Source: Melita Historica. 10(1989)2(109-120)

[p.109] Trogloditismo Medievale a Malta [*]

Aldo Messina

L’arcipelago maltese per la struttura geologica ed il paesaggio è una propaggine della cuspide sudorientale della Sicilia protesa verso l’Africa. È un blocco compatto di calcari miocenici, affiorante dal mare, congiunto al tavolato siciliano degli Iblei da una larga piattaforma sottomarina, e inciso da brevi solchi di erosione, affini in scala ridotta alle 'cave' del Ragusano e agli 'uidian' africani. La comune natura geologica ed ambientale di questa zona al centro del Mediterraneo ne ha fatto un’area privilegiata per il diffondersi del trogloditismo medievale. [1]

L’aspetto roccioso e arido di Malta è accentuato dalla trama serrata dei campi chiusi con muretti a secco, che disegnano un paesaggio simile a quello ragusano e la cui funzione non è tanto quella di delimitazione di proprietà o di protezione dagli animali, quanto quella di fissare la sottile coltre di terra facilmente dilavata dagli agenti atmosferici e specie dal vento. Recinzioni spesso minuscole di andamento curvilineo mostrano un sapiente adattamento alle condizioni del suolo per colture differenziate. La fame di terra ha imposto ai maltesi una ferrea giurisdizione di salvaguardia. Nel’ 700 la terra era addirittura trasportata dalla Sicilia con barconi. [2]

[p.110] La natura rocciosa dell’isola ha sollecitato da sempre un massiccio utilizzo del suolo e delle falese per lo scavo di ambienti ipogeici. Inoltre la facilità di disporre di grotte naturali (doline sul piano e possenti ripari nelle falese) ha determinato in tempi storici un forte interesse per l’abitato rupestre, la cui fisionomia è condizionata dalla particolare stratificazione dei calcari locali. [3]

Il processo di erosione ha messo allo scoperto il calcare corallino più tenace, di colore rosaceo, che ha formato come un sottile crostello sopra gli strati meno compatti argillosi sottostanti. Lo svuotamento di questi ha creato nelle falese ripari allungati su un fronte anche di centinaia di metri, di cui il calcare corallino costituisce il tetto. Sul piano lo svuotamento degli strati inferiori ha talvolta determinato il crollo del crostello esterno, creando una sorta di dolina o cratere di sfondamento tettonico, detto 'maqluba', funzionale all’insediamento umano o alla coltivazione per le condizioni climatiche e la conservazione dell’humus.

Non è da trascurare il fatto che il crostello superficiale rende disponibili grandi lastre di roccia utilizzabili nell’edilizia, inducendo al megalitismo degli edifici su varia scala, da quelli preistorici alla moderna capanna contadina (girra'). La consuetudine con le strutture a secco si osserva nello stesso insediamento rupestre, dove la muratura predomina sullo scavo. L’adozione di grandi ripari naturali per abitazione ha reso necessarie partizioni interne in muratura per creare ambienti a misura d’uomo talora del tutto autonomi dal riparo che li accoglie.

L’utilizzazione delle disponibilità naturali e il massiccio intervento della muratura caratterizzano il trogloditismo maltese e lo differenziano da quello siciliano, che privilegia lo scavo artificiale dell’abitazione con tramezzi risparmiati nella roccia e utilizza talora la muratura solo come paramento di facciata.

a. Insediamento in dolina, tipo Għar il-Kbir

Si concentra nella parte meridionale di Malta, dove mancano falese [p.111] interne rilevanti e sono frequenti le depressioni carsiche come Ic-Cirku (il Cerchio) presso Marsaskala e Il Maqluba presso Qrendi, un cratere di 60 m. di diametro, profondo 30, sul cui orlo sorge la chiesetta di S. Matteo. Una leggenda locale narra che accoglieva un villaggio macchiatosi di infamie e svuotato e scagliato in mare dove è oggi lo scoglio di Filfla. La leggenda verosimilmente rievoca l’abbandono forzato del sito da parte dei suoi abitanti.

