O.[rdine] nei porti dell’isola dal momento che l’O. Era stato accusato di favoreggiamento delle operazioni militari e guerresche francesi.

[p.20] Era così, nel 1637, due galere biancocrociate, che sostavano in Siracusa, riuscivano a stento a sfuggire al loro sequestro nel porto, mentre venivano prese a cannonate dai porti spagnuoli della città. [3]

Questo modo di procedere suscitò le proteste degli Stati beneficiari della protezione marittima loro accordata dall’O. Contro i Turchi e i Barbareschi, e quelle dello stesso Gran Maestro tanto che il Viceré di Sicilia dovette sconfessare il Governatore di Siracusa, e concedere il grano necessario a Malta.

Ma nuove illecite catture nel mare di quest’isola da parte di navi francesi comandate da Cavalieri dell’O. Riaggravarono la tensione tra l’O. e la Spagna al punto che il viceré di Sicilia proibì nuovamente ogni scambio commerciale con l’Isola di Malta, sequestrando per di più tutti i beni posseduti dalla Religione Gerosolimitana di San Giovanni in Sicilia.

Fu per tutte queste sinistre emergenze che il Gran Maestro ordinò e scongiurò ancora una volta che l’O. si mantenesse strettamente neutrale nel conflitto franco – spagnolo, proibendo rigorosamente ai Cavalieri di qualsiasi lingua di combattere contro Principi cristiani.

Contemporaneamente il G. M. Lascaris attendeva all’erezione di nuove fortificazioni e al compimento di varie opere edili in Malta, e preparava un audace piano di espansione coloniale.

Ma, tormentato dalle difficoltà finanziarie a causa dell’esausto Tesoro dell’O., il Gran Maestro , cui premeva il miglioramento del sistema difensivo delle isole di Malta e di Gozo permanentemente minacciate dai Turchi, e il rafforzamento della flotta, fu costretto a ricorrere a grossi prestiti.

Se è vero, quindi, che sotto il suo granmagistero la Marina Militare dell’O, andrà raggiungendo gradualmente la sua massima potenza, è anche vero che ciò sarà ottenuto a prezzo di duri sacrifici e di continue avversità. Il 16 febbraio, 1642, infatti, la grave perdita della ’ Capitana naufragata a causa di un violento fortunale presso l’isoletta di Capo Passero (Siracusa).

Tre anni dopo, però i Cavalieri del Mare, mentre facevano prodigi di valore in soccorso di Candia invasa dai Turchi, potevano risarcirsi di quella prevedente loro perdita catturando, nel Canale di Malta, verso Siracusa, un grosso vascello corsaro di Algeri con 246 uomini, e 22 cannoni.

Le Commende della Religione

In quell’ineluttabile avvicendarsi di calamità e di prosperità, continuavano intanto, a maggior potenziamento, lustro, decoro e prestigio dell’Ordine, i donativi e i contributi materiali e morali che ecclesiastici e laici, suoi devoti e grandi ammiratori e sostenitori, erogavano a suo favore.

Seguendo il primo esempio di Goffredo di Buglione, che, dopo il ‘glorioso acquisto’ (1099), volle contribuire al mantenimento della pia Istituzione benedettino – [p.21] mariano – giovannito - gerosolimitana [4] con la cessione della Signoria di Montboire con tutte le dipendenze che facevano parte del dominio del Brabante, pontefici, monarchi, re, regine, principi reali, capi o rappresentanti di famiglie dell’alta nobiltà storica o superaristocrazia, e membri di prosapie di minore importanza storica e sociale, e comunque fregiate di nobiltà feudale e patriziale più o meno antica, continuavano ad istituir commende a favore della Crociata Milizia.

Era così che la cattolica regina Enrichetta Maria (1609-1669), figlia di Enrizo IV, re di Francia, e moglie dell’allora re d’Inghilterra Carlo I, volendo contribuire al ristabilimento della Lingua d’Inghilterra, facendosene protettrice, e al maggior potenzionamento dell’O., dichiarava di esser disposta, per un tal fine, alla fondazione, a sue spese, di carie commende. Ma sì elevati intenti reginali non avevano, purtroppo, buon esito a causa della vicissitudini politiche che traversava, in quel tempo, il regno d’Inghilterra.

Buon esito aveva, invece, nell’aprile del 1639, la fondazione, da parte dello stesso Gran Maestro Lascaris, di una’ commenda di giuspatronato familiare dotata di beni da lui posseduti nel Contado di Nizza, del valore di 18.000 scudi d’oro, e destinata, dopo la morte del di lui pronipote ed usufruttuario Giovan Paolo II Lascaris.

Tra le altre commende fondate, in progresso di tempo, degne di nota, per quel che riguarda la Lingua d’Italia e la Diocesi di Siracusa, erano:

la Gran Commenda di Siracusa, fondata contemporaneamente alla conquista di Rodi nel 1308, e che costituirà, sin d’allora, la ‘Casa Madre’ e la fonte patrimoniale che alimenterà continuamente l’esercito e la flotta dell’Ordine;

la Commenda Arezzo, o di S. Giovanni Battista di Ragusa, fondata, il 19 maggio 1626, dal nob. cav. frà Blandano Arezzo e La Rocca, dei baroni di Serri, figlio di Giovanni Arezzo, barone (del feudo) di Serri, e della nob. d. Antonia La Rocca, tutti da Ragusa Antica (oggi R. Ibla). [p.22] Rendita annua: scudi 300, più sc. 10 per il cappellano; [5]

la Commenda Borgia, fondata, il 3 dicembre 1641, dal. nob. d. Pietro Borgia (o Borea, o Boria), IX bar. del Casale e d’Imbaccari, figlio di don Giacomo Borgia e Alagona, VIII bar. del Casale e d’Imbaccari e Senatore nobile di Siracusa, e di D. Maria Montalto e Bellomo dei baroni di Milocca, tutti da Siracusa. Fondo – capitale: 4000 scudi (= 1000 onze); rendita annua: 200 sc. (= 80 onze) [6]

La ‘Commenda Martinez’ di Siracusa

Ma più cospicua d’ogni altra era certamente la ‘Commenda Martinez’ fondata, pochi giorni dopo, dal Nobile di Spagna Don Lucio Martinez d’Aragona, Arezzo della Targia, Alagona d’Aragona – Sicilia e Platamone di Rosolini, da Siracusa.

Il 17 dicembre 1641, infatti, a mezzo di un loro ’ Memoriale presentato al Capo della Veneranda Lingua d’Italia della Sacra Religione di S. Giovanni, allora il Venerando Ammiraglio Grà Girolamo Sàlvago, [7] i Procuratori della Lingua stessa esponevano, a nome del Nobile Don Lucio Marinez della Diocesi di Siracusa, che questo signore ‘per la devozione portata sempre da lui e suoi Antenati al Sacro Ordine Jerosolimitano’, e per il desiderio ‘di servirlo et obligarsi ad esso con qualche pegno, ’ cheabbia a durare perpetuamente’, offriva e prometteva di fondare una Commenda di 250 scudi di rendita annua, assegnando ,per il fondi, scudi 5000 di tarì dodici per scudo ‘di quelli che ha da ricevere per ultima paga di maggior somma, tra il tempo di venti mesi, dall’Illustrissimi Signori del Comun Tesoro per un partito che ha con essi di provvedere l’Ordine della legna solite delli proprii boschi. [8]

[p.23] Secondo la volontà del fondatore, il suo capitale di 5000 scudi si doveva impiegare nell’acquisto di tanti beni stabili, o di censi, o sopra Tavole (= banche) di Palermo o d’altra città, come più conveniente sarebbe sembrato agli Ill.mi. Signori del Comun Tesoro, obbligando sempre di suoi beni e la sua persona, affinché, in caso di mancato versamento della predetta somma, la fondazione fosse stabilita sopra i succennati suoi beni patrimoniali dei quali poteva liberamente disporre insieme con i suoi figli.

Dichiarava, infine, il fondatore che la sua fondazione commendiale d’intendeva a beneficio dei Signori Cavalieri della Veneranda Lingua d’Italia, [9] e alle seguenti condizioni:

1°) che la Commenda doveva essere goduta, ad initio, dai suoi quattro figli Don Giuseppe (n. 1624), Don Cesare (n. 1628), Don Carlo (n. 1634), e Don Antonio (n. 1641)m l’un dopo l’altro, ancorché non fossero capaci e non avessero emesso i voti religiosi della professione solenne, purché il primo commendatario (o commendatore) fosse in grado di nominare il secondo, cui succederanno gli altro secondo la loro età;

2°) che i sunnominati suoi figli fossero ricevuti tutti e quatto nell’Ordine con il grado di ’ Cavalieri di Giustizia, e che ai maggiori di anni 16 decorresse l’anzianità dal giorno che la fondazione della commenda fosse stata ricevuta da parte della Ven.da Lingua, e, dai figli in minore età, dopo aver compiuto il sesto anno di età, e pagato il passaggio;

3°) che il primogenito Don Giuseppe fosse esentato da questo pagamento, restando gli altri tre suoi fratelli con l’obbligo di effettuarlo.

4°) che per tutti e quattro i Cavalieri si svolgesse e si compisse u unico processo di prove nobiliari; [10]

5°) che, in considerazione del fatto che la fondazione, essendo in denaro, era di maggiore efficacia e beneficio per la Ven.da Lingua d’Italia e che, pertanto, il Commendatore non poteva nominare un Cappellano d’Obbedienza (per l’officiatura della chiesa della commenda) i Capi della Lingua stessa ricevessero, in qualità di Cappellano Conventuale, un frate che detto commendatore avrebbe scelto e nominato tra quelli del Priorato di Capua, con l’obbligo di produrre le sue prove di ‘vita et moribus’ in Convento, e ciò nonostante il proposito e nominando avesse superato l’età di 25 anni, e non fosse ordinato in sacris, pagando il suo passaggio;

[p.24] 6°) che i Commissari preposti alla sovrintendenza delle prove nobiliari dei quattro quarti nobili (Martinez d’Aragona, La Rèstia di Canicarao, Arezzo della Targia, e ’ Sedegno) fossero deputati dal Convento o dai luoghi più vicini della nascita, e dell’origine dei quattro Cavalieri di Giustizia;

7°) che, essendo il Quatro (principale) di Martinez, Paterno, e di Sedegno, Materno, ’ originari delli Avi e Bisavi da Spagna, fosse permesso di provarli in Sicilia, e, mancando le scritture per qualsivoglia tempo dei duecento anni, che potessero supplir la prova a mezzo di testimoni, e che, compiute tutte le prove, le stesse fossero presentate direttamente alla Veneranda Lingua d’Italia, senza inviarle al Venerando’ Priorato di Messina;

8°) che, deceduto uno qualsiasi dei quattro fratelli, in godimento della commenda, il successore non fosse tenuto a pagare altro ‘mortuorio’ (tassa di vacanza e di successione) che quello di 150 scudi per una volta, e così tutti e quattro successivamente, continuando il sopravvivente nel possesso della commenda con nove bolle del Convento, etc.;

9°) che, ricevuta la fondazione dalla Ven.da. Lingua e versati i 5000 scudi, il maggiore dei figli (Don Giuseppe) potesse indossare l’Abito d’Oro, e che tutti e quattro i fratelli e Cavalieri di Giustizia, prestati i loro servizi di Carovane [11] e di residenza, fossero capaci di tutti i beni, dignità, preminenze, elezioni e voti, ai quali è consentito di ascendere ed aspirare ai Cavalieri di Giustizia della Ven.da. Lingua d’Italia.

Era così che il Capo della Lingua d’Italia Balì ed Ammiraglio Sàlvago veniva pregato dai Procuratori di ricevere la fondazione con tute le condizioni annesse ‘sotto beneplacito di Sua Eminenza e Sacro Conzilio, et quatenus sarà bisogno della Santa Sede Apostolica’.

Tutto quanto sopra appreso dalla Veneranda Lingua, venivano nominati come Commissari per l’esame del Memoriale di fondazione della commenda e per [p.25] esprimere il loro parere, il Commendator Frà Girolamo Marullo, [12] e il Cavalieri Frà Don Carlo Valdina. [13]

Firmatari del Memoriale, come Procuratori della Ven.da. lingua d’Italia, erano il Cav. Frà Antonio Pappacoda [14] e il cav. Frà Vincenzo Morso. [15]

Dopo di che, il 3 gennaio 1642, tenendosi la Ven.da. Lingua d’Italia capeggiata dal Commendatore Frà Giorgio Ghislieri [16] in assenza del Ve.do. Ammiraglio Salvago, i Commissari Marullo’ e Valdina esprimevano il loro parere favorevole alla fondazione della Commenda proposta, parere che, essendo stato condiviso da tutti gl’Ill.mi Signori Componenti della Veneranda Lingua, nemine discrepante, faceva sì che, il 28 gennaio 1641 [17] seguente, l’Ecc.mo e Rev.mo Gran Maestro e il Venerando Consiglio ‘inhaerentes privilegiis ac Indultis Apostolicis, et omni alio meliori modo cum suffragioru scrutino nemine discrepante reservato tamen assensu et beneplacito Apostolico fundationem per praefatum de Martinez faciendam acceptantes praedictas deliberationes iuxta earum tenorem una cum omnibus et singulis clausulis et conditionibus in eisdem contentis approbaverunt, et confirmaverunt cum hoc tamen quod filii eisdem de Martinez minoris aetatis si in minore aetete recipiantur ut antianitatem numerent passagium, et iura solita communi aerario solvi per minores persolvere teneantur’.

Così accettata, confermata ed ammessa la fondazione, tutti gli atti precedenti e correlati alla stessa venivano regolarmente registrati nel Liber Conciliorum. [18]

[p.27] Il Fondatore, e l’Eroismo Santificante dei suoi Antenati,

Cavalieri ed Eroi di Rodi e di Malta

Era così che al fine di compiere un’opera pia e religiosa e nello stesso tempo di evitare il disperdersi della fortuna e del lustro della sua Casa e di mantenere nella stessa un distintivo aristocratico ed una corrispondente ricchezza atta ad assicurarne il perpetuo splendore, il nostro Don Lucio di Siracusa fondava la Commenda di giuspatronato familiare, ereditaria e ’ perpetua di cui trattasi.

Accresceva, confermava ed eternava così, con tale munificio e generoso suo gesto, le antiche ed alte benemerenze religiose e cristiane dei suoi Maggiori, che, così rinverdite di novella fronda, dovevano restare perennemente ricordate e scolpite – come monumentum aere perennius – negli Annali di Santa Romana Chiesa e dell’Insigne Milizia di San Giovanni mentre la nobilissima Istituzione Commendale, illuminata dal chiarore stellare della sua Bianca Croce, assurgeva, allora come ora, a simbolo purissimo carità e di fede.

