Source: Melita Historica. 9(1986)3(199-202)

[p.199] Sull’autore dei vv. 11-14 della Cantilena di Petrus Caxaro

Arnold Cassola

Nel loro saggio introduttivo alla Cantilena di Petrus Caxaro, G. Wettinger e M. Fsadni ritengono di potere escludere che il testo a noi pervenuto fosse stato tradotto in lingua maltese dal pronipote di Petrus, Brandano, o che quest’ultimo lo avesse trascritto, affidandosi alla propria memoria. Molto probabilmente, Brandano aveva davanti a sé un’altra copia da cui ha poi trascritto il testo pervenutoci nel primo volume degli Atti Notarili di Brandano, Valletta, R 175/1. [1] Recentemente, G. Brincat ci ha fornito una mirabile edizione critica della Cantilena: nella sua convincente esposizione, Brincat suggerisce di restaurare il testo con l’eliminazione dei vv. 7-10 a favore dei vv. 11-14, che dimostrano “una superiorità semantica e tecnica” rispetto ai precedenti. [2]

La “quartina” 7-10 non fa altro che riprendere il contenuto e molto del lessico della quartina 11-14, e inoltre si presenta con un ultimo verso monco e imperfetto. Brincat così spiega il fenomeno: “Evidentemente qui siamo di fronte a due possibilità. La prima è che Brandano sta copiando da un autografo di Pietro che contiene la riscrizione o rifacimento della quartina, nel quale caso avremo una variante d’autore, primo e secondo abbozzo. La seconda possibilità è che Brandano abbia commesso seri errori nella trascrizione della quartina, dei quali si sia accorto solo prima di trascrivere il secondo emistichio del v.10. e che abbia ricominciato a copiare la quartina correttamente al v. l l. Non è facile decidere per l’una o per l’altra soluzione, perché in entrambi i casi si presume la mancata cancellazione della quartina rigettata o spuria. Due indizi esteriori sembrano favorire l’attribuzione dell’errore al copista: i ritocchi riguardano solo la quartina (anche se questo non esclude che Pietro potesse essere rimasto insoddisfatto della quartina dopo aver fissato le sestine), mentre una spia grafica indica che Brandano era conscio degli errori della prima quartina. Se si guarda l’originale si vedrà che la coda che chiude ogni verso è assente dalla quartina. A Brandano, che copiava la poesia dell'avo a uso proprio, forse bastava questo segno al posto di una brutta cancellatura.” [3]

Che la prima quartina sia da ritenere estranea all’edizione definitiva, e che la compresenza delle due quartine nel testo da lui trascritto non fosse stata preventivata da Brandano, mi sembra ineccepibile. [4] Quelli che non mi convincono pienamente [p.200] sono gli indizi esteriori riportati da Brincat a riprova della sua tesi. Infatti, se la coda fosse un segno per denotare la correttezza di un verso ciò significherebbe che Brandano l’avrebbe aggiunta dopo aver riletto ciascun verso; il che non sembra fare al caso nostro in quanto la coda è parte integrale della parola, e non un segno aggiunto a posteriori. [5] Inoltre, un esame della quartina 7-10 rivela che in effetti, a parte il v.10 incompleto, è solo il v.7 ad esser privo di coda (cfr. con nibni al v.14). Infatti, seppure diversa dalla coda degli altri versi, ai vv. 8-9 si riscontra morchi con coda assolutamente identica a quella di monchi al v. 13.

Il fatto che i ritocchi riguardano solo la quartina mi spinge ad ipotizzare una terza possibilità che forse merita di essere presa in considerazione: mentre trascriveva la quartina 7-10 Brandano non l’ha ritenuta all’altezza del resto del testo poetico, e così ha deciso di interrompere a metà il v.10, per ricomporre la quartina di sana pianta. [6] Quindi, l’autore dei vv.11-14 non sarebbe Petrus, ma Brandano.

Forse, oltre alla sua intenzione di migliorarla tecnicamente e stilisticamente, un motivo che avrebbe spinto Brandano a ricomporre la quartina è l’incostanza grafica che distingue i vv.7-10 dal resto del componimento. Riporto le due quartine perché si possa meglio rilevarne le diversità:

A 7 Huakit hi mirammiti lili zimen nibni
8 Mectatilix mihallimin me chitali tafal monchi
9 fen timayt insib il gebel sib tafal morchi
10 vackit hi mirammiti

(autore: Petrus)

B 11 Huakit hy mirammiti Nizlit hi li sisen
12 Mectatilix il mihallimin ma kitatili li gebel
13 fen tumayt insib il gebel sib tafal morchi
14 Huakit thi mirammiti lili zimen nibni

(autore ipotetico: Brandano)

Naturalmente, va tenuto presente che l’incostanza grafica ha sempre contraddistinto i primi passi di qualsiasi lingua scritta, e quindi i suggerimenti ipotizzati hanno valore, appunto, solo in quanto ipotesi e mai come certezze assodate. La prima cosa che salta all’occhio in B (e ciò è stato notato da Brincat, p.14) è la trascrizione di Huakit (maltese odierno waqgħet) con hu per w sia al v.11 che al v.14. È vero che al v.15 il vocabolo riappare, questa volta trascritto con u per w (ucakit), ma questa apparente inconsistenza sembrerebbe invece comprovare la mia tesi. Infatti, nei suoi atti notarili Brandano ha sempre utilizzato i digrafi gu e hu o la vocale u per denotare la lettera maltese odierna w. [7] La v non è mai stata usata da lui. Quindi, la forma vackit utilizzata da Petrus al v.10 potrebbe essere sembrata fuori luogo a Brandano, che [p.201] conseguentemente l’ha modificata in Huakit. Invece, ha lasciato invariata la forma ucakit, in quanto la u per w rientra a pieno titolo nel suo codice di trascrizione della toponomastica maltese.