A Ghar il-Kbir (la Grotta Grande) presso Dingli l’abbandono dell’insediamento è relativamente recente (1835), sollecitato dalla amministrazione britannica per motivi igienici. [4] Un vasto cratere fa da cortile ad una serrata sequenza di grotte che si aprono lungo il fondo della depressione, in parte naturali, in parte rimaneggiate, chiuse esternamente e ripartite internamente da grossi muri a secco. L’accesso al cortile è unico (da Sud) e appare sbarrato da un poderoso muro a semicerchio che ingloba grossi macigni di sfaldamento. L’impressione è quella di un blocco compatto di abitazioni con preoccupazioni di difesa.

L’insediamento è menzionato come abitato stabile in un atto notarile del 1544 [5] e nel 1647 ospitava 117 residenti distribuiti in 27 famiglie. [6] L’abitato si estendeva ad altre depressioni vicine di dimensioni più ridotte (questo spiega la definizione di 'la Grotta Grande' per l’invaso più capiente) e si configura come un villaggio rupestre accentrato, composto da 'isolati' raccolti ciascuna attorno ad un cortile comune e con approvvigionamento idrico comune. L’organizzazione sembra rispondere ad una mentalità tardomedievale se non più recente, affine a quella del 'cortile' siciliano [7] , della 'vicinanza' pugliese [8] o del 'corral de vecinos' andaluso. [9]

Dal punto di vista strutturale Ghar il-Kbir è stato accostato alle case ipogeiche dei berberi Matmata (Tunisia), caratterizzate da vani che si [p.112] aprono sul fondo di un pozzo artificiale scavato in terreno argilloso, ma la somiglianza è solo apparente, perchè le case ipogeiche africane sono interamente artificiali e destinate ad una sola famiglia, mentre l’insediamento maltese è il risultato finale di un sapiente adattamento alle condizioni naturali del sito e accoglie una struttura insediativa più complessa. Altrettanto imprudente sarebbe un accostamento con le fattorie ipogeiche dei dintorni di Bari, caratterizzate anch’esse da un vasto pozzo cortile, al cui fondo corre un quadriportico su cui si aprono i vani di abitazione. [10] La somiglianza anche in questo caso è solo tipologica, mentre le condizioni ambientali sono diverse. Va notato che la Sicilia non conosce soluzioni simili.

L’intervento delle strutture murarie a Ghar il-Kbir è massiccio ed è parallelo a quello dell’abitato maltese in riparo naturale su falesa. Questo pone il problema del rapporto tra abitato rupestre e architettura rustica a secco della campagna maltese e della contemporaneità dei due sistemi edilizi. Una certa luce potrebbe venire dai casi di confluenza delle due tecniche in uno stesso nucleo abitativo, parte ipogeico e parte emergente in muratura. Una delle doline minori di Għar il-Kbir è dominata dai ruderi di un edificio costruito con blocchi irregolari legato con 'torba' e inzeppati con grossi cocci. È evidente il collegamento con le grotte sottostanti, ma è difficile stabilire la contemporaneità d’uso.

L’architettura maltese a secco conosce sia la 'casetta' rettangolare sia la capanna rotonda, generalmente inserita o appoggiata ad una recinzione, con solidi muri a filari di blocchi rozzamente squadrati, ingresso alto e stretto con architrave monolitica e copertura a falsa volta (tholos) o a strette lastre (quasi tavole di legno) poggiate su mensole sporgenti dal muro (l’impermeabilità è assicurata stendendo al di sopra uno spesso strato di torba). [11] Nell’insediamento rupestre le murature sono semplici strutture divisorie, non destinate a reggere il peso della copertura, cui provvede il soffitto naturale della grotta o del riparo, ma si osservano casi in cui il riparo roccioso fa da semplice nicchia, che accoglie un edificio autonomo fornito di tetto proprio (Għar San Niklaw presso Mellieħa). Qui la confluenza dei due sistemi edilizi è ancora più evidente.

Il Sud di Malta conosce anche altre forme di utilizzazione rupestre, [p.113] meno significative. Le alte scogliere di Dingli a Sud della cappella di S. Maddalena che domina da uno sperone il mare, presentano una lunga fila di modeste 'casette' subito sotto il ciglione, apparentemente scavate ma molto manipolate, costituite da uno o due piccoli vani con recinzione esterna a secco e rampe e scale di raccordo. Le terrazze sottostanti fortemente antropizzate da minuscole recinzioni, suggeriscono un insediamento agricolo relativamente recente. Nei pianori soprastanti, in assenza di pareti rocciose, si osservano vasti ingrottamenti 'subcutanei', ottenuti-sembrerebbe artificialmente per svuotamento dello strato di arenaria sottostante la crosta calcarea superficiale, che resta come tetto degli ambienti. Potrebbe trattarsi di antiche cave di arenaria riutilizzate. Si notano segni di frequentazione stabile e la sistemazione esterna con uno spiazzo recintato suggerisce una area di lavoro. [12]