La fondazione, decisa, per altro, nel periodo più critico del Comun Tesoro dell’O. – che era esausto a causa del continuo stato di guerra contro la Mezzaluna – e perciò istituita ad immediato potenziamento delle forze armate terrestri e navali dell’O., allora ininterrottamente e intensamente impegnate in lunga e dispendiosa attività militare e guerresca, era, insomma, la prova tangibile di quella devozione ‘portata sempre’ dagli Antenati del Fondatore verso il glorioso Sodalizio bianco – crociato di Rodi e di Malta: una devozione, per altro, non solo sentita ma anche e soprattutto ’ dimostrata e provata con atti e fatti del tutto eccezionali e straordinari, specie in tempo di guerra.

Il nostro Don Lucio era, infatti, strettamente legato per sangue – attraverso il Quarto Materno ed Ava Materna – alle Case Arezzo, Platamone e Zumbo (o Zummo), e – attraverso il Quarto Ava Paterna – alle Case Alagona, Montalto, Bonaiuto e Danieli, tutte siracusane prosapie illustri e storiche, feudali e patriziali, ricevute per giustizia (cioè sempre attraverso regolare processo di prove nobiliari bicentenarie dei quattro Quarti) nella Sacra Religione Gerosolimitana di San Giovanni sin dai più antichi tempi, e rimaste immortalate nei Fasti della Crociata Milizia per le virtù giudicate in grado eroico dei loro Cavalieri, come:

il Cav. Frà Ruggero Montalto, Cavaliere di Gran Croce e Commendatore della Gran Commenda di Siracusa, Ambasciatore al Re di Francia, Visitatore e Riformatore della Castellania di Emposta e dei Priorati di S. Gilo e di Castiglia in Ispagna nel sec. XIV; [19]

i Cavalieri della Gran Commenda di Siracusa Frà Agostino e Frà Angelo Montalto, nel 1441; [20]

il Cav. Frà Francesco Montalto, dei baroni di Milocca, caduto ucciso dai Turchi, il 16 maggio 1560, tre mesi dopo la sfortuna impresa delle Gerbe (Tunisia);

il Cav. Frà Giovan Battista Montalto, dei baroni di Buccheri, caduto durante il Grand’Assedio e la memorabile difesa di Malta, il 23 giugno 1565, nel narnaro massacro del Forte S. Elmo, di si era recato in soccorso, di sua spontanea [p.28] volontà, e nel momento del maggior pericolo;

il Cav. Frà Grancesco Danieli e Falcone, dei baroni di Canicattini – Bagni, caduto durante il Grand’Assedio di Malta, il 15 luglio 1565, dopo aver tenuto testa leoninamente alla feroce massa nemica nella difesa di Forte S. Michele;

il Cav. Frà Francesco Bonaiuto, dei baroni di Floridia, Capitano e padrone della Galera ‘Vittoria’ (Balì di S. Stefano, e, poi anche Ammiraglio), e il Cav. Frà Andrea Platamone, Ricevitore di Augusta, che si distinguevano, per valor militare, in ventiquattro giorni di sanguinosi combattimenti durante lo stesso Grand’Assedio di malta nel 1565;

il Cav. Frà Nicolò Zumbo, che moriva nel 1594, in Siracusa, in fama di santità;

il Cav. Frà ’ Francesco Bonaiuto, dei baroni di Floridia, che si distingueva nel Fatto d’Arme di Locata (Agrigento), nel 1606, etc. [21]

Il legame di sangue tra il Fondatore della ‘Commenda Martinez’ e i sopra ricordati eroici Cavalieri, tutti di Siracusa, derivava, più precisamente dal fatto che l’avo suo paterno, il Magnifico e Nobile Don Antonio Martino d’Aragona, nato in Vizzini, nel 1543, [22] Consignore del feudo di S. Lucia di Noto (a. 1590), etc., Luogotenente del Sant’Uffizio in Palazzolo, [23] Giurato Nobile dell’Università della stessa nel 1579 e 1580, [24] e fondatore, nella stessa chiesa, il 29 dicembre 1583, della Cappella con altare dell’Epifania de N.S.G.C. e dei Santi Tre Re con annesso Sacro Beneficio di giuspatronato familiare, ereditario e perpetuo, dotato di onze 10 di rendita annua e [p.29] con l’obbligo della celebrazione di tre messe per settimana, [25] aveva sposato, il 28 ottobre 1567, [26] Donn’Angela Alagona e Infantino, figlia di D. Isabella Alagona e Montalto e di Don Antonino de Infantino, Giurato Nobile e Giudice di Palazzolo (quivi sposati il 2 febbraio 1552).

Donn’Isabella era, a sua volta, figlia di Don Artale IV Alagona e de Gulfis, Signore e Dinasta dello Stato plurifeudale, castello e vassallaggio con mero e misto imperio di Palazzolo, e della Signoria (o baronia), anche questa pleurifeudale (11 feudi) di Bibino Magno (inv. 22,III,1519), e di D. Costanza Montalto e Danieli, bar.ssa di Casalgerardo (inv. 20,VI,1533), dei baroni di Milocca, etc. da Siracusa. [27]

[p.31] Del succennato Antonino Martino d’Aragona, signore ricchissimo e potentissimo, ma soprattutto religiosissimo, giova, tra l’altro, quivi ricordare, per dimostrare che la sua ricchezza superava anche quella dei dinasti e suoi parenti Alagona allora “oppressi dai debiti”, che il 22 novembre 1590, “pro servitio Onnipotentis Dei et utilitate et beneficio eiusdem universitatis cum suis propriis pecuniis”, acquistò le 208 salme di frumento che erano necessarie al vitto dei cittadini di Palazzolo che e erano privi e non avevano il denaro occorrente per comprarlo. [28]

Don Antonio dettò il suo lungo testamento (pp. 14) in Palazzolo, nella sua sontuosa casa, nella notte del 3 ottobre 1594, disponendo di essere sepolto nella Cappella dei Tre Re da lui stesso fondata ed eretta nella chiesa madre undici anni prima, e legando una larga parte dei suoi beni e redditi a ben quindici tra istituzioni pie e persone ecclesiastiche, e, tra questi, anche al Beneficiato dell’Altare dei Tre Re da lui pure innalzato nell’omonima cappella. [29]

L’“Onor del Baldacchino”

Ventidue giorni dopo, esattamente il 25 ottobre 1594, a richiesta e nell’interesse della vedova Donn’Angela e dei suoi due figli D. Giuseppe e D. Cesare, nella stessa loro casa e per mano del principale notaio della stessa Giovan Battisata Cannarella, veniva compilato il necessario Inventario generale dei beni ereditari.

Nel lungo elenco (pp.20), redatto in lingua mista (latina, italiana, e siciliana), tra i cospicui bona stabilia e bona mobilia, sono tra l’altro:

(a p. 11): Item sei schiavi: 1 maschio, e 5 femine; [30]

(a p. 11 retro): Item 39 cavalli da sella e da tiro, tra i quali “uno di anni dieci incirca di pilo stornello per servizio de la milicia”;

(a p. 12 retro): Item una catina di oro grandi di magli 162, una maglia ritorta e l’altra plana, di oro, di Unze 30;

Item un’altra catina di oro consistenti in magli 80, con una maglia ritorta e l’altra plana, di caluta di Unze 20;

[p.32] (q p. 13)’ : Item un altro quadro della Madonna con la cornichi diorata;

Item due cruchifissi;

Item un paramento seu spallera di sala guarnito di russo in peczi quattro;

Item tre portali seu czemmuli di Cultrai vintidui, panno torchino, con l’armi de’Martino d’Aragona; [31]

Orbene, daquesti passi descrittivi si rileva:

a) l’appartenenza di questa famiglia, anche nel ‘500, al Mondo Ippico – Militare con i suoi Milites o Equites (Cavalieri) e comandanti, sia della Cavalleria feudale al servizio del Re di Sicilia, sia di quella religioso – militare al servizio della Cristianità ed Umanità costituita da Militi Regii o Aurati con collana, cingolo, spada e speroni d’oro; [32]

b) il privilegio della famiglia stessa all’“Onore del Baldacchino”, che, anche secondi il cerimoniale spagnolo dell’alta nobleza historica o superaristocratica, consisteva nel diritto di alzare, in un’apposita sala del proprio castello o palazzo, il baldacchino, sotto il quale s’innalzavano le Armi o insegne araldiche familiari spettanti.

Le quali Arme, accennate superficialmente dal notaio Cannarella come sopra, erano, nel 1594, nella fattispecie storico – araldica, precisamente le seguenti: Interzato in palo:

nel I: d’oro a quattro pali di rosso (Martinez d’Aragona);

nel II: d’oro a sei rotelle di nero, 2 su 2 su 2 (Alagona d’Aragona);

nel III: inquartato in decussé: nel 1o e 4o d’oro a quattro pali di rosso (R.C. d’Aragona); nel 2 o e 3 o d’argento all’aquila reale ed imperiale di nero, dal volo spiegato, imbeccata, membrata ed armato d’oro e coronata all’antica dello stesso (R.C. di Sicilia – Svevia). [33]

[p.33] Il baldacchino e lo stemma suddescritta esistevano e spiccavano, dunque nel Cinquecento, nella Casa che, servita da 6 schiavi e 17 servitori, godeva di una sua propri nobiltà cristiano – cattolica (o di S.R.C.) e cavalleresca, militare e guerriera, feudale e patriziale, con il costante trattamento ispanico di Don e Donna, e che, poi, un secolo all’altro, passava alla storia per eminenti e segnalati servigi resi alla Chiesa, all’Umanità, alla Regia Monarchia, alla Patria e alla Sacra Religione Gerosolimitana (S.H.R.) alias Sovrano Militare Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta. [34]

Feudi e Feudatari

Tre anni dopo il sopraccennato inventario notarile, precisamente il 22 agosto 1597, la vedova Donn’Angela, rimasta usufruttuaria, signora e padrona di un vasto patrimonio [35] insieme con i due figli ed eredi universali Don Giuseppe (di a. 25) e Don Cesare (di a. 17), diveniva, per sé, suoi eredi e successori un perpetuo, Consignora della Signoria di Bibino Magno con i suoi nove feudi di Vallefama, [p.34] Camelio, San Lio, Melilli, Casale di Bibino, Comuni di S. Giovanni, Comuni dei Fondi, Mandra di Donna e Monastero Germano, [36] e, nello stesso giorno, anche Signora dello Ius luendi di Bibia, decimo feudo della predetta signoria, [37]

Nello stesso anno 1597, il 1° ottobre, Donn’Angela, per cessione di Don Carlo Ruffo di Calabria e Spinelli, barone di Bagnara Calabra e barone di S. Lucia di Noto, diveniva signora e baronessa, per sé, suoi eredi e successori in perpetuo, dei feudi di S. Lucia di Noto (vulgo Méndola) e di Casalicchio con il Beneficio di San Lorenzo. [38]

Due anni dopo, più precisamente tra il 1599 e il 1600, Donn’Angela, sempre unitamente ai suoi due figli D. Giuseppe e D. Cesare, inoltre, signora [p.35] esclusiva di Vallefame, feudo, come si è già ricordato, della vasta signoria di Bibino Magno. [39]

Questo era, tra il Cinquecento e il Seicento, tra i territori di Palazzolo, di Noto e di Cassaro, il cospicuo patrimonio terriero e feudale, con il singolare privilegio del foro ecclesiastico (che comportava anche la esenzione dell’obbligo della regia investitura dei feudi posseduti), della Casa Martino (Martinez) d’Aragona e Alagona d’Aragona e d’Aragona – Sicilia. [40]

[p.36] Degni eredi e successori non solo di questi loro nomi e feudi ma anche e soprattutto delle antiche e notorie tradizioni religiose e cristiane della loro Casa erano i già ricordati fratelli Don Giuseppe e Don Cesare, dei quali, mentre il primo, dopo aver sposato in Noto, il 20 agosto 1597, Donna Vincenza Minniti e Lucretti, [41] si stabiliva in detta città, vi copriva la nobile carica civica di Regio Secreto [42] e vi decedeva, infine senza figli, [43] il fratello secondogenito Don Cesare celebrava non meno cospicue nozze, in Siracusa, Cattedrale, il 2 giugno 1598, con Donna Lucrezia Arezzo, Platamone, Galgana e Zumbo dei baroni della Targia, etc., figlia di Don Giovanni Arezzo e Galgana e di Donn’Eleonora Platamone e Zumbo dei baroni (poi anche principi) di Rosolini, Priolo, etc., [44] e nipote – ex patre – del celebre [p.37] Claudio Mario Arezzo (Siracusa, 1500-1575). Regio Istoriografo Ufficiale ed Imperiale di Carlo V Imperatore, re di Sicilia (1516-1556). [45]

Pro Charitate et Fide

Era, dunque, dalla succennata alleanza matrimoniale siracusana de 1598 che veniva al mondo Colui che, con la fondazione della “Commenda Martinez” di Siracusa già illustrata come sopra, doveva contribuire notevolmente alla potenza e al prestigio del Sovrano Militare Ordine di Malta e a quello della diocesi e della città di Siracusa: Don Lucio Martinez d’Aragona, Arezzo della Targia, Alagona d’Aragona e d’Aragona – Sicilia e Platamone di Rosolini, qual’era l’onomastica storicamente più completa e perfetta dei suoi quattro quarti o cognomi nobili d’onore e d’alleanza.

[p.38] Egli nacque e fu battezzato in Siracusa, nella Cattedrale, il 6 dicembre 1604, con i due nomi di Lucio e di Nicolò, [46] il primo per devozione a San Lucio papa (XXIII, romano, aa. 253-254), a S. Lucia Romana o di Noto (+299 d.C.) dalla quale traeva il predicato – toponimo il feudo ruggeriano – normanno, abbaziale – benedettino e baroniale di cui erano in possesso i Martino d’Aragona sin dal 1597, tra Noto e Palazzolo, e alla santa concittadina siracusana Lucia (+304 d.C.), e, il secondo nome, per devozione al santo vescovo di Mira Nicolò (III-IV sec. d.C.), cui era dedicata la chiesa madre di Palazzolo, verso la quale gli avi cinquecenteschi del piccolo Lucio erano stati tanto devoti da erigervi la loro Cappella dei Tre Re, nel 1583.