Altro indizio in B che suggerisce una mano diversa da quella dell’autore è l’uso degli articoli. Petrus non è del tutto consistente: nella maggior parte dei casi utilizza il davanti ad aggettivi o sostantivi al singolare (cfr. il cada (v.1), il hali (v.6), il miken (v.16,17), il vintura (v.17) e li davanti a sostantivi al plurale (cfr. liradi (v.17)). Tuttavia, in A, al v. 9, si riscontra, il davanti a sostantivo plurale (cfr. il gebel). È possibile che Petrus consideri gebel un collettivo singolare piuttosto che sostantivo al plurale; cosa accettabilissima nella lingua maltese. Resta il fatto che in B, nel secondo emistichio del v.12, presumibilmente composto da Brandano, viene ripristinata la regola li + sost. plu. (li gebel), e puntualmente ribadita al v.11 (li sisen). Ciò che sembrerebbe una trasgressione a questa regola (v.12 il mihallimin invece di li mihallimin) si spiegherebbe nel seguente modo: l’applicare al sostantivo plurale mihallimin un verbo femminile singolare (mectatilix), caratteristica alquanto comune delle lingue semitche, [8] farebbe percepire mihallimin come sostantivo singolare. [9] Naturalmente, rimane il problema di il gebel al v.13, ma essendo stato questo verso pressoché ripreso integralmente dalla quartina A è possibile che su Brandano abbia influito la trascrizione originale che egli teneva sotto mano.

Il v.12 è, secondo Brincat, “quello che ha la maggiore possibilità di essere un rifacimento dell’autore.” [10] Io sospetto fortemente, invece, che possa essere un rifacimento (insieme agli altri versi della quartina B) di Brandano. Del tentativo di uniformare la scrittura si e già detto per quanto riguarda vackit/Huakit e l’uso dell’articolo il/li. Nel caso di me chitali (v.8) che diventa ma kitatili (v.12), mi sembra di scorgere una preoccupazione da parte di Brandano di differenziare fra due particelle identiche che svolgono, però, delle funzioni grammaticali diverse. Infatti, la particella me in me chitali ha il valore dell’avversativo italiano “ma” (maltese odierno imma). [11] Tuttavia, nel corpus dell’intera composizione essa non si distingue graficamente dalla particella negativa me (maltese odierno ma; cfr., p.es., mensab (v.2); mehandihe v.3 Mectatilix (v.8)). La successiva modifica di me in ma, al v.12 di B, potrebbe essere stata il rimedio ritenuto più idoneo da Brandano per evitare qualsiasi pericolo di scambiare l’avversativa per una negativa.

Anche il cambio del digrafo Ch in k (chitali = kitatili) sembra essere dettato [p.202] dall’esigenza di uniformare la grafia al resto del testo. È vero che nei suoi atti notarili Brandano è ricorso all’uso del digrafo ch per denotare varie lettere dell’alfabeto maltese odierno, [12] e che quindi non si sarebbe dovuto stupire nel vedere una ch che rappresentava l’occlusiva glottale (’), ma è anche vero che nella Cantilena questo sarebbe l’unico caso del genere. Infatti, nel componimento di Petrus ch, insieme a hec, sta per l’odierna ħ (h). [13] Quindi, nel modificare chitali in kitali (odierno qatgħetli) Brandano non farebbe altro che allineare questo vocabolo con tutti gli altri in cui appare l’occlusiva glottale, sempre trascritta con c o k, [14] levando allo stesso tempo ogni dubbio sul significato del vocabolo. [15]

Fin qui gli esempi riportati a riprova della mia tesi sembrano essere alquanto convincenti. Sennonché bisogna fare i conti con un altro fenomeno che rischia di fare saltare tutto il ragionamento finora sostenuto. Infatti, se Brandano fosse veramente stato così attento ad eliminare ogni inconsistenza grafica, come si spiegherebbe il fatto che nel rifacimento della quartina A egli abbia abbandonato l’uniformità della veste grafica di hi ai vv. 7 e 10 (e in perfetta sintonia con hi al v.15) a favore delle forme graficamente eterogenee hy (v.11), hi (v.11) e thi (v.11) della quartina B?