b. Insediamento in riparo sotto roccia, tipo Manikata

I profondi solchi vallivi della parte settentrionale dell’isola lasciano scoperti declivi rocciosi con capienti ripari naturali, che hanno costituito l’habitat più idoneo nell’isola all’insediamento rupestre con la maggiore concentrazione di abitazioni, disposte a poca distanza su uno stesso fronte roccioso lungo anche oltre 2 km. La densità di insediamento è legata allo sfruttamento agricolo del fertile fondovalle irriguo ed oggi utilizzato per colture ortalizie.

Il fronte roccioso utilizzato più intensamente appare il versante sud della catena collinata di Bajda, ad Est del moderno centro agricolo di Manikata. Il popolamento di questa parte dell’isola è recente. Si tratta della zona che maggiormente ha risentito degli abbandoni tardomedievali. Verosimilmente il centro moderno riprende il nome di un villaggio abbandonato nel corso del sec. XV, Marikatu, attestato da fonti archivistiche. [13]

L’insediamento rupestre inizia subito ad Est della periferia del paese moderno e prosegue con un fronte di circa 2km. ad uno stesso livello [p.114] con nuclei abitativi autonomi, distanziati, che sfruttano i grandi ripari sotto roccia. Uno spazio esterno recintato funge da area di lavoro e corrisponde al pozzo cortile delle abitazioni in dolina. Il vasto spazio offerto dal riparo è occluso con un muro a secco di facciata ed è ripartito in vani di capienza diversa con grossi muri a secco che a seconda dell’altezza della volta rocciosa raggiungono il soffitto o si interrompono a mezz’aria. Si osservano stalle capienti (per bovini) e un sistema di conservazione mediante sospensione ad anelli o paletti, scavati o infissi nel soffitto.

Talora si osservano abitazioni scavate interamente nella roccia, le quali risultano riutilizzazione di ipogei punico-romani o paleocristiani. Lungo il vecchio tracciato stradale che attraversa la catena collinare, piccole grotte artificiali sono abitate ancora oggi. Presentano accessi alti e stretti simili a quelli dell’edilizia rustica a secco.

Un consistente nucleo di 'aggrottati' si osserva anche alla periferia di Mellieħa, il grosso centro della parte settentrionale dell’isola, erede solo dal punto di vista toponomastico del villaggio omonimo legato all’industria del sale, abbandonato prima del 1419. [14]

Di notevole valore storico e monumentale è Ghar San Niklaw (Grotta di S. Nicola), un breve 'wied' inciso profondamente sul versante nord della catena collinare di Mellieħa, non lontano dal mare. È una nicchia ecologica che mantiene integro il paesaggio antropizzato. Il sito prende nome da una chiesetta rupestre intitolata a S. Nicola, attiva ancora nel 1575 e che una lista di entrate vescovili del 1436 menziona come 'Lo Beneficio di S. Nicolao della Mellecha. [15]

L’abitato rupestre interessa entrambi i versanti del 'wied' ed utilizza alcuni ampi ripari che si fronteggiano poco prima del suo sbocco. Un tortuoso tessuto di viottoli (in parte a fondo naturale, in prossimità dei pendii sistemati artificialmente a strette gradinate per un agevole controllo dall’alto degli accessi alle abitazioni), perfettamente mimetizzato dalla rigogliosa vegetazione di fondovalle, raccorda i due nuclei rupestri contrapposti. Il riparo del versante ovest accoglie un grosso edificio a secco, autonomo con tetto proprio, ancora adibito ad [p.115] abitazione stabile una cinquantina di anni fa. Alcuni annessi più piccoli fungono da depositi. L’abitazione si serve (e questo ne giustifica l’ubicazione) di una ricca sorgente, che sgorga ai suoi piedi ed è captata nel masso roccioso da una galleria artificiale, al cui fondo corre una canaletta che convoglia l’acqua in una serie di vaschette di rallentamento fino ad un abbeveratoio; poi è incanalata per l’irrigazione dei terrazzi del fondovalle. La fattura di questa opera idraulica è antica, forse romana, e testimonia una costante frequentazione del sito. La presenza della sorgente spiega il rigoglio del fondovalle, sistemato a terrazze con muri trasversali di sbarramento destinati ad impedire il dilavamento della terra. La sistemazione è affine a quella praticata negli 'uidian' africani. Il terrazzamento è stato reso possibile con il convogliamento delle acque di fondovalle in una canaletta laterale, che funge anche da conduttura principale per l’irrigazione. Il fondovalle è ammantato da alberi da frutto (fichi, melograni) bassi e quasi arbustiformi, che formano come una tettoia protettiva del suolo, impedendo l’evaporazione dell’umidità e l’essiccamento del terreno.