In siffatti suoi cospicui natali, ma soprattutto nello stesso sacro avvenimento del suo battesimo, poteva vedersi espresso il vaticinio che il nobile patrizio siracusano, conquiso dall’esempio e dall’amore dei suoi Antenati di Sicilia e di Spagna versi la S. Chiesa e la S. Religione Gerosolimitana di San Giovanni, avrebbe, un giorno, raccolto per illustrare la sua cara città di Siracusa, la sua Casa e il suo amatissimo Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Suo Padrino al sacro fonte battesimale era stato, infatti, un Cavaliere di Giustizia del S.M.O. di Malta: il nobil signor frà don Antonio (di) Settimo, dei marchesi di Giarratana, patrizio di Siracusa. [47]

In progresso del tempo, per la defunzione del padre Don Cesare e del fratello Don Giuseppe senza discendenza, Don Lucio successo come terzo signore, dinasta e barone, nelle signorie e baronie dello Jus luendi (del feudo) di Bibia, di S. Lucia di Nato (Stato terriero e feudale laico 0 ecclesiastico con Abate con mero e misto imperio e seggio ereditario di parlamentare nei parlamenti del regno di Sicilia), del [p.39] feudi di Casalicchio con il Beneficio di San Lorenzo, etc. [48]

Era, perciò, in sì eccellente condizione di nobiltà cattolica di S.R.C., feudale e patriziale, sociale ed economica, che, il 7 gennaio 1619, alla verde età di solo 15 anni, Don Lucio celebrava le sue nozze, in Modica Alta, nel tempio normanno di San Giorgio, con Donn’Antonia La Rèstia, Sedegno, Beccadell di Bologna e Grimaldi, dei baroni di Canicarao, etc., figlia di D. Paolo La Rèstia e Beccadelli di Bologna (Ragus, 1548+1631), signore e barone di una trentina tra feudi e feudi – allodi, castelli e vassallaggi tra i quali Canicarao (poi eretto in marchesato parlamentario ereditario con R. Priv. 11 marzo 1627 di Filippo IV), Governatore Generale dello Stato Comitale di Modica e Capitan d’Arme a Guerra del Regno di Sicilia (1598-1631), etc., e della Nobile di Spagna Donn’Isabella Sedegno e Grimaldi, [49] [p.40] che era, a sua volta, figlia del Nobile di Spagna Don Cristoforo Sedegno, Governatore Generale e Capitan d’Arme a Guerra per S.M. (1544-1561) del predetto Stato Comitale di Modica o “regnum in regno” di Sicilia. [50]

Da tutto quanto sopra appare, per altro, evidente come per i più disparati motivi de fede, di carità, di parentela e di proprietà terriere, anche varie fossero le case abitate dai sunnominati due coniugi in Palazzolo antica, Noto antica, Siracusa, Modica, e Ragusa antica (oggi Ragusa Ibla).

In Modica essi abitavano, con i loro figli e la loro servitù, nel castello comitale e governatoriale, [51] in Ragusa, nel “palagio magnifico” dei baroni e marchesi di Canicarao La Rèstia, [52] in Canicarato (presso Comiso), nel castello larestiano topomonimo, e, in Donnafugata (Ragusa), anche in questo leggiadro edificio castellano arabo – normanno e larestiano.

Così, tra un centro e l’altro della casta diocesi di Siracusa, Don Lucio e Donn’Antonia Martinez e La Rèstia trascorrevano la loro vita cristiana nella prima metà del Seicento, godendo, allora, tra le altre parentele, anche de quelle eccellenti dei Paternò – Castello – La Rèstia, principi di Biscari – Acato dal 1633, [53] degli [p.41] Statella – La Rèstia, marchesi di Spaccaforno – Ispica dal 1598, [54] e dei Tomasi – La Rèstia, fondatori e duchi di Palma Montechiaro (1637-’38) e più tardi anche principi di Lampedusa (1667) e genitori dell’Astro di questa Casa, cioè del C.R. Teatino (1666), grande liturgologo, cardinale (1712), beato (1803) e santo (1985) Giuseppe Tomasi – Trayna – La Rèstia (1649+1713), o, con altra onomastica, San Giuseppe di Palma e di Lampedusa. [55]

Ma non è da dire che, per via di questo sì fiorente e potente parentado titolatissimo, Lucio e Antonia dimenticassero, ad esempio, tra gli altri, l’antenato poveri ma beato cappuccino Frà Vito La Rèstia (1512-1582) [56] né tutti quegli altro loro cari e non poche congiunti, defunti o viventi, che, per ardente zelo religioso, avevano abbracciato lo stato sacerdotale o monacale, e che, per il loro alto spirito di carità cristiana, erano stati animati tutti a devolvere vari beni, rendite e somme di denaro per l’istituzione di molte opere pie e sacre come fondazioni di opere, di culto e di religione (chiese, monasteri, oratori, eremitori, cappelle, cappellanie, legati di sacerdozio e di monacato, etc.) e di opere umanitarie di assistenza e di beneficenza a [p.42] favore degli organi, dei poveri e degl’infermi (orfanotrofi, legati di maritaggio, ospedali, etc.) [57]

Cosicché appare ben comprensibile l’altissimo spirito di carità e di fede che doveva animare Don Lucio, tra il 1641 e il 1642, a cooperare, in quegli anni ruggenti, alla combattività militare e guerresca della Sacra Religione gerosolimitana di San Giovanni avverso gl’infedeli mussulmani o comunque impegnata nella lotta anticorsara, con la cospicua fondazione commendale e cavalleresca sopra illustrata, che, di grande prestigio, lustro e decoro per l’Ordine di San Giovanni, per Malta, per Siracusa, per il benemerito fondatore, il suo nome, la sua famiglia e la sua posterità, confermava, perpetuava ed infuturava così, nella stessa, la più bella, alta e sana espressione della nobiltà de jure e de facto di tutti i tempi e di tutti i luoghi: la Nobiltà Cattolica di S.R.C. procedente direttamente ed unicamente da eminenti servigi resi e da virtù eroiche dimostrate alla Chiesa, alla Cristianità ,e all’Umanità.

Così ornato del Commendale distintivo aristocratico, insieme con i sunnominati suoi quattro figli viventi, e i futuri suoi nipoti, pronipoti, posteri e discendenti, Don Lucio dettò infine, il suo testamento, il 20 agosto 1646, il Palermo, alla prematura età di 42 anni, disponendo, tra l’altro, che egli fosse sepolto, loco depositi, vestito dell’abito monacale carmelitano, nel Venerabile Convento di Nostra Signora del Carmine della predetta città, e ciò in attesa di essere consegnato alla vedova Donn’ [p. 43] Antonia, per la successiva e definitiva di lui sepoltura [58] che si ritiene sia poi avvenuta nella Cappella dei Tre Re esistente nella chiesa madre di S. Nicolò di Palazzolo e quivi fondata dal di lui avo paterno Don Antonino, nel 1583. [59]

321 – 322 anni dopo, tra il 1962 e il 1963, l’esistenza presente dell’antica Commenda siracusano – melitense, fondata tra il 1641 e il 1642 da Don Lucio Marinez d’Aragona, ravvivando e onorando la sua memoria e la sua gloria, verrà riconosciuta ufficialmente dal Tribunale Magistrale Superiore del Gran Magistero del Sovrano Militare Ordine di Malta in Roma, con sua Sentenza n. 1/62; n. Reg. [p. 44] Gen. 2/60 del 26 ottobre 1962 – 10 giugno 1963, [60] facendo sì che, come Commenda di Giuspatronato familiare, ereditaria e perpetua, non solo se ne conservano gelosamente tutt’oggi i documenti ed atti ufficiali e legali di fondazione, accettazione e conferma tra i Codici dell’Archivio Centrale dell’Ordine in Malta – Valletta, non solo è oggi l’unica esistente nella città e archidiocesi di Siracusa, ma è anche una delle poche superstiti che, al presente, accrescono, in Italia, il lustro e il decoro dell’Ordine Biancocrociato.

[p.45]

ASCENDENZA DI DON LUCIO MARTINEZ D’ARAGONA E DEI SUOI QUATTRO FIGLI

Martino d’Aragona
Antonino

Alagona d’Aragona
Angela

Arezzo della Targia
Giovanni

Platamone
Eleonora

Sp. in Palazzolo, 28,X,1567

Sp., in Siracusa, ...

Cesare

Lucrezia

Sp. in Siracusa, Cattedrale, 2,VI,1598

LUCIO

I. Martino D’Aragona; II. Arezzo della Targia; III. Alagona d’Aragona; IV. Platamone di Rosolini

N. e batt. in Siracusa – Cattedrale – il 6 dic. 1604.

Sp. in Modica Alta, nella Chiesa di S. Giorgio, il 7,I,1619,

Donn’Antonia La Rèstia, Sedegno, Beccadelli di Bologna e Grimaldi, dei Baroni (poi Marchesi) di Canicarao, etc.

Da questo matrimonio nascono i quattro figli che, con i loro propri quattro Quarti nobili, Martinez d;Aragona, La Rèstia di Canicarao, Arezzo della Targia, e Sedegno, sono:

4) Antonio
N. 1641. Cav. Di Giust. Del S.M.O.M.; Dr U.J., Giurato Nobile e Capitan di Giustizia in Ragusa Antica (1661 – 1664), e fondatore in S. Giovanni Battista, di una Cappellania (3,XI,1692).
3) Carlo
N. 1634. Cav. Di Giust. Del S.M.O.M.; (1642) Sacerdote nella Basilica di S. Giovanni Battista di Ragusa A. (1659 – 1667)
1) Giuseppe N. 1624. Cav. Di Giust. Del S.M.O.M., e 1° Comm.re della “Commenda Martinez” (1642). Regio Secreto di Ragusa (1652) Sp., in Ragusa, 24,I,1652, D. Francesca Arezzo e Corallo dei b.ni di Delia. Tramite questa alleanza matrimoniale è assicurata la continuità della linea sino al presente (1985), 2) Cesare
N. 1628. Cav. Di Giust. Del S.M.O.M.; (1642)

[p.46] Atti Ufficiali

Atti ufficiali della fondazione (17 dicembre 1641), delle deliberazioni (3 gennaio 1642), e dell’accettazione, approvazione e conferma (28 gennaio 1642) della Commenda Martinez di Siracusa, di giuspatronato familiare, ereditario e perpetuo della Sacra Religione Gerosolimitana alias Sovrano Militare Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, fondata dal Nobile di Spagna Don Lucio Martinez, Arezzo, Aragona e Platamone, barone di S. Lucia Romana e di Noto e di altri feudi.

National Library of Malta – Malta, Valletta – Manuscrip Department – Arch. Ms. 2160, ff. 66r,66v,67r,67v,68r e 68v; ed Arch. Ms 113 – Liber Conciliorum – ff. 218r, 218v, 219r e 219v.

Archivio del Gran Magistero del S.M.O. di Malta – Roma – Paleotrascrizione e fotoriproduzione legale conforme agli originali atti ufficiale succitati.

I

A dì 17 dicembre 1641.

Commenda di Don Lucio Martinez

Con licenza dell’Eminentissimo et Reverendissimo Monscignore fra Gio. Paolo Lascaris Castella dignissimo Gran Maestro della Sacra Religione di San Giovanni Gierosolimitao et del Santo Sepolcro di Nostro Signore si tenne la Veneranda Lingua d’Italia, Capo di quella Venerando Ammiraglio fra Girolamo Salvago, nella quale per un memoriale presentato dalli Procuratori della Veneranda lingua a nome del Nobile Don Lutio Martinez per la fondatione d’una Commenda del tenor seguente. Ill.mo. e molto Ill.mi Signori: Il Nob. D. Lutio Martinez della Diocesi di Siracusa espone che per la devotione portata sempre da lui e suoi Antenati al Sacro Ordine Jerosolimitano desidera di servirlo et obligarsi ad esso con qualche pegno, che habbia a durare perpetuamente; che perciò si offerisce, et promette fondare una Commenda di scudo ducento cinquanta l’anno di rendita; assegnando per il fondi scudi cinquemila di tarì dodici per scudo, di quelli, che ha da ricevere per ultima paga di maggior somma tra il tempo di cinti mesi dall’Illustrissimi Signori del Comun Tesoro per un partito che ha con essi di provedere l’Ordine delle legna solite delli propri boschi, risebandosi i maturandi di questo anno per uso proprio, et per servirsene ad effetto di complire col detto partito; quale somma di 5 mila scudi si habbia da impiegare i compra di tanti beni stabili, o di Censi, o sopra Tavole di Palermo, o d’altra Città, come più comodo parerà alla Signorie loro Illustrissime, obligando sempre i suoi beni, e persona, accioché in caso, che non si eseguisse detto pagamento, la fondatione s’habbia da fare sopra i sudetti suoi beni patrimoniale dei quali può, insieme con i suoi figli, liberamente disporre; dichiarando, che detta fondatione s’intenda a benefitio dei Signori Cavalieri di questa Veneranda lingua sotto le seguenti conditioni:

Primo, che l’habbino a godere quattro suoi figli già nati, et per nome Don Gioseppe, Don Cesare, Don Carlo e Don Antonio successivamente ancorché non sieno capaci et non habbino fatto professione purché il primo provisto habbia [p.47] l’elettione di nominare il secondo, al quale succederanno gli altro in riguardo dell’età loro

2°, che detti quattro suoi figli si ricevino in grado di Cavalieri di giustizia e che alli maggiori d’anni sedici corra l’antianità dal giorno, che si riceverà questa fondatione dalla Veneranda lingua, e da i minori doppo compito il sesto anno, e pagato il passaggio.

3°, Che il primo Don Giuseppe sia libero dal passaggio; et non pagarlo restando quell’altro tre col peso di pagarlo.

4°, Che per tutti quattro si faccia un solo processo di prove, et fatto che sarà, giovi a loro, come se fusse stato finito per ciasceduno in particolare.

5°, Che in risguardo di detta fondatione per esse’ in denaro, ha maggiore efficacia e beneficio di detta Veneranda lingua, il che perciò non potendo detto Commendatore nominare Cappellano d’obedienza, si contentino in cangio ricever di tutta gratia in grado di fra Cappellano Conventuale uno da lui nominando del Priorato di Capua, con obligatione di far le sue prove di vita, et moribus qui in Convento non obstante che habbia più di venticinque anni, e che non sia ordinato in sacris pagando il suo passaggio.

6°, Che li Commissari che doveranno far le prove, siano deputati dal Convento, o delli più vicini luoghi della natività, e dell’origine di quelli, che sono di residenza a beneplacito dell’oratore.

7°, Che essendo il quarto di Martinez Paterno, e di Sedegno Materno originari delli Avi e Bisavi da Spagna, gli sia permesso provarli in Sicilia, e mancando le scritture per qualsivoglia tempo delli duecento anno possino supplir la prova per testimonii senza che se li possa fare oppositione alcuna, et che fatte le prove, si presentino alla Veneranda lingua senza mandarle al Venerando Priorato di Messina.

8°, Che morto qualsivoglia dei quattro sudetti, non sia tenuto il successore a pagare altro mortuorio, e cavante, che di 150 scudo per una volta, e così tutti quatto successivamente; continuando il sopravivente la possessione con nove Bolle del Convento, et in quanto a carichi, il primo sia tenuto a dieci scudi l’anno solamente; gli altro tre a vinti scudi, e doppo loro morte si farà la tassa al solito del Tesoro.