Effettivamente, ciò sembrerebbe contrastare con la puntigliosità finora dimostrata da Brandano. Ma forse una spiegazione c’è: il pronome hi/hy/thi (maltese odierno hi = ‘essa’), proprio in quanto pronome, ha poco valore funzionale nel tessuto organizzativo della Cantilena. Quindi, Brandano non si è premurato di riprodurre rigorosamente un’unica veste grafica per la tre forme. Ciò dimostrerebbe che il revisore è intervenuto per eliminare le inconsistenza grafiche solamente in quei casi dove riteneva che i vocaboli in questione avessero valore morfemico: verbi (huakit, kitatili, articoli (il/li), avversativi (ma). Questo significherebbe che Brandano non si limita a fare da copista; egli è anche un lettore attento che sa dare un giudizio di valore su ciò che legge e distinguere nel testo poetico le componenti secondarie da quelle fondamentali che ne costituiscono il tessuto vitale. Se ciò cosi fosse, le seguenti parole che Brincat dedica all’avo Petrus potrebbe benissimo venire applicate al pronipote Brandano, che anche lui “dimostra di essere stato un ottimo conoscitore della tradizione lirica romanza (...).” [16]


[1] l. “it is therefore all the more unlikely that Brandan either translated the poem himself or wrote it down from memory. He must have had another copy of it before him and preserved, at least in part, its orthography.” G. Wettinger, M. Fsadni, Peter Caxaro’s Cantilena, Malta, Lux Press, 1968, p.13. Sulla scoperta della Cantilena, cfr. pp.7-8.

[2] G. Brincat, “Critica testuale della Cantilena di Pietro Caxaro,” in Journal of Maltese Studies, n. 16, 1986, p.13. L’intero saggio va dal pp.1-21.

[3] Ibid., p.12.

[4] Come ha suggerito Brincat (p.11), il fatto che gli ultimi cinque versi della Cantilena risultano schiacciati dimostra che Brandano ha dovuto trascrivere venti versi in uno spazio originariamente preventivato per sedici.

[5] 5. Cfr. il facsimile del manoscritto in G. Wettinger, M. Fsadni, Peter Caxaro’s Cantilena, cit., frontespizio; e G. Brincat, “Critica testuale della Cantilena di Pietro Caxaro,” cit., p.10.

[6] La superiorità della seconda versione della quartina sulla prima è stata ampiamente documentata e comprovata da Brincat a pp. 13-15 del suo saggio.

[7] Cfr. la tabella riportata da Wettinger e Fsadni in Peter Caxaro’s Cantilena. cit., p.51.

[8] Cfr. G. Wettinger, M. Fsadni, Peter Caxaro’s Cantilena, cit., p.45.

[9] L’ipotesi che il maltese antico, oltre ad il, avesse una forma plurale dell’articolo (li) sarebbe molto affascinante, in quanto indicherebbe un’originale romanza piuttosto che semitica dell’articolo odierno l-. Tuttavia, tale ipotesi deve essere scartata in quanto non trova nessun riscontro sicuro nella lista di termini toponomastici riportati da G. Wettinger in Civilization. Quindi l’articolo plurale li della Cantilena è da considerarsi italiano e non maltese, e va allineato agli altri articoli italiani che compaiono nelle definizioni della toponomastica maltese. (Cfr. le voci che compaiono sotto la letter B, in Civilization, nn.5-20, pp.17-77, 1983-85, dove si riscontra, p.es., La Notabile, lu Migarru, Lo Migiarro, la Misida). Sull’evoluzione dell’articolo arabo al- nell’area iberica ed in Sicilia cfr. G. Caracausi, Arabismi medievali di Sicilia, Palermo, Centro di Studi filologici e linguistici siciliani, 1983, pp.45-53.

[10] Cfr. G. Brincat, “Critica testuale della Cantilena di Pietro Caxaro”, cit., p.14.

[11] Cfr. G. Wettinger, M. Fsadni, Peter Caxaro’s Cantilena, cit., p.45.

[12] Più precisamente, ċ, ħ, k, q, x. Cfr. Wettinger, M. Fsadni. Peter Caxaro’s Cantilena, cit., p.51.

[13] Cfr. p.es., nichaditicum (v.l) per inħadditkom; chakim (v.3) per ħakem; bachar (v.6) per baħar; merchi (v.8,9,13) per merħi.

[14] Cfr. cada (v.l) per qada; calb (v.3) per qalb; imgamic (v.4) per mgħammiq; garsa (v.5) per għarqa; huakit (vv.7,11,14) per waqgħet; vackit (v.10) per waqgħet; ucakit (v.14) per waqgħet.

[15] A p.45 del loro saggio, Wettinger e Fsadni attribuiscono a chitali il significato di qatagheli ‘spaccò’ oppure di htali ‘colpevole.’ Alla variante kitatili, invece, attribuiscono un unico significato, e cioè qatghetli ‘spaccò.’ Brincat, invece, traduce kitatili con ‘colpa’ (p.21). Il fatto che Brandano non abbia mai trascritto l’odierna h con k -né nella Cantilena e neanche negli atti notarili dovrebbe chiarire del tutto il significato di kitatili, che andrà senza’altro letto qatgħetli.

[16] Cfr. C. Brincat, “Critica testuale della Cantilena di Pietro Caxaro,” cit., p.18.