Nel versante est del 'wied' i ripari sotto roccia utilizzati sono più d’uno. In quello maggiore lateralmente si nota una lavorazione della parete rocciosa a mo’ di abside. Modestissime tracce di pannelli affrescati e di un altare ricavato nella parete permettano di riconoscere la chiesa di S. Nicola. [16] Il resto del riparo, diviso con muri a secco, era adibito ad abitazione e stalla.

Il 'wied' accoglie un insediamento complesso, che stando alle fonti scritte si configura come una grangia rupestre dipendente da un ente ecclesiastico. Il suo aspetto è frutto di una minuziosa antropizzazione di ogni risorsa offerta dal 'wied,' contraddistinta dalla più grande adattabilità alla struttura ambientale del sito (utilizzazione dei ripari), ma anche da massicci interventi di trasformazione (terrazzamento del fondovalle, canalizzazione).

Le scelte edilizie sono determinate dalla natura del luogo ed è improduttivo cercare confronti in altre aree vicine (Africa, Sicilia), anche se accomunate da uno spiccato interesse per l’abitato rupestre. La Sicilia non conosce l’insediamento in riparo sotto roccia e predilige lo scavo artificiale. La menzione in fonti siciliane di età normanna di grotte 'murate' o 'fabricate' allude a semplici tompagni dell’accesso o ad avancorpi in muratura. Un certo interesse per soluzioni miste (scavo [p.116] e muratura) si riscontra in Africa. Oltre alla casa ipogeica tipo Matmata a sviluppo verticale e di elaborazione relativamente recente, è diffusa la casa a sciluppo orizzontale con vani d’abitazione scavati nella roccia e gli annessi (stalla, deposito per gli attrezzi, granaio soprelevato ghorfa) costruiti come facciata di un ampio cortile recintato antistante le grotte. Forse il rilievo dato al cortile recintato per le abitazioni accosta Malta all’architettura rupestre africana, mentre in Sicilia i recinti sono adottati per chiudere l’imboccatura di grotte adibite a stazzi per animali ('mannere').

Più legittimo è il confronto delle strutture dell’insediamento. I villaggi berberi di cresta o di sperone ('ksour') con le abitazioni rupestri disposte attorno alla fortezza costruita ('kalac') o incurvati nell’ansa dirupata di uno uadi hanno un’aria di famiglia con i 'kastra' bizantini su sperone di confluenza della Sicilia sudorientale (Modica, Scicli, Militello). Il paesaggio antropizzato degli Iblei intorno al 1000 non doveva differire molto da quello del Ġebel Nefusa (Tripolitania) sulla sponda opposta del Mediterraneo. La natura rocciosa del suolo, le profonde incisioni dei solchi d’erosione cui è legato il regime idrologico, il clima arido e la concentrazione della vegetazione nel fondovalle, danno risposte abitative univoche: insediamenti arroccati di natura prevalentemente rupestre e coltura di fondovalle mediante terrazzamenti. Malta, che presenta un aspetto simile e geograficamente costituisce il ponte tra le due sponde del Mediterraneo, non conosce il villaggio arroccato. La causa va cercata nella scarsa incidenza del rilievo e nella limitata estensione dell’isola. Cosi attorno ad un’unica delle strutture ambientali e incline alla utilizzazione delle emergenze naturali (insediamento in dolina e in riparo sotto roccia) mediante un abile impiego della muratura a secco.