9°, Che ricevuta la fondatione dalla Venderanda lingua, e pagati li 5 mila scudi, possa il maggiore portare l’Abito d’oro; e fatti i loro servitii di Carovane e residenza, siano capaci di tutti i beni, dignità e preminenza, elettioni, voti, a i quali è permesso ascendere, et aspirare a i Cavalieri di Giustizia di questa Veneranda lingua. Supplica dunque Vostra Signoria Ilustrissima et Molto Illustri Signori ricever la detta fondatione con tutte le conditioni con essa inserte sotto beneplacito di Sua Eminenza e suo Sacro Consiglio, et quatenus sarà bisogno della Santa Sede Apostolica

Il che inteso dalla Veneranda lingua hanno deputato per Commissarii a vedere detto memoriale, il Commissario fra Girolamo Marullo, et il Cavalier fra D. Carlo Valdina.

Li Procuratori della Veneranda lingua D’Italia
Frà Antonio Pappacoda
Frà Don Vincenzo Morso

[p.48]

II

A dì 3 gennaro 1642.

Con licenza etc. si tenne la Veneranda lingua d’Italia rizedendo in quella il Commendatore frà Giorgio Ghisilieri in absentia del Venerando Ammiraglio frà Girolamo Salvago; Nella quale il Commissario frà Girolamo Marullo et il Cavaliere frà Don Carlo Valdina Commissarii deputati per la fondatione della Commenda proposta da Don Lutio Martinez della Diocesi di Siracusa, hanno dato il loro parer del tenor seguente.

Semo di parere che fra il termine di 20 mesi il Nobile D. Lutio Martinez sborserà nelle mani della Veneranda lingua d’Italia li scudi 5 mila per la fondatione d’essa Commenda da lui proposta; s’intenda abbracciata l’offerta con le condizioni che egli fa da oggi per all’hora; con patto però, che non si dia Commissarii a far le prove, se prima non sarà pagato il denaro per la fondatione della predetta Commenda; et in quanto poi al quaro di Martinez originario di Spagna, quale egli desidera provare con testimonii se li concede di gratia; che non s’intenda aquistar ragione, ne potersi, ne avvalere gli altri della fameglia di Martinez, quando volessero professare nella nostra Sacra Religione; ma che debbano fare le loro prove, conforme l’osservanza dei nostri Stabilimenti, e nove ordinationi; e che in quanto al frà Cappellano Conventuale che egli chiede, non se li concede altrimente.

Il che inteso dalla Veneranda lingua tutti nemine discrepante sono stati dei parere dei Commissarii
Li Procuratori della Venerando lingua d’Italia
Frà Antonio Pappacoda
Frà Don Vincenzo MorsoIII
Die XXVIII Januarii 1641 (+)

Eminetissimus ac Reverendissimus Dominus Magnus Magister et Venerandum Concilium inhaerentes privilegliis ac Indultis Apostolicis, et omni alio meliori modo cum suffragiorum scrutinio nemine discrpante reservato tamen assensu et beneplacito Apostolico fundationem per praefatum de Martinez faciendam acceptantes praedictas deliberationes iuxta earum tenorem una cum omnibus et singulis clausulis et conditionibus in eisdem contentis approbaverunt, et confirmaverunt cum hoc tamen quod filii eiusdem de Martinez minoris aetatis si in minori aetate recipiantur ut antianitatem numerent passagium, et iura solita communi aerario solvi per minores persolvere teneantur.


[1] Il Gran Maestro Lascaris, nizzardo, ‘... discendeva per sangue dall’antica, e illustre Famiglia di Ventimiglia nel Genovesato; ove Roberto di Ventimiglia, sposata Irene, Figliola di Theodoro Lascari Imperatore di Costantinopoli, tramandò a’ suoi Posteri il cognome della Moglie, e l’Arma con l’Aquila Imperiale di quella Casa; Et oltre la Signoria di Ventimiglia havendone i Progenitori di Gio: Paolo goduto molte altre, egli, e i suoi Nipoti di denominavano con quella di Castellar, che possedevano nella contea di Nizza’ (B. Dal Pozzo: Historia della Sacra Religione Militare di San Giovanni Gerosolimitano, detta di Malta; vol. II, Venezia, 1715, p. 254).

[2] Trattasi più precisamente di Don Luigi Moncada d’Aragona (o Aragona – Moncada), principe di Paternò e duca di Montalto, che, nel 1635, era succeduto, nella carica di Viceré di Sicilia, al suocero Don Fernando Afan de Ribera, duca di Alcalà (1632-1635).

[3] Archivio Centrale del S.M.O. di Malta, in National Library of Malta (Msida) – Marina – Arch. 1759, ff. 12v – 14; J. Mizzi, Catalogue of the Records of the Order of St John of Jerusalem in the Toyal Malta Library; vol. XII – Archives 1759 – 1934° - Malta 1968, p. 17; Dal Pozzo, op. cit., vol. II, pp. 14-16.

[4] Circa le prime origini di quest’Istituzione vds.:

J. de la Ville le Roulx, De prima origina Hospitatariorum Hierosolimitanorum. Paris 1885; B. Martinez la Restia Statella (= B.M.LR.S.), ‘La Sicilia e l’Ordine di Malta nel ‘Catalogue of the Records of the Order of St. John of Jerusalem in the Royal Malta Library, e Compendio della storia religiosa, militare, politica e diplomatica del Sovrano Militare Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta’, in Archivio Storico Siciliano, Serie III, vol. XVIII (Palermo, Società Siciliana per la Storia Patria – Istituto Universitario 1969–’70) pp. 49-146, con 112 note archivistico-documentarie e bibliografiche, un’appendice storico-critica, e i tav. Ill.ta f.t.; ‘San Simeone di Siracusa (950+1035), Benedettino in Gerusalemme, e il suo millenario culto in Treviri’. Relazione storico-critica della 2° ricognizione dell’A. in Treviri (9.2.1973) in Studi Meridionali, VI (Roma, ottobre–dicembre 1973) pp.337-359, con 11 note, 1 doc., e 3 ill.ni f.t.; “La città di Modica e il S. M. O. di Malta: cinque secoli di storia della ‘Commenda di Modica’ del S. M. O. M.’; in Adunata, VI. N. 19-20 (Catania, marzo–giugno, 1978) pp. 27-28; ‘L’Ordine di Malta e l’Europa nel ‘Catalogue, etc.’, in Studi Meridionali XII, fasc. I (Roma, genn.–marzo 1979) pp. 89-94; e in Rivista Araldica, 78, no. 5 (Roma, Collegio Araldico, maggio 1980) pp. 87-92; ‘Siracusa, tre millenni di storia’ in Studi Meridionali, XIII, fasc. 3-4 (Roma, luglio–dic. 1981) pp. 205-215; ‘L’Ordine di Malta e L’Europa nel ‘Catalogue, etc.’, in La Fardellina, III, n. 1 (Trapani, Biblioteca Fardellina, gennaio–aprile 1984) pp. 57-86, con 48 note archivistico-documentarie e bibliografiche, e 5 ill. Ni; ‘Un altare a San Simeone di Siracusa nel Santuario ‘Madonna delle Lacrime’’, in Provincia di Siracusa, IV, n. 1 (Siracusa, genn.–febbr. 1985) pp. 52-54, con 3 note, e 2 ill.ni.

[5] Archivio di Stato – Modica- Vol. Degli atti dell’a. 1626 del Not. Francesco Rizzone in Modica: atto di fondazione del 19,V,1626 della Commenda di S, Giovanni Battista di Ragusa; R. Pirri, Sicilia Sacra, vol. II, Palermo, 2° ed.ne 1638; p. 258, n. 9: Notitia secunda Ecclesiae Syracusanae; 3^ ed.ne 1735; p. 945, 2° col., 13; vol. I, Palermo, 3° ediz. 1733; p. 688, 1° col., 9: Ragusa – Syracusanae Aecclesiae Notita.

[6] Archivio C. Del S. M. O. M., etc. – Valletta – Atti di fondazione della Commenda Borgia Arch. 2160, ff. 44, 45 e 46 (Proposta); Arch. 212, ff. 57-58 (Accettazione del 6,XI,1641); Arch. 470. ff/ 185 e 187 (Admissio); ff. 316 r e v (Litterae Apostolicae del 26,III,1642); f. 159 v (Confirmatio fundationis, luglio 1642). G. Agnello, ‘Siracusa e l’Ordine dei Cavalieri di Malta’ in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, XII (1935) (Catania, S.S.P.S.O., 1935) pp. 33-62; e ‘I Cavalieri di Malta a Siracusa’ La sede dell’Ordine e la fondazione della Commenda Borgia’ in Archivio Storico Siciliano, I, VIII, n. 7 (Città del Vaticano, 1-15, IV,1937) pp. 317-321, con 11 ill.ni.

[7] Ricevuto nell’O. il 30 Luglio 1582, il Cav. Frà Girolamo Salvago, da Genova, era, nel 1586, anche balì del baliaggio della SS. Trinità di Venosa (Vds: M. Gattini, I priorati, i baliaggi e le commende del Sovrano Militare Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme nelle provincie meridionali d’Italia prima della caduta di Malta, Napoli, 1928; p. 20). Successivamente, rivestendo il grado e la carica di Capitano della galera S. Maria o Padrona, rispondeva con i fatto al nome nella sanguinosa ma vittoriosa battaglia navale del 26 giugno 1625 tra cinque galere di Malta e sei galere e galeotte di Biserta, rimanendo gravemente ferito (Dal Pozzo, o.c., vol. I, Venezia, 1703 pp. 730e 735). Asceso, poi, al grado di ammiraglio e di Capo della Lingua d’Italia, farà costruire, nel 1652, in Valletta – sistemando il fossato nel tratto verso mare – un capace arsenale che si chiamerà Arsenale d’Italia (M. Monterisi, Storia politica e militare del Sovrano Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme detto di Malta – L’Ordina di Malta, Tripoli e in Italia, Milano, 1940, p. 163, nota 9.)

[8] Il fondatore allude ai boschi di querce esistenti nei suoi vari feudi di Bibia, Vallafame, S. Lucia di Noto, Casalicchio, etc., in possesso dei suoi diretti antenati sin dal 1597 (vds. Appresso).

[9] Il che significava che questa commenda era, come tutte le altre familiari, una liberalità destinata a sopperire alle finalità istituzionali dell’Ordine. Come dire che la commenda stessa, non equiparabile ai fidecommessi, non doveva considerarsi una donazione all’O. ma un’istituzione propria dell’O. che, senza confondersi con il suo patrimonio, sarebbe rimasta tale, cioè a disposizione sia dell’O. che dei discendenti diretti del fondatore che, provvisti di volta in volta dei necessari requisiti nobiliari, intendessero chiedere ed ottenere di averne il godimento. In altri termini, solo all’atto della totale estinzione della discendenza agnatizia maschile e diretta del fondatore la sua commenda di giuspatronato familiare sarebbe rimasta a costituire commenda di giustizia dell’O. (Vds. C. Astorri, Il Sovrano Militare Ordine di Malta e le sue Commende familiari nel diritto italiano, Roma, 1930, pp. 35-37).

[10] Queste prove erano, insieme, di nobiltà generosa, feudale e patriziale, di legittimità, di consanguineità, di cristianità e di suavitas morum correlate a tutte le carie generazione ascendenti dirette comprese nel periodo di tempo minimo di duecento anni ed afferenti, nelle fattispecie, i quattro quarti nobili d’onore e d’alleanza: paterno (Martinez d’Aragona), materno (La Restia di Canicarao), ava paterna (Arezzo della Targia), ed ava materna (Sedegno).

[11] Le caravane, o imprese militari e guerresche marittime, erano condizioni indispensabili per ottenere dei benefici e adire alle alte cariche dell’O. (Vds: G. Ottarelli, Storia politica militare del Sovrano Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme detto di Malta –Dalle origini alla caduta di Rodi, Milano, 1940, p. 11)

Lo stesso anno 1641 della fondazione della Commenda Martinez di Siracusa era stato stabilito dal Capitolo Generale che ogni Cavalieri, per aspirare alla commenda, doveva aver compiuto, personalmente, almeno quattro crociere navali di Guerra (Monterisi, o.c., p. 151, nota 18). E, per conseguire il grado di capitano, il cavaliere doveva avere almeno quindici anni di abito (a anzianità) e trenta di età, e aver compiuto personalmente sei caravane (Monterisi, o.c., p. 148, nota 4).

Vds inoltre: Arch. C. Del S.M.O.M., etc. – Valletta – Costituzioni dall’a. 1113 al 1776, Arch. M. 1708, Atti del Capitolo Generale in Malta, 14,V,1631: De Caravanis in triremibus per fratres faciendis (f. 63); Mizzi, Catalogue, etc. Cit., vol. X, Malta, 1969; M. Even, ‘Caravane d’un Chevalier de Malte’, in Rivista del S.M.O. di Malta, VII, n. 6 (Roma, Gran Magistero del SMOM, ottobre – dic. 1943) pp. 14 a 16.

[12] Ricevuto nell’O. il 24 dicembre 1591, il Cav. Frà Girolamo Marullo (o Marulli), da Barletta (Bari), fu, in progresso di tempo, Ammiraglio della Lingua d’Italia e Luogotenente del Gran Priorato di Capua. Balì del Baliaggio di S. Stefano (ab 1591?: Gattini, o.c., p. 15) e commendatore di S, Giovanni di Troia, Cannetoli, Monopoli, Putignao e Tusciano, si rese benemerito dell’O. anche per aver scritto e pubblicato in Napoli, nel 1636, Le Memorie e le Vite dei Gran Maestri dell’Ordine Gerosolimitano.

[13] Ricevuto nell’O. il 7 novembre 1591, il Cav. Frà Don Carlo Valdina e Ventimiglia, barone di S. Lucia e Rometta (Messina) era stato ambasciatore dell’O. al Viceré di Sicilia nel 1627. Conseguito successivamente il grado di ammiraglio per merito delle molte gloriose azioni belliche da lui compiute, tra le quali quella di Zante (1629) , era asceso, nel 1633, all’alta carica di Capitan Generale della Marina Militare dell’O., sicché era tale allorché, nel anno 1634, nella battaglia navale di Tripoli di Barberia (Libia) sconfiggeva il nemico, impossessandosi di cinque vascelli e di molte prede e catturando molti prigionieri (Dal Pozzo, o.c., vol. I, 802, 810, 814 e 815; e vol. II, pp. 9 e 30).

[14] Ricevuto nell’O. il 17 maggio 1593, il Cav. Frà Antonio Pappacoda(o Papacoda), da Napoli, fu in seguito elevato al grado di capitano e alla carica di comandante la galera ‘Padrona’, distinguendosi particolarmente la sera del 26 agosto 1640 allorché, dopo aver sostenuto un brillante combattimento, catturava sei vascelli turchi nello stesso porto della Goletta di Tunisi (Dal Pozzo, o.c., vol. II, p. 51).

[15] Ricevuto nell’O. il 28 agosto 1634, il Cav. Frà Vincenzo Morso, e Lo Campo, da Palermo, nato il 10 luglio 1619, Procuratore della Lingua d’Italia nel 1641-42, e, più tardi, Cavaliere in forza alla Squadra Navale dell’O. comandata dal Generale delle Galere Frà Don Gregorio Carafa e Borghese, si distinguerà , insieme con lui, nell’impresa dei Dardanelli, il 26 giugno 1656. (Archivio di Stato – Palermo – Busta no 964 della Commenda della Magione – Processi di Nobiltà dell’a. 1634: Processo del primo Quarto paterno di Don Vincenzo Morso e Lo Campo – Scritture documentarie chieste ed ottenute, per estratto, il 24 ag. 1931, dal Dottor Voncenzo Morse e Papeleo (1879-1934), barone di Favarella (D.C.G. 2,V,1929) ed oggi conservate dal figlio bar. Eugenio M. Morso e Sortino – Trono, nel suo archivio privato in Ragusa, Via Conte Cabrera, 14).

Vds anche: F. Bonazzi, Elenco dei Cavalieri del S.M. Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme – Parte I – Napoli, 1897 (e Bologna, ristampa, 1969), p. 222

[16] Ricevuto nell’O. il 16 giugno 1589, il Cav. Frà Giorgio Ghislieri, da Bologna, fu, prima, capitano di galera, poi ammiraglio, vice capo della Lingua d’Italia (1642), e, infine, investito del baliaggio di Napoli (Bonazzi, o.c., p. 158).

[17] Sebbene accanto ai gg. 3, 21 e 28 gennaio sia segnato l’anno 1641, tuttavia questi tre giorni appartengono all’anno 1642. Il che spiega con l’usanza che aveva allora l’O. d’incominciare e segnare il nuovo anno il giorno 41 marzo, cioè quando entravano in carica i nuovi Consiglieri (lettera del 21.2.1955 trasmessaci da Malta – Valletta dal Sac. D. Giuseppe Borg, verso il quale restiamo riconoscenti e grati, anche 30 anni dopo, dei molti chiarimenti storico-scientifici, paleografici e melitensi afferenti l’intero testo degli atti originali della fondazione commendale del 1641-42, ora per la prima volta illustrati e pubblicati in Melita Historica (vds la seguente n. 18).

[18] Archivio Centrale del S.M.O.M. in National Library of Malta – Malta – Valletta – Manuscript Department. Arch. MS 2160, ff. 66 r a 68 v; e Arch. Ms 113 Liber Conciliorum, ff. 218 r a 219 v: Atti Ufficiali della fondazione (Siracusa, 17 dic, 1641), delle deliberazioni (Malta, 3-21 genn. 1642), e dell’accettazione (Malta, 28 genn. 1642) della Commenda, più precisamente intitolati come segue: I. 21 Gennaro 1641 (= 1642) ab incarnatione. Fondatione di Commenda per lo stato dei Cavalieri della Veneranda Lingua d’Italia proposta dal Nobile Don Luvio Martinez di Siracusa, et accettata da Venerando Consilio sotto li 28 Gennaro 1641 (1642) ab incarnatione; II. Confirmatio Commendae fundandae per Nob. Don Lutium Martinez. Acceptio sub XXVIII Januarii 1642 ab incarnatione. Registratio in Libro Conciliorum an. 1641 (1642), fol. 191-192 (218-219).

Copia conforme delle succitate originali scritture archivistico – documentarie benne trasmessa dal Government of Malta – Royal Malta Library – Malta – Valletta, l’8 maggio 1950 (cioè 25 anni or sono), all’Autore della presente sintesi storica e Cavalieri del Veto Nobilirei del S.M.O.M. (sin dall’anno di guerra 1942). E ciò con timbro – suggello discoideo rosso e dentellato, ornato della corona reale britannica e la dizione circolare Manuscript Department – Royal Malta Library – e posto sopra le due estremità del serico, sottile e zigrinato nastro verde legante, a doppio nodo, i tre fogli manoscritti. Firma: D. M. Inguanez. Trascrizione: Jos. Galea; collazione D.M.I. – E n. 6 marche da bollo rettangolari e verdi di Malta da 1d. Annullati con da data manoscritta 5,V,1950. A questa trascrizione postbellica, presentata il 20 aprile 1956, ai fini del riconoscimento storico – giuridico ed ufficiale presente della Commenda, al competente Tribunale Magistrale di 1^ istanza del S.M.O.M. in Roma, seguirà, poi, previo il cortese interessamento in loco di D. Maria Strati Mizzi che sentimamente ancora ringraziamo, il rilascio, nel 1958, della riproduzione fotografica delle scritture succitate di complessivi 12 fogli, che venivano successivamente depositati, presso la Cancelleria del suddetto Tribunale, il 13 marzo 1959. Cosicché tutti i succitati documenti ed atti grafici del 1950 e fotografici del 1958 sono tutt’oggi conservati nell’Archivio del Gran Magistero del S.M.O.M. in Roma, Palazzo Malta (Via Condotto, 68, p.2°).

Circa la bibliografia sulla ‘Commenda Martinez’di Siracusa vds: - Dal Pozzo, op. cit., vol. II, Venezia, 1715; p. 70; - Pirri, op. cit., vol. II, Palermo, 3° ed.ne, 1735; p. 945, col. 2°: Prioratus Messanensis: ‘Lucius Martinez, Syracusanus, aliam (commendam) excitavit eodem anno 1642 cum capitali sc(utorum) 5000’. – L. Rangoni Machiavelli, ‘Frà Giovanni Lascaris di Castellar (1636-1657), in Rivista del S.M.O. di Malta, X, n. 2 (Roma, G.M., aprile – giugno 1946) p. 5; - C. Marullo, La Sicilia ed il Sovrano Militare Ordine di Malta, Messina, 1953, pp. 77 e 231: ‘Commenda Martinez’ di Siracusa.

[19] G. M. Capodieci, Tavole di Siracusa – tomo I, tav. XXVIII, p. 191. Ms nella Biblioteca Alagoniana Arcivescovile, Siracusa.

[20] Vds la precedente n. 19.

[21] Dei succennati eroi biancocrociati siracusani parlano tutte le storie. Tra la vasta bibliografia storica dell’O. vds soprattutto: - J. Bosio, Dell’Istoria della Savra Religione et Ill.ma Militia di S. Giovanni Gierosolimitano, Roma, 1594, 1602, 1621, e 1629; Napoli. 1684; - Dal Pozzo, op. cit., voll. I (1703) e II (1715); - R. A. Vertot, Histoire des Chevaliers Hospitaliers de St. Jean de Jérusalem appelez depuis les Chevaliers de Rhodes, et aujourd’hui les Chevaliers de Malte, Paris, 1726; 4 voll. – A. Minutolo, Memoire del Gran Priorato di Messina, Messina, 1699; - E. Rossi, Storia della Marina dell’Ordine di S, Giovanni di Gerusalemme, di Rodi, e di Malta. Roma, 1926; C. Sanminatelli Zabarella, L’Assedio di Malta, 18,V-8,IX,1565, Torino, 1902; - Marullo, op. cit., - G. Mizzi, A Bibliography of the Order of St. John of Jerusalem (1925-1969), Malta, 1970.

[22] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8192 degli atti dell’a. 1564 del Not. A. Infantino in Palazzolo, ff. 5 e 6; Archivio di Stato – Palermo – Vol. n. 2446 dell’a. 1593 del Tribunale del Real Patrimonio – Comune di Palazzolo – ff. 163 a 170 retro: Rivelo presentato in Palazzolo, il 1° ag. 1593.

[23] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8182 degli atti dell’a. 1564 del Not. A. Infantino in Palazzolo, ff. 5, 6 e 63; e voll. N. 8184 degli atti dell’a. 1579 e n. 8187 dell’a. 1580 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo.

[24] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8219 dell’a. 1590 del Not. V. Legisto in Palazzolo; ff. 45, 127 retro, 128 e 128 r, 405 e 405r. Archivio della Curia Provinciale dei Cappuccini – Siracusa – P. Giacinto Leone, Selva di Memorie patrie, Palazzolo, 1763, f. 113 (Ms Cl. I, n. 272).

[25] Archivio di Stato -

[26] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. degli atti del 1567 del Not. Dalmazio de Noto: contratto dotale; e vol. n. 8208 degli aa. 1582 – ’83 del Not. Antonio Masuzzo in Palazzolo, ff. 215 0 221: Divisio pro Sanctoro Infantino cum Angela (de) Martino: 6, VI, 1583. Vds anche: A. Italia, La Sicilia Feudale, Roma, 1940, pp. 365 – ’66, n. 1b, 370, n. 1, e 411, n.1.

[27] I sunnominati Alagona, signori e dinasti di Palazzolo sin dal 1374, appartengono a quella stessa dinastia dei tanti Artale e Blasco della storia di Aragona e di Sicilia, Ricos – Hombres aragoneses de sangre y de naturaleza, e, come tali, Pari al Re, Infazones e discendenti da Infanti o Principi Reali e dai Re d’Aragona (secc. IX-XIII) e d’Aragona – Sicilia (1281-1410), “primi dell otto Casas Grandes del Regno d’Aragona”, tutte imparentate con la stirpe regia e aragonese e tutte consanguinee tra di loro, ed appartenenti, sin daglialbori (sec. IX) dell’antico regno pirenaico d’Aragona – di cui costituiscono i pilastri storici – a quella superclasse politico – militare e diplomatica dominate detta Superaristocraticia o Alta Nobleza Historica. Conquistatori, signori e castellani, dal 1094, della città di Alagòn, dalla quale trassero il nome definitivo di Alagòn (it. Alagona), e, in progresso di tempo, anche conquistatori, per il Re d’Aragona, del regno di Sicilia (secc. XIII-XIV), gli Alagona sono, nella stessa, Capi della Nobiltà e della Fazione aragonese – catalana (o Alagoniana) avverso la latina e filoangioina (o Chiaramontana) durante la guerra dei 90 anni (1282-1372)m Signorim Dinasti, Baroni, Conti e possessori di mezza Sicilia feudale e castellana (un centinaio o più di feudi e castelli) e potentissimi dominano e riempiono, con le loro gesta, tutta la storia di Sicilia e di Spagna, specie nei secoli XII, XIII, e XIV, e rappresentano nel sec. XIV, la più grande dinastia dell’alta nobiltà dei regni di Aragona e di Sicilia quali Grandi Giustizieri e Viceré o Reggenti del Regno di Sicilia, e, ad un tempo e più volte, quali parenti più diletti, tutori dei re aragonesi, e corregnanti, o regnanti di fatto in loro luogo, in Sicilia, negli anni 1348-1355, 1355-1377, e 1377-1389.

[p.30] Vds tra la vasta bibliografia alagoniana: - J. Zurita, Annales de la Corona de Aragòn – vol. 1, Zaragoza, 1562 (1.^ ed.ne), ed ultima ediz. Zaragoza, Instituciòn “Fernando el Catolico”, 1967; libro 1, p. 28; e vol. II, libro IV, ultima ed.ne 1970, pp. 104 e 144; libro V, pp. 446, 448, 620 e 754.

- M. Da Piazza, “Historia Sicula (sec. XIV)”, in R. Gregorio, Biblioteca Scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere, Palermo, 1791, parte I, cap. 109.

- I. La Lumia, Storie siviliane – vol. II: I Quattro Vicàri, Palermo, 1882 (e Palermo, Edizione della Regione Siciliana, 1969) pp. 135-307.

- I. La Lumia, “Estratti di un processo per lite feudale del sec. XV concernanti gli ultimi anni del regno di Federico III e la minorità della regina Maria – Processo Satale”, in Documenti per servire alla Storia di Sicilia pubblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria – Prima Serie – Diplomatica – vol. III, fasc. I (Palermo, 1878) pp. 1-122; e fasc. II (Palermo, 1879) pp. 123-196. – A. e V. Garcia Caraffa, Enciclopedia heraldica y genealogica histpano – americana – vol. III, Madrid, 1920; pp. 23-26. – A. Castillo Genzor, La nobleza titulada del Reino de Aragòn, (Zaragoza, 1971) p. 38, e pp. 43-48.

I legami di sangue tra gli Alagona (che secondo autentiche antiche scritture sarebbero ab initio gli stessi Aragona) e la real casa Aragona si rilevano, comunque, dalle varie alleanze matrimoniali, sin dai più antichi tempi, tra gli uni e l’altra, e tra le quali basti ricordare: 1) quella di Artal de Alagòn, Rico – Hombre de Aragòn, Caudillo, conquistatore e primo signore del castello, della città e dei vassalli di Alagòn (oggi comune di Alagòn in provincia di Zaragoza) con la figlia del Re d’Aragona e di Navarra Don Pedro Sanchez (1094-1104); 2) quella celebrata nel 1293 tra Artàl de Alagòn y Ximenes de Entenza, IV Sifnore di Sàstago, etc., e D. Teresa Perez, figlia del Re Don Pietro III “el Grande”, IX Re d’Aragona (1276-1285) e I (o XIII) re di Sicilia (1282-85).

Da questo secondo matrimonio Alagona – Aragona discendono il V, VI, VII, VIII e IX Signore di Sàstago (sec. XIV-XVI) il quale ultimo, Don Blasco de Alagòn u La Nuza, è ad un tempo il 1° Conte di Sàstago (27,XI,1511) ed autore della linea dei Conti di Sàstago che si estinguono agnatiziamente nella seconda metà del Seicento e che hanno per eredi e successori, primo, Don Carlos de Aragòn, della regia stirpe, duca di Villahermosa, conte di Lune e IX Conte di Sàstago, e, dopo la sua morte nel 1692 senza figli, i Fernandez de Cordoba, sino alla XV Contessa di Sàstago, che, nella seconda metà dell’Ottocento, avendo sposato Don Josè M.^ Escribà de Romany y Dusay, Marqués de Aguilar, faceva sì che gli succedesse, nel 1905, il nipote – ex filio Gioacchino – Don Luis Mertra Escriva de Romani y Sentmenant, Fernandez de Cordoba y de Alagòn (4,I,1906), Marques de Monistrol de Noya y de Peñalba, etc., che è l’attuale XVI Conte de Sàstago con Grandezza di Spagna di 1.^ Classe, tutt’oggi in possesso del Maestoso Palacio de Alagòn (o del Virrey, o de Sàstago) edificato nel Cinquecento da Don Artal de Alagòn y Martinez de Luna, III Conte di Sàstago e Viceré di Aragona, e che è sito in Zaragosa, (Calle del Coso, 44), ed in possesso del castello di Sàstago in Sàstago (Zaragoza) e con legame di parentela, tra l’altro, anche con D. Fabiola de Mora y Aragòn, Regina dei Belgi (Madrid, Alcalà Galiano, 3).

Per maggiori notizie vds: E. Alfaro Lapuerta, La Casa de Sàstago, Zaragoza, 1956, ed Elenco de Grandezas y Títulos Nobiliarios españoles, A. 1984 (Madrid, 1984) p. 613: Sàstago, Conde de.