c. Le chiese rupestri

A Malta sono state censite circa venti chiese rupestri (nessuna a Gozo) [17] con una maggiore concentrazione nel Nord dell’isola (Mellieha) l’area che ha subito gli spopolamenti tardomedievali più vistosi - e a Rabat, il sobborgo di Mdina. In parte si tratta, come per le abitazioni, di grotte naturali adibite al culto e di scarsa rilevanza architettonica. Il gruppo più cospicuo, quello di Rabat, si caratterizza [p.117] per l’associazione con catacombe ed ipogei paleocristiani, fenomeno ben noto in Sicilia, collegato alla riscoperta e al recupero delle testimonianze della fede cristiana ecclissatasi durante la dominazione araba. Indicativo è il caso della cappella della catacomba di S. Paolo. Ottenuta con la demolizione di precedenti strutture sepolcrali, presenta una sistemazione monumentale dell’accesso con un pilastro polilobato di gusto 'moderno.' Alla rivitalizzazione delle catacombe come luogo di culto non dovettero essere estranei gli ordini monastici che si insediarono a Malta nel tardo XIV sec. Un documento del 1372 menziona la chiesa di S. Francesco 'prope cimiterium Sancti Pauli.' [18] Vien fatto di pensare che proprio i Francescani, insediatisi presso la catacomba, abbiano introdotto la titolatura paolina.

Uno stretto parallelismo tra Malta e la Sicilia è offerto dalla chiesa di Abbatija tad-Dejr e la 'grotta dei Santi' di Monterosso Almo (Ragusa), l’esempio siciliano più tardo di riattamento di un ipogeo paleocristiano. Per la decorazione della calotta absidale è stato scelto lo stesso soggetto iconografico: la Crocifissione associata alla Annunciazione. È segno di un comune gusto devozionale, nel corso del sec. XIV, volto alla riappropiazione delle testimonianze del cristianesimo primitivo e sensibile ad una religiosità 'patetica,' quale è quella tardomedievale, espressa dal tema della Crocifissione.

A giudicare col metro siciliano le caratteristiche architettoniche delle chiese rupestri maltesi sono tarde: l’impianto a cappella mononave o subcircolare con volto a botte ribassata, l’abside rettangolare ('tribona') con fondo piatto cui si appoggia direttamente l’altare (grotta di S. Agata di Rabat), l’uso generalizzato del bancone risparmiato lungo le pareti della navata ( 'dukkiena'), presente anche nell’architettura costruita. [19] Si ha l’impressione che, se il trogloditismo maltese ha una sua peculiare fisionomia regionale, l’architettura religiosa sia un episodio marginale direttamente tributario della Sicilia.

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[*] Questa nota è il frutto di alcuni sopralluoghi effettuati a Malta nel settembre del 1987 nell’ambito della Missione Arch. Italiana. Sull’area esplorata v. F. Fedele, 'Prospezioni orientative condotte nel settembre 1987', in Missione a Malta (a cura di A. e E. Anati), Milano (Jaka Book) 1988, pp.193-198.

[1] Per la Sicilia v. G. Uggeri, 'Gli insediamenti rupestri medievali: problemi di metodo e prospettive di ricerca', in Archeologia Medievale, I, 1974, p. 195 ss.; H. Bresc, 'L’habitat rupestre dans la Sicile médiévale', in Studi dedicati a C. Trasselli; Catanzaro 1983, p.129 ss.; A. Messina, Forme di abitato rupestre nel Siracusano, in 'Atti VI Conv. Intern. di Studio sulla Civilità Rupestre Mediev. nel Mezzogiorno d’Italia (1981)', Galatina 1986, p. 245 ss. Per Malta v. A.T. Luttrell, Case rupestri a Malta, in 'Notiziario Arch. Med.' (Genova), dicembre 1974, pp. 2-3; Idem., Malta Troglodytica: Għar il-Kbir, in 'Heritage', 2, pp. 461-464 e sporattutto M. Buhagiar, Medieval Cave-Dwellings and Rock-cut Churches in Malta, in 'Atrium' (Malta), 3, 1984, p.17 ss. Per l’Africa (Tripolitania) è ancora valido J. Despois, Le Djebel Nefousa (tripolitaine). Ètude gèographique, Paris 1935 (specie p. 192 ss.); G. Ghiauzzi, Ricerche sui vari tipi di insediamenti trogloditici in uso sul Gebel Garian libico, in 'Atti Accad. Ligure di Scienze e Lettere', XXVI, 1969, p.57 ss.; L. Bacchielli, (uadi Senab), in 'Libya Antiqua', XI/XII, 1974/75, p. 254 ss.; (Tunisia) A. Louis, L’habitation troglodyte dans un village des Matmata, in 'Cahiers des Arts et Traditions populaires', 1, 2, 1968.