Circa gli Alagón (o Alagona) aragonesi – siciliani, limitandoci, per brevità, a quelli della Sicilia Orientale, basti quivi ricordare come anch’essi continuano a rappresentare quivi la loro grande casata con le cariche più alte e potenti, con le alleanze matrimoniali più eccelse (Chiaramonte, Ventimiglia, Peralta, Moncada, Cryullas, Barrese, Brancifore, Santapau, Lancea, etc.) e con la gloria e possanza di numerosi feudi e castelli con mero e misto imperio (esercizio di sovranità delegata), tra i quali, oltre le grandi signorie di Palazzolo e di Bibino Magno, sono, in diocesi di Siracusa, anche quelle di Augusta, Avola, Ferla, Francofonte, Lentini, Licodia, Vizzini, etc., e i minori comprensori terrieri e feudali di Fùrmica, di Priolo, etc.

Appartiene al ramo dei baroni di Fùrmica Mons. Don Giovanni Battista Alagona e Giustiniani (1726-1801), fondatore della Biblioteca Alagoniana Arcivescovile di Siracusa (21,III,1780), il cui ritratto, dipinto ad olio e su tela (m. 1,10 x 0,80), si conserva in una delle sale della casa dei baroni di S. Lucia di Noto, etc., marchesi di Canicarao, etc., Aragona – Martinez – La Rèstia – Statella in Siracusa, e il cui stemma, oltre che in detta casa (scultura lignea del sec. XVI), oltre che sul pavimento del coro della Cattedrale (mosaico), nell’Alagoniana (dipinto sulla volta lignea) e nel Museo Regionale di Palazzo Bellomo (quattro nomoliti scultorei di secoli diversi), orna e decora la sommità dell’arco del portale del “Palazzo Alagona”, sito in Siracusa, in prossimità della Cattedrale, cioè nel pieno centro storico di Ortigia (Via Roma, 44).

Evitando, sempre per brevità, la descrizione di tutti i vari ornamenti esteriori di questo monolite scultoreo (secc. XVI-XVII), basti infine, qui ricordare il solo Escudo de Arma che è: d’oro a quattro rotelle di nero, ordinate 2 su 2 su 2. Per maggiori notizie, vds, tra l’altro: B.M.LR.S., “Stemmi inediti di Noto antica”, in Atti e Memorie, III (Noto, Istituto per lo Studio e la Valorizzazione di Noto Antica (ISVNA), 1972) pp. 38-48: Alagona.

[28] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8190 degli atti dell’a. 1590 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo; ff. 37 a 39; S. Girgenti, “Cenni sulla carestia del 1591 e i suoi riflessi a Trapani”, in La Fardelliana, III, n. 1 (Trapani, Biblioteca Fardelliana, genn. – aprile 1984) pp. 47-48, nn. 19 e 20.

[29] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8217 degli atti dell’a. 1594 del Not. V. Legisto in Palazzolo; ff. 29 a 36; Leone, op. cit., ff. 154 e 157. Italia, op. cit., pp. 273, n. 1,

[30] Cfr: Italia, o. c., p. 359, n. 1, e 265, n. 1 b; e M. Gaudioso, La schiavitù domestica in Sicilia dopo i Normanni, Catania, 1979.

[31] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8956 degli atti aa. 1594-1596 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo: ff. 8 a 20 (=pp. 20).

[32] Per maggiori notizie sui Milites, Milites Regii o Milites Aurati e sulle distinzioni onorifiche e cavalleresche esteriori proprie della loro armatura (collana, cingolo, speroni e spada d’oro, o dorati) vds; S. Orlando, Ilfeudalismo in Sicilia – Storia e diritto pubblico – Palermo, 1847, pp. 77-82.

Incerti Authoris, Cronicon Siculum de Rebus Siculis; cap. 92o, IN r. Gregorio, Biblioteca Scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere, vol. II, Palermo, 1791, p. 215: gli arredi dei militi decorati del Cingolo vengono descritti da quel Cronista come segue: Forma militaris apparatus et cum spalleriis de cindato et manto de cindato: item ense uno munito de argento valoris unciatum duarum, vel trium ad plus; item sella, fraeno et calcaribus deauratis pretii unciarum duarum ad plus, et cum pari uno vestimentorum cujuscumpque coloris, praeter quam de scarlato et sine infoderatura vairorum”.

[33] B.M.LR.”., “L’Onor del Baldacchino’ e l’Arma della stirpe regia e aragonese dei Marino (Martinez) d’Aragona – Alagona – Aragona Sicilia”, in Netum, IX, n. 1-3 (Noto, 10,VI,1984) pp. 34-37, con 14 note archivistico – documentarie e bibliografiche, e due stemmi. Dei quali ultimi il secondo (p. 36), ligneo e cinquecentesco, non è tuttavia lo stesso esistito nella casa ed inventariato come sopra, nel 1594, in Palazzolo, che fu, per altro, distrutta dal terremoto del 1693, ma, pur mostrando lo stesso scudo d’arma interzato in palo di allora, entro sontuoso manto coronato e dorato, è, tuttavia, un’autentica opera d’arte conservata ab immemorabili, esposta dai suoi legittimi possessori in una delle sale della loro casa in Siracusa, e tutt’oggi usata dagli stessi in ogni atto e circostanza della loro vita pubblica e privata.

A completamento dei superiori cenni storico – blasonici, ricordiamo, per altro, che, in Siracusa e fuori, oltre lo Escudo do Arma ispanico suddescritto, la Casa Martino o Martinez s’Aragona, giusto il sant’orgoglio della sua consanguineità anche con le Case Arezzo della Targia (Siracusa), Platamone di Rosolini (Siracusa), La Restia di Canicarao (Ragusa), e Statella di Borgogna e della R. Stirpe Capetingia e dei Re di Francia (Spaccaforno – Ispica), ha usato ed usa, così dal Seicento in poi come oggi, per ampliazione e sia pure in linea subordinata, la stessa sua Arma primaria interzata in palo, anche pluriquartata in sette Quarti nobili d’onore e d’alleanza secondo la presente precisa descrizione blasconica:

Paritito di due, e troncato d’uno: - nel I: d’oro a quattro pali di Rosso (Martino d’Aragona); - nel II: d’oro a sei rotelle di nero, 2 su 2 su 2 (Alagona); - nel III: controinquartato in decussé: nel 1o e 4 o d’oro a quattro pali di rosso (R.C. d’Aragona); nel 2 o e 3 o: d’argento all’aquila reale e imperiale di nero, dal volo spiegato, imbeccata, membrata e armata d’oro, e coronala all’antica dello stesso (R.C. di Sicilia – Svevia); - nel IV: troncato d’oro e d’azzurro a quattro ricci dell’uno nell’altro, due in capo e due in punto (Arezzo); - nel V: d’oro al monte di nero di cinque vette, sormontato da tre conchiglie di rosso ordinate in fascia, e a un giglio dello stesso posto in capo (Platamone); - nel VI: d’azzurro al Caudillo di Cavalleria a collana, cingolo e sproni d’oro, armato e catafratto di tutte pezze d’argento, l’elmo chiuso e piumato, la spada d’oro e la lancia d’argento in “Rèstia” posta in banda (La Restia); - nel VII: contrinquartato: nel 1 o e 4 o d’oro alla lancia gigliata movente dalla punta; nel 2 o o e 3 di rosso al castello d’oro di tre torri merlata alla guelfa, aperto e finestrato del campo (Statella); sul tutto e nel cuore: d’azzurro a tre gigli d’oro posti due su una (R..C. di Francia).

[34] Vds la precedente nota 18.

[35] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8129 degli atti dell’a. 1594 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo; ff. 8 a 19.

[36] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8139 degli atti dell’a. 1597 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, ff. 140 a 151; e vol. no 972/2 dell’a. 1597 dell’Università di Palazzolo – Ufficio della signoria e baronia di Bibino Magno, con i sunnominati suoi nove feudi e con Onze 204 di rendita annua, tra Don Giuseppe Alagona e Gravina, signore e barone di Bibino Magno (inv. 29,VIII,1596), cedente e soggiogante per sé, suoi eredi e successori in perpetuo, e Donn’Angela Martino d’Aragona nata Alagona, vedova del Nob. e Magn.co Don Antonino Martino d’Aragona, e cugina – ex matre D. Jsabella Alagona e Montalto – di detto cedente, cessionaria e soggiogataria per sé, per suoi eredi e successori in perpetuo.

Notisi quivi che nel diritto siciliano e napoletano il contratto che permetteva di considerare il creditore della rendita proprietario dei fondi che gli erano ipotecati fino alla concorrenza del capitale e gli interessi come frutto del fondo, fu accolto col nome di compra di annue entrate o soggiogazione o censo consegnativo, e si poté costituire non solo sui veri immobili ma anche sugli uffici di famiglia, sulla giurisdizione, etc. Tale contratto che si basava sull’irrepitibilità del capitale, condizione essenziale da parte dei creditori e della redimibilità a piacere del debitore, fu approvato dal diritto canonica, ed anzi Niccolò V ne fissò per primo la quantità della pensione. Vds: R. Oreifice, L’Archivio privato dei Ruffo, principi di Scilla, Napoli, 1963m pp. 57-58, nota 70.

[37] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8139 dell’A. 1597 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, ff. 152-163: contratto di cessione di feudo di Bibino, Vallefame, Camelio, Melilli, San Lio, Comuni di San Giovanni, Comuni dei Fondi, Mandra di Donna, Monastero Germano, e Bibbia, tra Don Giuseppe Alagona e Gravina, signore di Bibino Magno, cedente e ipotecante per sé, suoi eredi e successori in perpetuo, e Donn’Angela Martino d’Aragona, nata Alagona, vedova del nob, e magn.co don Antonino Martino d’Aragona, e cugina – ex matre D. Jsabella Alagona e Montalto – di detto cedente, cessionaria e soggiogataria per sé, per suoi eredi e successori in perpetuo.

Archivio di Stato – Modica – Vol. degli atti degli aa. 1618 e 1619 del Not. Giacomo Radosta in Modica, ff. 418 a 423: contratto dotale del 9,I,1619 tra Don Lucio Martino, (Arezzo, Alagona), Platamone, sig.re dell Ius luendi di Bibbia, etc., figlio 1. e n. di Don Cesare e di Donna Lucrezia (Arezzo e) Platamone, da Siracusa, e Donn’Antonia La Réstia e Sedegno, figlia 1. en. di D. Paolo e di D. Isabella Sedegno, da Ragusa, barone e baronessa dei feudi di Boncampello e di Canicarao. Il barone don Paolo dota la figlia e il genero con “... onzi doimila in dinari li quali si habbiano da mettere sopra lo fego di la Bibia del quale dicti Martino tenino lo jus luendi”. Tra i vari nomi dei confermatori è anche quello dello zio paterno dello sposo, cioè Don Giuseppe Martino, Regio Secreto di Noto. In seno allo stesso contratto sono, per altro, citati i capitoli matrimoniali, presentati il precedente 3 ottobre 1618, allo stesso notaio e dallo stesso dotatore barone Paolo La Réstia “in presenza rev.do don Gasparis di Juca, don Joseph de Grimaldis, Baronis S. Johannis, Andrea de Valesca, baronis Cardinalis. etc.”.

[38] Archivio di Stato – Reggio di Calabria – Vol. degli atti dell’a. 1597 del Not. Giovan Vincenzo Marcellucci in Bagnara.

Archivio di Stato – Siracusa – Vol. degli atti dell’a. 1597 del Not. Antonino Pisano in Palazzolo, ff. 155 a 168; A.S.S., vol. n. 972/2 degli atti del 1598 dell’Università di Palazzolo – Ufficio dei Giurati – Liber sive Registrum donationum et subjugationum dell’a. 1597, ff. 118-129, etc.

Tra la vasta bibliografia su feudo, abbazia, signoria e baronia di S. Lucia di Noto e su i suoi feudatari ecclesiastici e laici, vds, tra l’altro:

- T. Fazello, De Rebus Siculis, Panormi, 1^ ed.ne 1558, p. 213; ediz. Del 1749 , vol. I, p. 452; e Storia di Sicilia deche due (tradizione di R. Fiorentino), t. I. Palermo, 1830, p. 125; t. V, Palermo, 1832, p. 98, nota 1; - V. Littara, De Rebus Netinis, Panormi, 1593, pp. 59-61-64; R. Pirri, Sicilia Sacra, t. I, Lugduni Batavorum, 1^ ed.ne 1630, pp. 34 e 43; Panormi, 3^ ed.ne emendata, ampliata e continuata da A. Mongitore e V. Amico Statella, 1733, pp. 662-663: Syracusanae Ecclesiae Notitia – Templum et coenobium S. Luciae Neti; p. 690: Abbatia S. Lucaiae Neti; t. II, 1^ ediz. 1638, p. 218; 3^ ed. 1735, pp. 1246 e 1382: Santae Luciae de Montaneis seu Neti; V. Amico Statella, Lexicon topographicum siculum ,Panormi, 1855 (e Bologna, ristampa, 1975) p. 629: S. Lucia de Montaneis, vol. II, Palermo, 1856 (e Bologna ristampa, 1975) pp. 214-215.

R. Pirri, Chiese della Diocesi di Noto (teso anastatico della Sicilia Sacra, vol. I, Palermo, 3^ ediz., 1733 – e traduzione di F. Balsamo), Noto, 1977, pp. 25-31: chiesa abbazia, abati e feudatari di S, Lucia di Noto. B. d'Aragona, Santa Lucia di Noto gloria bimillenaria della Sicilia sacra e monarchicia – Guida storica – ecclesiastica, archeologica e turistica compilata su documenti ed atti ufficiali e legali; da inedito di pp. 80, con 35 note archivisticho – documentarie e bibliografiche; e con molti docc. grafici, archeologici ed iconografici (in corso di stampa).

[39] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8194 degli atti dell’a. 1605 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo,, ff. 82-100; e vol. n. 8199 degli atti dell’a. 1605 dello stesso notaio G.B.C., ff. 103-122: contratto dell’*,III – 6,IV,1605 di transazione tra D. Girolamo Alagona e Cavallari, barone di Bibino Magno, cedente il feudo di Vallefame e riacquirente le onze 204 di rendita annua sul predetto comprensorio terriero e plurifeudale, per sé, suoi eredi e successori in perpetuo, e Don Cesare Martino Aragona e Alagona, procugino del cedente, e Giuseppe, di lui fratello, Regio Secreto di Noto, utili signori atto di possesso del 10,XII,1599 della stessa M.R.C., interposto negli atti della Curia Capitanale di Palazzolo il 7,I,1600, rivendenti le O. 204 e trattenenti in loro pieno possesso il feudo Vallefame per essi e loro eredi e successori in perpetuo.