[2] P. Brydone, A Tour through Sicily and Malta (1770), London 1773, trad. ital. Milano (Longanesi) 1968, p. 146.

[3] La lingua maltese distingue tra grotta naturale (għar) ed ipogeo artificiale (demus, cfr. sic. dammùsu = vano con copertura a volta), v. G. Wettinger, Some Maltese Medieval Place-Names of Archaeological Interest, in 'Atti Colloquio Intern. Arch. Mediev.' (Palermo Erice 1974), II, Palermo 1976, pp. 338-339.

[4] D.H. Trump, Malta: An Archaeological Guide, London 1972, p.120.

[5] G.Wettinger, The Lost Villages and Hamlets of Malta, in 'Medieval Malta. Studies on Malta before the Knights' a cura di A.T. Luttrell, London 1975, p. 188, n.24.

[6] G.F. Abela, Della Descrittione di Malta, Malta 1647, pp. 79-80. Una descrizione coeva è in A. Kircher, Mundus Subterraneus, II, Amsterdam 1678 (III ed.), pp. 119-120.

[7] G. Valussi, La casa rurale nella Sicilia occidentale (Ricerche sulle dimore rurali in Italia, 24), Firenze 1968, pp. 36-39; M.T. Alleruzzo di Maggio et al., La casa rurale nella Sicilia orientale (Ricerche...30), Firenze 1973, pp. 226-227, 229-300, 343 ss.

[8] C.D. Fonseca-F. Lembo, Il centro storico di Massafra, in 'Annali Univers. di Lecce. Facoltà Lettere e Filos.', VII 1975/76, p. 11 ss dell’estratto.

[9] L. Torres Balbás, Las alhóndigas hispanomusulmanas y el Corral del Carbón de Granada, in 'Al-Andalus', XI, 1946, p.447 ss.; Idem., 'Los adarves de las ciutades hispanomusulmanas', ibid., XII, 1947, p. 164 ss.

[10] F. Dell’Aquila, Bari. Ipogei ed insediamenti rupestri, Bari 1977.

[11] P. Cassar, The Corbelled Stone Huts of the Maltese Islands, in 'Man,' 80, 1961, pp. 65-69.

[12] Stessa natura potrebbe avere il complesso di Ghar ta’ Ibrudan, a Sud/Ovest di Rabat, che ha restituito ceramiche tardoromane e medievali, su cui v. R. Virzi Hägglund, in Kokalos (Palermo), XXII/XXIII, 1976/77, pp. 396-399.

[13] Per Marikatu v. Wettinger, 'The Lost Villages' op.cit. pp. 185-187, 191-192. Una allusione alla natura rupestre di questo villaggio è la notizia di un campo chiuso detto 'della grotta di Izraq (antroponimo)' sito nelle vicinanze di Marikatu (ibid., p. 197).

[14] Ibid., p.181 n.3, pp. 189-190, 194-195.

[15] M. Buhagiar, Medieval Churches in Malta, in 'Medieval Malta' op. cit., p. 164 n.13. L’agionimo potrebbe essere indicativo di una dipendenza del monastero benedettino di S. Nicola l’Arena di Catania (v. D. La Ferlita, I possedimenti dei benedettini di Catania a Malta, in 'Arch. Stor. di Malta,' VII. 1935/36).

[16] Buhagiar, 'Medieval Cave' op. cit., p.18.

[17] Buhagiar, 'Medieval Churches' op. cit., p. 164 ss., Idem., 'Medieval Cave' op.cit., p.20 ss.

[18] Il documento è edito da H. Bresc, in Papers of the British School at Rome, XLI, 1973, p. 200, doc. 36.

[19] Un documento del 1532 pervenuto in copia seicentesca riconda una cappella '... cum sua tribunetta et muro medio et suis sedibus seu ut dicitur duccheni..." ' testimonia l’attualità di queste strutture nel sec. XVI, v. G. Wettinger, in Ħal Millieri: A Maltese Casale, its Churches and Paintings, a cura di A.T. Luttrell, Malta 1976, p. 118, n.39. Il 'muro medio' si riferisce forse all’uso maltese di separare la zona del presbiterio con transenne ligne e a piena parete.