Per maggiori notizie sulla signoria plurifeudale di Bibino Magno o Grande, vds, tra l’altro: - G.L. Barberi, Capibrevi – I feudi del Val di Noto – vol. I, Palermo, Società Siciliana di Storia Patria, 1879, p. 233, LXXXVIII – Feudo Pipino lu Grandi, ossia Bibino: – Leone, op. cit., p. 101; - F. San Martino de Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia – vol. I, Palermo, 1924, pp. 317-324; vol. II, Palermo, 1924, pp. 152-154, 305, nota 14, e 371; vol. IV, Palermo, 1926, p. 385-388 e 480-481; vol. V, Palermo, 1927, pp. 352, note 1 e 3, - 356; vol. IX, Palermo, 1940, pp. 60-61, 266-267, e 416-417: signoria di Bibino Magno con i suoi dieci feudi di Casale Bibino, Vallefame, Camelio, Bibbia, San Lio, Comuni di S. Giovanni, Comuni dei Fondi, Mandra di Donna, Monastero Germano, Melilli.

[40] Vds le precedenti note 28 e 34. Circa il cognome Martino contenuto nei succitati documenti ed atti latini del Cinquecento e in molti altri dello stesso secolo, ricordiamo che, ablativo di Martinus, non è altro, nella fattispecie, che la latinizzazione dell’originario antroponimico e patronimico esotico Marinez della prosapia ispano – sicula di cui trattasi, Successivamente, cioè nella prima metà del Seicento, questo cognome continua ad apparire, per tutti i membri e rappresentanti della stessa famiglia, nella forma ablativa latina, ad eccezione di Don Lucio, il quale, benché dalla sua nascita (Siracusa , 6 dic. 1604) alla sua morte (Palermo, 20 ag. 1646) appaia, nei diversi atti, con il suo primo cognome paterno latinizzato Martino, tuttavia, in seno a tutti gli atti originali di fondazione degli anni 1641 e 1642 della sua Commenda di giuspatronato familiare, ereditario e perpetuo pro Ordine di Malta, appare, per converso, identificato esclusivamente con il cognome Martinezi, che, come quarto nobiliare principale paterno, è precisato testualmente essere “originario da avi e bisavi da Spagna”.

Dalla seconda metà del ‘600 in poi, allorché questi signori e i loro discendenti risiedono nello Stato Comitale di Modica (Ragusa, Modica, etc.), figurano negli atti ecclesiastici e laici, con il loro primo cognome spagnuolo non infrequentemente preceduto dalle preposizioni semplici de (latina) o di (italiana) che sono entrambe pleonastiche perché già comprese nel suffisso ez di tutti i cognomi patronimici di Spagna sicché Martinez = di Martino; Henriquez – di Enrico; Alvarez = di Alvaro, etc.

[41] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8193 degli atti dell’a. 1597 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, ff. 134 e 139. Ricordiamo quivi che, precedentemente alle sue nozze del 1597, Don Giuseppe, in virtù di privilegio d’investitura datogli in Siracusa, dal Vescovo Giovanni Castellano, il 23 genn. 1586, gli era stata conferita la sacra qualifica e funzione di beneficiato, cappellano ed oratore del già ricordato beneficio di giuspatronato familiare, ereditario e perpetuo annesso, per dotazione, alla Cappella dei Tre Re fondata ed eretta, come s’è visto, per il divino culto, dal suo pio genitore, il 29 dic. 1583 (A.S.S. – Vol. no 8191 dell’a. 1594 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, f. 164).

[42] Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8196 degli atti dell’a. 1605 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, f. 84; vol. n. 8199 degli atti dell’a. 1606 dello stesso not. G.B.C., ff. 170, 222, 223, 224; Archivio di Stato – Modica – Vol. degli atti dell’a. 1619 del Not. G. Radosta in Modica, f. 420 (v. Nota 38); Pirri, Sicilia Sacra, op cit., vol. I, Leida (Olanda), 1630; Palermo, 3^ ed.ne, 1733; p. 662; “Il. Sacerdotes Oratorii S. Philippi Neri in aede D. Catherinae V. E M. Delli Porticali, congregati sunt fundatoribis S.T.D. Michaele Anguessa, et Antonino de Castellis Netinis an. 1614 quam sane aedem divitiis Josephi de Martino Secreto auctam, etc.”. E. Pirri – Balsamo, Chiese della Diocesi di Noto, cit., Noto, 1977, pp. 24 (=662) e 25.

[43] Sconosciamo la sua data di defunzione, ma sappiamo, tra l’altro, come sopra scritto dal Pirri e tradotto dal Balsamo, che Don Giuseppe, R. Secreto di Noto, arricchì, con i suoi lasciti, la suddetta chiesa di S. Caterina V. E M. Di Noto antica (Contrada Porticali).

[44] Archivio Parrocchiale della Cattedrale – Siracusa – Reg. I dei Matrimoni dell’a. 1598; f. 109 r: fede di matrimonio del 2,VI, 1598. padrini erano i patrizi siracusani Don Antonino Platamone, bar. di Priolo, d’Imposa, etc., avo materno della sposa, e Don Vincenzo Sinopoli. Ricordiamo quivi, inoltre, che, precedentemente alle sue nozze del 1598, Don Cesare, con atto di elezione rogato in Palazzolo, l’8 maggio 1594, aveva avuto conferita, per successione al fratello Don Giuseppe, la sacra qualifica e funzione di beneficiato, cappellano ed oratore del beneficio annessi, per dotazione, alla Cappella dei Tre Re di giuspatronato familiare, ereditario e perpetuo, fondata ed eretta da suo padre nel 1583 (A.S.S., vol. n. 8193 dell’a. 1597 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, f. 73).

Vds anche: a) Archivio di Stato – Siracusa – vol. dell’a. 1599 del Not. Matteo Burlò in Siracusa; pp. 205 e 210: testamento del 7,X,1599 di Don Giovanni de Aretiis e Galgana. Sa quest’atto d’ultima volontà si appende che Don Cesare e Donna Lucrezia (seu Lucreziella) abitavano, allora, in Siracusa; nel Palazzo Platamone, l’unico trecentesco edificio tutt’oggi esistente, con le sue quattro eleganti finestre bifore, tra un angolo di Piazza Archimede e l’inizio di Via Amalfitana, nel centro storico di Ortigia; b) Archivio di Stato – Siracusa – Voll. n. 8194 e n. 8199 degli atti dell’a. 1605 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo, f. 146.

Per maggiori notizie sugli Arezzo di Targia, etc., vds, tra le molte fonti: - 1) Grande Albero Genealogico degli Arezzo (Targia, etc.), feudatari e patrizi di Siracusa , dall’a. 1130 al 1854, dipinto e manoscritto su tela (alt. m. 1,10; largh. cm. 77) con l’Arma: troncato d’oro e d’azzurro a quattro ricci dell’uno nell’altro, 2 in capo e 2 in punta. Motto: Benemerentibus. Si ammira tutt’oggi in Siracusa, in Casa Aragona Martinez La Restia Statella. – 2) Libro della Nobiltà Italiana, vol. IX (1937-1939), Roma, Collegio Araldico, 1949, p. 77: Arezzo della Targia. – 3) F. Paternò Castello di Carcaci, Corpus historiae genealogicae Siciliae, vol. II, Roma, Collegio Araldico, 1940, pp. 11-13: Arezzo della Targia.

Ultimo rappresentante di questa famiglia e vero nobile de jure hereditario e de facto è Gaetano Arezzo della Targia (1911-1942), barone XIV della Targia, XVIII di Benalì, XIV di Spalla, VIII di Fiumefreddo, (ricon, con D.M. 7,7,1927), proveniente dai più nobili studi classici ed umanistici, animato da amore per le armi ed onore d’armi e ben conscio che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, segue i corsi regolari della R. Accademia Navale di Livorno. Memore ed emulo dei suoi nobili Antenati Cavalieri del Mare quali comandanti di galere combattenti della Flotta del S.M.O. di Malta nei secoli XVII e XVIII, partecipa, da Tenente di Vascello, durante la 2^ Guerra Mondiale, a diverse battaglie navali, scomparendo, infine, il 15 dicembre 1942, nel mare, a levante di Malta, come un eroe da leggenda e da epopea cavalleresca. Più volte decorato al Valor Militare con una Medaglia di Bronzo (1941) e con due d’Argento (1942), delle quali la seconda alla memoria. Siracusa, santamente orgogliosa ed affascinata da sì sublime esempio di simbiosi nobiliare de jure hereditario e de facto o personale, ha voluto additare questa duplice nobiltà civile e militare, completa e perfetta, intestando al nome di Gaetano Arezzo della Targia una via civica, l’Istituto Statale Tecnico – Nautico e la Sezione del’Associazione Nazionale Marinai d’Italia nel centro storico d’Ortigia. (Vds: B. d’Aragona, “Siracusa, tre millenni di storia”, in Studi Meridionali, XIII, fasc. 3-4 (Roma, luglio – dicembre 1981), p. 214.

[45] P. Arezzo, Quattro personaggi della famiglia Arezzo, Palermo, 1910, pp. 55-81: Claudio Mario Arezzo, Istoriografo dell’Imperatore Carlo V (1500-1575), con 37 note e 1 ritratto. Lo Arezzo, umanista, storico, archeologo, geografo, etc., è ricordato soprattutto per la sua preziosa opera De situ Siciliae, edita in Messina e in Palermo, nel 1537. A Lui è dedicata la via che, in Ortigia, unisce la Via del Littorio con Via S. Maria dei Miracoli.

[46] Archivio Parrocchiale della Cattedrale – Siracusa – Reg. III dei Battesimi dell’A, 1604, f. 178: fede di battesimo del 6. dic. 1604.

[47] Questo Cav. Frà Antonino Settimo era stato ricevuto nell’O., il 22 ag. 1594 come appare dal suo processo nobiliare dei quattro Quarti nobili Settimo, Buglio, Platamone e Statella, pubblicato dal Minutolo, op. cit., Messina, 1699; p. 241. Nato in Siracusa, era figlio di D. Giovanni Statella e Biglio, bar. di Cammaratini, Senatore Nobile di Siracusa, nato in Noto ma abitante in Siracusa, e di Sonna Frigonia Platamone e Statella, bar.ssa di Cammaratii, nobile dei baroni d’Imposa, nobile di Siracusa (Minutolo, op. e 1 cit.). Alla stessa famiglia Settimo e allo stesso O. appartennero diversi Cavalieri tra i quali eccellono:

- il Cav. Frà Nicolò, ricevuto nell’O. nel marzo del 1563, e caduto durante il Grande Assedio e la memorabile difesa di Malta e del Forte – Borgo S. Michele, il 15 luglio 1565 (Bosio, op. cit., vol. III, Roma 1602, pp. 507, e 711-’12),

- il Cav. Frà Mario, ricevuto nell’O. nel 1609, morto valorosamente combattendo nelle acque della punta della penisola del Piemmirio di Siracusa, nella sanguinosa battaglia navale occorsa, il 26 giugno 1625, tra cinque galere de Malta e sei tra galere e galeotte turche di Biserta (Dal Pozzo, op. cit., vol. I, Verona, 1703, p.755).

Per maggiori notizie sulla F. Settimo vds:

F.F. de Daugnon, Genealogia della Famiglia Settimo, Marchesi di Giarratana, Principi di Fitalia, etc., Milano, 1879, pp. 23 in 4°, con 2 tavv. Genealogiche.

[48] Vds la precedente nota 39; e Archivio di Stato – Siracusa – Vol. n. 8191 dell’a. 1594 del Not. G.B. Cannarella in Palazzolo; e vol. n. 8197 dell’a. 1603 dello stesso Not. G.B.C. in P., f. 26: atto del 14,X,1603 di Donn’Angela ved. Martino d’A., Signora del feudo di Casalicchio e del beneficio di S. Lorenzo; Farina, Selva cit., Palazzolo, 1864, f. 365; G. Italia Nicastro, Ricerca per l’istoria dei popoli acrensi, Comiso, 1873, p. 90; Italia, op. cit., p. 256, nota 1: il feudo Casalicchio (Noto), nel sacerdozio, con obbligo di celebrare la Messa nella notte di Natale.

[49] Archivio Parrocchiale della Chiesa di S. Giorgio – Modica Alta – Reg. II dei Matrimoni degli aa. 1595-1643; f. 178 r: fede di matrimonio del 7,I,1510, Ind.ne 2^; e Archivio di Stato – Modica – Vol. degli atti degli aa. 1619 e 1519 del Not. G. Radosta in Modica, ff. 418 a 423: contratto dotale del 9,I,1619 etc. (vds la precedente nota 38), Anche da questo ulteriore matrimonio della prosapia de qua appare evidente come “attraverso la strategia delle alleanze la famiglia feudale della vecchia aristocrazia effettua il reclutamento delle mogli da gruppi familiari altrettanto nobili e illustri, con i quali stringe rapporti di parentela utili per rafforzare il proprio potere e per esaltare il proprio lignaggio” (G. Motta, Strategie familiari e alleanze matrimoniali in Sicilia nell’età della transizione (secoli XIV-XVII_, Firenze, L.S. Olschke Er.re, 1983, p. 90.)

Dall’alleanza tra i Signori Don Lucio Martinez d’Aragona (di Siracusa) e Donna Antonia La Rèstia di Canicarao (di Ragusa) discendono, in linea agnatizia maschile diretta e dopo otto generazioni tutte vissute more nobilium (con costanti prove di cristianità, leggitimità e suavis morum) gli attuali Aragona Martinez La Rèstia Statella Aragona – Sicilia, tutt’oggi (1985) dimoranti in Siracusa ed utenti, onomasticamente, anche il solo predicato – cognome regio, monarchico e sovrano d’Aragona secondo l’antica usanza del Baronaggio siciliano di farsi chiamare e distinguersi (specie da puri e semplici cognomonimi) con il solo predicato – cognome di ascendenza sovrana (come Aragona anziché Moncada, o Aragona – Moncada, etc.) oppure con il solo predicato del più alto titolo di dominio feudale (come Trabia anziché Lanza, etc.).

Per maggiori notizie sui M.LR.S.A.S. vds: B.M.LR.S., “Ragusa e il suo fondatore Giovanni Martinez – La Rèstia”, in Rivista Araldica, 71°. n. 7-8 (Roma, Collegio Araldico, luglio – agosto 1973) pp. 180-188. “Libro d’Oro della Nobiltà Siciliana: Martinez La Rèstia Aragona – Sicilia: Catania, Corpo della Nobiltà Siciliana, 1980”, in Adunata, VIII, n. 27-28 (genn.-giu. 1980) pp. 21-23. B.M.LR.S., “L’Ordine di Malta e l’Europa nel ‘Catalogue of the Records of the Order of St. John of Jerusalem in the National Library of Malta’”, in La Fardelliana, III, n. 1 (Trapani, genn. - aprile 1984) pp. 65-66.

[50] Per maggiori notizie sui La Rèstia e loro alleanze matrimoniali vds: - F. Mugnos, Teatro geneologico delle famiglie illustri, nobili, feudatarie ed antiche de’Regni di Sicilia Ultra e Citra, Vol. III, Messina, 1670 (e Bologna, ristampa, 1979) pp. 204-205: Della famiglia Rèstia. – E. Sortino Trono, I Conti della Contea di Modica, Ragusa Ibla, 1907, pp. 244, 246,247, 248, 252, 257, 258, 271, 311, 324, 330, 336, 340, 341, 343, 347, 348: La Rèstia. – E. Sortino Trono, Ragusa Ibla Sacra – Ragusa Ibla, 1928; pp. 28, 38, 42, 101, 102, 121, 171, 191, 206, 234; e, in appendice, Università: pp. 23, 38, 54, 57, 62, 69, 72: La Rèstia. – E. Sortino Trono, Nobiliario di Ragusa – Ragusa Ibla, 1929, pp. 24, 27, 31, 33, 36, 43, 50, 66, 68, 71, 73, 81, 82, 84, 87, 90, 93, 95, 106, 113, 120, 123, 124, 126, 130, 142, 150: La Rèstia. – B.M.LR.S., “I Marchesi di Canicarao La Rèstia di Ragusa e di Siracusa”, in Studi Meridionali, XII, fasc. II-III (Roma, C.E.S.M., aprile – settembre 1979) pp. 155-181 (=pp. 27), con 3 ill.ni e 1 doc. Lat. (R. Priv. 11,III,1627, di Filippo IV, di elevazione della baronia di Canicarao in marchesato a Don Paolo La Rèstia e suoi eredi e successori larestiani in perpetuo, per l’antica nobiltà della sua stirpe e per gli eminenti servigi da Lui resi alla S. Chiesa, alla Patria, e alla Regia Monarchia).

[51] Vds. G. Modica Scala, Le comunità ebraiche nella contea di Modica, Modica, 1978, pp. 28-29: il secondo recinto, compreso tra le mura del castello e le fortificazione esterne, ospitava il “superbissimo palazzo del Governatore, etc.”

[52] Archivio di Stato – Palermo – Tribunale del Real Patrimonio – Riveli di Ragusa – vol. n. 2555 degli aa. 1623-1624, f. 239: rivelo del 21,V,1624 di Paolo La Rèstia, che, come rivelante, dichiara sé stesso con la sua età di anni 75 (era, perciò, nato nel 1548), con i suoi titoli baroniali sui feudi di Canicarao, Bon Campello, Nixexa e Anguilla, tutti soggetti al R. Militare Servizio, e con le anime: Donna Isabella, sua moglie, Giuseppe, di anni 22, suo figlio, Paolo e Andrea La Rèstia suoi nipoti, Lucio de Martinez, suo genero, di anni 21 (era, infatti, nato in Siracusa, nel 1604), Antonia, moglie di detto Lucio e figlia di esso rivelante, e Isabella (Martinez e La Rèstia), figlia di questi ultimi.

Segue la servitù che così si compone: servitrici di casa: 6; creati: 17, cioè 1 maggiordomo, 2 paggi, 2 portieri, 1 cuoco, 1 credenziere, 1 panettiere, 1 bordonaro (per il servizio postale), 2 mozzi di stalla, e 6 creati di casa.

[53] Per maggiori notizie sui Paternò – Castello di Biscari, di Caraci, etc., vds: - F. Paternò – Castello di Caracaci, I Paternò di Sicilia, Catania, 1936, pp. 530, in 4°; - F. Paternò – Castello di Caracaci, “Corpus historiae genealogicae Siciliane”, in Rivista Araldica, Roma, Collegio Araldico, 1934; ed estratto, Roma, 1936; vol. I, pp. 34-40: Principe di Biscari, etc. – Libro d’oro della Nobiltà Italiana, vol. XIX (1981-1985), Roma, Collegio Araldico, 1982; pp. 1265-1274: Paternò. – B.M.LR.S., La Cappella del Carmine di Catania giuspatronato dei principi di Biscari e dei duchi di Carcaci Paternò – Castello, Alcamo (TP), 1982, pp. 130, in 8°, con 68 note archivistico – documentarie e bibliografiche, 4 docc. (secc. XVII – XIX), 2 tavv. Genealogiche, e 16 ill.ni f.t.

[54] Tra la copiosa bibliografia statelliana, raccolta cronologicamente, dal sec. XV ad oggi, da che scrive, e tra le varie opere che si occupano delle grandezze della Dinastia Statella, si vedano soprattutto, per un buon compendio di sue notizie storico – araldico – nobiliari e genealogiche:

- per il sec. XVII: A. Inveges, Nobiliario regio e viceregio (Parte III degli Annali della felice città di Palermo) Palermo, 1651, pp. 130-131: Statella. F. Mugnos, Teatro genologico delle famiglie illustri, nobili, feudatarie, et antiche de’ Regni di Sicilia Ultra e Citra – col. III, Messina, 1670 (e Bologna, ristampa, 1979) pp. 446-447: Della Famiglia Statella.

- per il sec. XVIII: F.M. di Villabianca (Emanuele e Gaetani), Della Sicilia Nobile, vol. II, Palermo, 1757 (e Bologna, ristampa, 1968) pp. 339=346: Spaccaforno.

- per il sec. XIX: B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridionali d’Italia, vol. II, Napoli, 1875, (e Bologna, ristampa, 1975) pp. 132-136: Statella.

- per il sec. XX: A. Mango di Casalgerardo, Il Nobiliario di Sicilia – vol. II, Palermo, 1915 (e Bologna, ristampa, 1970) pp. 189-191: Statella (p. 184, tav. L: stemma)

B.M.LR.S., “Il Luogotenente colonnello Conte Vincenzo Statella, Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (1861) e Medaglia d’Oro (1866) dell’Arma di Cavalleria e del Corpo di Stato Maggiore” in Immagini e notizie di Spaccaforno – Ispica antica e moderna (G. Calvo), vol. II, Modica, 2^ ed.ne ampliata, 1982; pp. 147-163, con 20 note, e 5 ill.ni

B.M.LR.S., “Ispica e gli Statella”, in Studi Meridionali, riv. cit., XV (genn. – dic. 1983) pp. 29-44, con 19 note archivistico – documentarie e bibliografiche, e un albero genealogico degli Statella dal 939 al 1793.

[55] Per maggiori notizie sui Tomasi di Lampedusa vds tra l’altro: - B.M.LR.S., I La Rèstia di Canicarao di Ragusa e di Siracusa e i Tomasi di Lampedusa – Catania, 1982; pp. 61, in 8°, con i doc. Lat. (R. Priv. di Filippo IV, 11,III,1627), 3 tavv. genealogiche La Rèstia (secc. XV-XVIII), una genealogia diretta Tomasi di Palma de di Lampedusa (secc. XVI-XX), n. 6 note archivistico – documentarie e bibliografiche, e uno stemma; b) Rivista Araldica cit., 81, n. 8-9 (agosto – sett. 1983) pp. 129-139, con una genealogia diretta Tomasi di Lampedusa (secc. XVI-XX), n. 6 note archivistico – documentarie e bibliografiche. – “Libro d’Oro della Nobiltà Siciliana” – 1983 – in Adunata, riv. cit., a. XII, n. 39-40-41-42 (genn. – dic. 1983) p. 39: Tomasi di Lampedusa.

[56] B. d’Aragona, Il Beato Vito La Rèstia da Ragusa (1512-1582), Siracusa, 1982-’86, as di pp. 12 con 13 note archivistico – documentarie e bibliografiche, e due ill,no, in Archivio Storico privato dell’A. In Siracusa, e in Archivio – Biblioteca di S.E. il Vescovo di Ragusa (in attesa di pubblicazione)

[57] Dal sopra ricordato matrimonio Matinez d’A. – La Rèstia di C. Del 1619 – quale segno delle benedizione del Signore nacquero ben dieci figli, e cioè, a cominciare dai quattro maschi ricordati nel Memoriale di fondazione del 1641 della Commenda Martinez di Siracusa del S.M.O. di Malta 1) il Cav. Don Giuseppe (n. 1624), che nel 1652, copre la carica nobile di Regio Secreto di Ragusa (Cancelleria della Contea di Modica – Giuliana (Inventario) degli 11 registri degli aa. 1539 – 1705, vol. 156, reg. VIII degli aa. 1652 – 1663, f. 60/186: Patente), e che, avendo sposato in Ragusa antica, il 24 genn. 1652, D. Francesca Arezzo e Coralle dei b.ni. di Delia (Arch. di St. – Modica – Vol. degli atti dell’a. 1652 del Not. Giovanni Scrofano in Ragusa: atto dotale), assicura la continuità del lignaggio sino ai giorni nostri (1985); 2) il Cav. Don Cesare (n. 1628); 3) il Cav. Don Carlo (n. 1634), che è Sacerdote nella basilica di S. Giovanni Battista di Ragusa (aa. 1659 – 1667); 4) il Cav. Don Antonio (n. 1641), dottore Utriusque Juris, Giurato e Capitan di Giustizia di Rausa (1661 a 1664), fondatore, in S. Giovanni Battista, il 3 nov. 1692, di una Cappellania, insieme con la sorella Donna Giovanna, etc. (Archivio Parrocchiale di S. Giorgio – Ragusa, Ibla – Registri dei Battesimi di S. Giovanni Battista: a. 1664, f.210; a. 1672, f. 380; 1. 1663, f. 176; Archivio della Cura Arcivescovile – Siracusa – Vol. delle Savre Visite Vescovili degli aa. 1681 – 1683, f. 251: Visita del 20,V,1683 del Vesc. F. Fortezza a Ragusa – Chiesa di S. Sebastiano ed Oratorio privato del Sig. Don Antonio Martinez et La Rèstia; Archivio di Stato – Modica – Gol. Degli atti dell’a. 1692 del Not. G.B. Francalanza in Ragusa (1636); e voll. degli a.. 1663 e 1673 del Not. G.B.Battaglia in Ragusa: atti del 7,XI,1663 e 2,VII,1673); 5) Donna Jsabella (n. 1620); 6) Donna Lucrezia (n. 1622), Suora nel Monastero di S. Maria di Calcerde in Ragusa (1636); 7) Donn’Anna Maria (n. 1630); 8) Donna Vittoria (n. 1632); 9) Donn’Eleonora (n.1638), che sposò Don Giovan Battista Ricca, barone della Scaletta (Vittoria); 10) Donna Giovanna (n. 1642), fondatrice, in S. Giovanni Battista di Ragusa, il 3 nov. 1692, di una Cappellania, come già ricordato (atti notarili dei Nott. Francalanza e Battaglia succitati).

[58] Archivio di Stato – Palermo – Vol. n. 646 degli atti dell’a. 1646 del Not. Giuseppe Martino Moscata in Palermo, ff. 2047 a 2059 (= pp. 13): Testamento del 20 agosto 1646, Indizione 14^.

In quest’attimo di ultima volontà del 1646, il testatore, mentre mette a disposizione circa i suoi due feudi di S. Lucia di Noto e di Casalicchio (nominando come suo procuratore legale il dottor Placido Romirez), non accenna alla Commenda del S.M.O. di Malta da lui fondata nel 1641 – ’42. Ma questo silenzio derivava dai seguenti vari motivi: 1°) il fondatore ne aveva destinato espressamente il godimento a cominciare dai suoi quattro figli; 2°) gli Statuti dell’Ordine vietavano di disporre dei beni delle commende per testamento; 3°) il giuspatronato commendale di origine gentilizio, sarebbe divenuto ereditario con la defunzione dell’ultimo chiamato al patronato stesso. Come dire che gli eredi immediato o mediati degli ultimi commendatarii avrebbero avuto sempre ceste legittima per esercitare le azioni derivanti dal patronato (vds Annali di Giurisprudenza Italiana – vol. II, parte II, p. 358: sentenza del 30,XII,1868 della Corte d’Appello di Firenze). Ciò ovviamente finché sarebbe esistita la linea agnatizia maschile discendente e diretta del fondatore.

[59] Come la normanna chiesa madre che la comprendeva da l583 così anche la Cappella dei Tre Re con annessi monumenti sepolcrali, lapidi, epigrafi, stemmi, etc., fu distrutta dal terremoto dell’11 gennaio 1693. Tuttavia del sunnominato Antenato e Cittadino Siracusano memoria dignissimus, nell’archivio privato dei diretti ed attuali suoi discendenti in Siracusa, si conserva, ab immemorabili, composta in tutte lettere maiuscole e disposta in 28 righe, un’iscrizione latina che ne infutura il ricordo. Trasmessa nel 1955 all’Autore (Galileo Savastano) dell’opera storico – epigrafica Corpus Inscriptionum Sancti Johanni Hierosolimitani, ma, essendo rimasta l’opera stessa tutt’oggi inedita, riportiamo, ad ogni buon fine ed anche e soprattutto per la sua fedeltà alla verità storica e documentaria, l’iscrizione come segue: D. O. M. / FR. D. LUCIUS MARTINUS DE ARARGONIA / ARETIUS FEUDORUM DYNASTES / DE ARAGONA ET SICILIA EX REGIA STIRPE / IN RELIGIONE PIUS / ERGA DEUM ET ALMAM DEIPARAM VIRGINEM MATREM / PIENTISSIMUS / FORTISSIMORUM INVICTORUMQUE RHODI ET MELITAE EQUITUM CONSANGUINEUS / OB PIETATEM AB EO SUISQUE MAJORIBUS / ERGA SACRAM HIEROSOLYMITANAM RELIGIONEM / SEMPER UBICUMQUE GESTAM / CONSPICUAM COMMENDAM DE JURE FILIIS HEREDITARIO / PRO VEN.DAE LINGUAE ITALIAE EQUITIBUS / ET PRO FILIIS HEREDIBUS SUCCESSORICUSQUE SUIS / IN PERPETUUM FUNDAVIT / CATH. AP. RO, RELIGIONEM S. ROM. ECCLESIAM / SACRAM S. JOHANNIS MILITIAM / DIOCESEM AC DIFELISSIMAM SYRACUSARUM URBEM / ILLUSTRAVIT / HOMINUM CARITATEM EXALTAVIT / RELIGIOSA VETUSTA EXCELSAQUE SUI SUORMQUE MERITA / AUXIT CONFIRMAVIT AETERNAVIT / D. XVII. M. DEC. A. MDCXLI / N/ SYRACUSIS. D. VI. M. DEC. A .MDCIV / OB. PANORMI D. XX. M. AUV. A. MDCXLVI / AETATIS SUAE XLII.

[60] Archivio del Gran Magistero del S.M.O. di Malta – Roma – Tribunale Magistrale Superiore – Processo Commendale degli anni 1956 – 1962 per i Cavalieri del Ceto Nobiliare Martinez La Rèstia, da Siracusa, rappresentati e difesi dall’Avv. Donato Marinaro in Roma (Via Massimo d’Azeglio, 52). Circa i vari documenti ed atti ufficiali e legali allegati al processo vedasi la precedente nota 18.

+ Sebbene accanto al giorno 28 gennaio sia segnato l’anno 1641, tuttavia detto giorno appartiene all’anno 1642. Questa discrepanza di data si spiega con l’usanza che aveva allora l’Ordine d’incominciare a segnare il nuovo anno il giorno 31 marzo, cioè quando entravano in carico i nuovi Consiglieri.